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Sono cento racconti brevi o brevissimi che nell’insieme ricostruiscono, in un’unica vicenda, la Milano dal 1968 al 1977 di un ragazzo della nuova sinistra. Un compagno di base, non un dirigente, né un pentito. Non si parla di analisi politiche o dispute ideologiche, ma di amore, amicizie, famiglia, lotte e scontri concreti. Si legge un “clima”, un’umanità. Sono storie anche vere ma che trascendono, con la scrittura, l’autoreferenzialità. (...)
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Pier Paolo Pasolini : cos’è stata la Democrazia Cristiana?

di : Enrico Campofreda
giovedì 6 ottobre 2005 - 01h10
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25 gennaio 1975. “L’ignoranza vaticana come paradigma dell’ignoranza della borghesia italiana” (Su “Epoca”, per un’inchiesta sulla Dc e gli intellettuali)

di Enrico Campofreda

Cos’è stata la Democrazia Cristiana? Contestando Donat-Cattin che parlava di essa come partito dei ceti medi Pasolini ricorda che la Dc esprimeva soprattutto piccola borghesia e mondo rurale. E il rapporto che la Chiesa ha secolarmente stabilito coi contadini è stato un rapporto di manipolazione che l’ha vista, anche in epoca recente, mantenere in uno stato d’ignoranza quei ceti per controllarli attraverso la fede. Una fede a metà strada fra la naturale semplicità degli umili e l’artifizio della superstizione che su essi fa presa.

Nel secondo dopoguerra questo controllo s’è trasformato in un formidabile serbatoio di voti che creava l’ossimoro politico di ottenere consenso dai poveri mentre perseguiva una politica per i ricchi. Perché gli interessi di quel partito sono sempre stati filo padronali e hanno ripercorso le stesse strade battute dal fascismo.

“I democristiani si sono sempre fatti passare per antifascisti: ma hanno sempre (forse alcuni inconsciamente) mentito. La loro strapotenza elettorale degli anni Cinquanta e l’appoggio del Vaticano, hanno consentito loro di continuare, sotto lo schermo di una democrazia formale e di un antifascismo verbale, la stessa politica del fascismo”.

“Infatti, in quanto direttamente padronale, cioè fascista, la Democrazia Cristiana ha continuato a elaborare, su chiave più accentuatamente cattolica e ipocritamente democratica, le vecchie retoriche fasciste: accademismo, ufficialità eccetera”

Un terremoto ha squassato gli usi e i costumi del popolo italiano e ha avuto riflessi sulla stessa politica. È stato la corsa alla merce che ha mutato il dna della popolazione. Col boom economico nella stessa Democrazia Cristiana talune logiche bacchettone dell’ambiente Vaticano non sono state più funzionali a un controllo sugli individui. Valori come risparmio, previdenza, pudore hanno vacillato e si è andati con ampi passi verso un “laicismo” e una “tolleranza” interpretati in modo a dir poco soggettivo.

Si è dato scarso spazio a una laicità collettiva a vantaggio d’un laicità individualista e mercantile legata al guadagno speculativo, sempre basata sullo sfruttamento di qualcuno e qualcosa.

Negli anni Settanta l’asse laico nelle alleanze di governo ha acquisito un potere contrattuale altissimo. Non solo il Psi, da oltre un decennio prossimo alla linea classista e consociativa della Dc, ma anche i partiti dal minuscolo peso elettorale - repubblicani, socialdemocratici, liberali - sono diventati gli interpreti di un modo personalistico di gestire il Potere, offrendo e ricevendo consenso su basi totalmente utilitaristiche.

“Tutto ciò è il crollo della politica democristiana - la cui crisi consiste nel gettare a mare il Vaticano, il vecchio esercito nazionalista: ma non è certo il crollo della ‘politica culturale’ democristiana. Per la semplice ragione che essa non c’è mai stata”.

Taluni propagandisti mascherati da giornalisti, come Carlo Casalegno, non demordono nell’attaccare quello che dal Potere viene considerato il pericolo maggiore: la cultura. La cosa fa ricordare al poeta figure e periodi lugubri. Cita Goering “Quando sento parlare di cultura, tiro fuori la rivoltella” e non si tratta d’una provocazione.

“La retroguardia democristiana (si veda un recente attacco ad alcuni intellettuali da parte di Carlo Casalegno, il vicedirettore della ) continua ancora questa politica oscurantista che tante demagogiche soddisfazioni le ha dato in passato e che tanto inutile è oggi, in cui la funzione anti-culturale è stata assunta dai mass-media (i quali tuttavia fingono di ammirare e rispettare la cultura)”

Chi poteva in quella fase dirigere l’egemonia culturale della nazione se non un partito autorevole, veramente laico, pulito, come il Partito Comunista? Ma all’epoca anche il Pci pensava soprattutto al Potere. Aveva intrapreso la via del compromesso storico, che si rivelò una cambiale firmata in bianco, incapace di tutelare le masse popolari dagli attacchi alla democrazia - si pensi alla strategia della tensione, all’incrudirsi dello squadrismo assassino neofascista, all’offensiva rivolta all’occupazione con la dismissione dell’attività produttiva -. E al contempo impossibilitata a formare un governo progressista.

Le lotte e le conquiste dell’autunno caldo, proseguite sino alla meta degli anni Settanta, verranno dai comunisti via via abbandonate e sacrificate al consociativismo, alla cogestione del potere locale che in alcuni casi fece smarrire anche la trasparenza politica d’un tempo, gettando alle ortiche ogni difesa degli interessi popolari. Fu l’ennesima occasione perduta di un Pci confuso e timoroso, sempre più privo d’identità che diventava, come qualsiasi altro partito borghese, una macchina elettorale, burocratica e di in alcuni casi anche di gestione politico-affaristica.

“Ora, il Partito Comunista, nella nuova situazione storica di crisi della Democrazia Cristiana, coincidente con la crisi del Potere consumistico, se volesse, potrebbe riprendere in mano la situazione: e riproporre una propria egemonia culturale. L’autorità che gli proveniva negli anni cinquanta dalla Resistenza, gli proviene oggi dall’essere l’unica parte dell’Italia pulita, onesta, coerente, integra, forte”.



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