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Francia ferma per lo sciopero generale. Parola d’ordine: no al precariato

di : Leonardo Casalino
mercoledì 5 ottobre 2005 - 06h47
1 comment
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di Leonardo Casalino

Lo sciopero unitario indetto dai sindacati francesi, ha avuto successo. Centocinquantamila manifestanti a Parigi, centomila a Marsiglia, quindicimila a Lione e a Lille. Tutti i settori del mondo del lavoro, pubblico e privato, si sono fermati. Un’alta percentuale di adesioni è stata registrata tra i ferrovieri e gli insegnanti, ma in generale i lavoratori della funzione pubblica hanno largamente aderito all’appello lanciato dai sindacati e dai partiti di opposizione, per una volta uniti in uno schieramento che andava dai socialisti sino ai trotskisti.

La parola d’ordine era la difesa dell’occupazione, del potere d’acquisto dei salari e dei diritti dei lavoratori. La giornata non è stata scelta per caso: infatti le manifestazioni si sono svolte mentre all’Assemblea Nazionale riprendevano i lavori parlamentari dopo la pausa estiva.

L’azione e le proposte di legge del governo diretto da Dominique de Villepin erano al centro della protesta sindacale. In modo particolare il mondo del lavoro e la sinistra francese criticano una delle scelte più impegnative del governo: quella di introdurre dei «nuovi contratti di assunzione», che permettono alle aziende di assumere più facilmente a tempo determinato e con un’ampia libertà di licenziamento nei primi due anni. Si tratta di una spinta verso il precariato, che preoccupa molti e che mette seriamente in discussione la tenuta del modello sociale francese , che compie proprio in questi giorni i suoi 60 anni.

La lotta contro un’eccessiva e dannosa flessibilità e la richiesta di una difesa dei salari e del potere d’acquisto delle famiglie sono dunque temi comuni sia alla Francia sia all’Italia. Un sondaggio reso pubblico due giorni rivelava che il 72% dei francesi comprendevano e condividevano le ragioni dello sciopero di martedì. Alla testa del corteo di Parigi vi era una delegazione di lavoratori della Hewlett Packard, il colosso informatico Usa, una delle più grandi multinazionali del settore, che ha annunciato di volere licenziare 1240 dipendenti del suo sito francese a Grenoble. La Hewlett Packard non è un’azienda in crisi e il piano di licenziamenti annunciato in Francia e in altri paesi europei sembra corrispondere piuttosto ad esigenze finanziarie. I lavoratori presenti alla manifestazione a Parigi hanno dichiarato che i loro compagni tedeschi li hanno invitati a battersi «perché soltanto in Francia, forse, è ancora possibile opporsi agli aspetti negativi della globalizzazione».

Il capogruppo socialista all’Assemblea Nazionale, nonché sindaco di Nantes, Jean-Marc Ayrault, ha denunciato «una situazione economica, politica, sociale e morale del paese che si è aggravata negli ultimi mesi». Anche l’Udf, il partito di centro che fa parte della maggioranza parlamentare senza essere al governo, ha riconosciuto le ragioni della protesta e ha duramente criticato l’azione dell’esecutivo Villepin, «che invece di occuparsi dei veri problemi del paese si perde in dispute tra il premier e il suo secondo». Il riferimento è al contrasto tra Villepin e il ministro Sarkozy.

La crisi sociale francese si è già manifestata in due terremoti elettorali: la mancata partecipazione di Jospin al secondo turno nel 2002 in favore di Le Pen e nel rifiuto della Carta europea nel maggio scorso. Il malessere che attraversa la società transalpina attende ancora di essere rappresentato adeguatamente. I prossimi mesi - e in particolare il congresso del Ps- permetteranno di capire se la sinistra francese sarà capace di trasformare la protesta in un progetto politico credibile

http://www.unita.it/index.asp?SEZIO...



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> Francia ferma per lo sciopero generale. Parola d’ordine: no al precariato
5 ottobre 2005 - 18h36 - Di 906caa4b93c0892fe124aadb962bff1c...

L’ombra di un nuovo ’68 si intravede, nonostante il buio del precariato attuale.
Hanno creato una nuova non-classe sociale, paragonabile a quella dei minatori inglesi della metà dell’800.

Sudditanza psicologica verso l’occasionale datore di lavoro.
Esposizione al ricatto, esplicito o velato.
Assenza totale di prospettiva lavorativa, di avanzamento di carriera, di valorizzazione professionale.
Esclusione pressoché totale dai circuiti del credito.
Sensazione insopportabile di inadeguatezza/insufficenza sociale.
Riluttanza a procreare, per l’impossibilità di assicurare alla prole una esistenza dignitosa almeno per i primi 18 anni.

Sono solo le cime più alte degli alberi che compongono una sterminata foresta di problemi sociali, che impattano tutta la comunità generando un sottobosco di guasti morali alla collettività, e di problemi psicologici, che impattano l’autostima e quindi l’equilibrio psichico del singolo.


"Bene": fotografata frettolosamente e sommariamente la malattia, quale la cura?
Senz’altro politica, non può essere altrimenti.
E non può certo venire dall’attuale maggioranza, che con il tattico diversivo del tentativo di abolizione dell’articolo 18, ne ha ottenuto "solo" una erosione debilitante (il vero obiettivo finale) facendola sembrare una concessione magnanima.
Quindi? La nuova ventata arriverà dalla prossima maggioranza, se diversa dalla attuale?
Si, forse: se sapremo fornire noi popolo dei precari da sempre poveri, insieme al popolo dei non-precari impoveriti segnali forti, inequivocabili, ineludibili.

Se il centrosinistra vincerà le prossime elezioni quasi nessuno scenderà in piazza in maniera compatta, decisa, intransigente, come succedeva nel ’68 e come forse sta per risuccedere in Francia: sembrerà di star tradendo dei compagni, sembrerà di andar contro un governo fratello.
Il momento valido è uno qualsiasi da oggi fino a poco prima delle elezioni del 2006, perché una massiccia partecipazione, magari ripetuta più volte a distanza di alcune settimane, di questi due popoli (uno precario, l’altro no, ma entrambi poveri e strettamente imparentati) italiani lancerà un messaggio bivalente: oltre ad essere una ulteriore condanna della politica del lavoro di questo governo, sarà un monito importante, una richiesta forte, un punto fermo dal quale partire per il prossimo governo, quale esso sia.

Il sistema Italia potrà invertire la tendenza e passare dalla malattia ad una sofferta ma promettente convalescenza (fino ad arrivare, lo speriamo tutti, ad una spensierata guarigione) solo se i suoi ingranaggi più deboli, i singoli lavoratori, saranno tutelati quel minimo da permetter loro di tirare su famiglia (consumando e quindi spendendo) e procreare: la capacità di sognare (progettare) il futuro del più debole degli ingranaggi è la condizione necessaria e forse sufficente perché tutto il meccanismo funzioni.

Saluti

Leo
vivereleggero@hotmail.com






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