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Sono cento racconti brevi o brevissimi che nell’insieme ricostruiscono, in un’unica vicenda, la Milano dal 1968 al 1977 di un ragazzo della nuova sinistra. Un compagno di base, non un dirigente, né un pentito. Non si parla di analisi politiche o dispute ideologiche, ma di amore, amicizie, famiglia, lotte e scontri concreti. Si legge un “clima”, un’umanità. Sono storie anche vere ma che trascendono, con la scrittura, l’autoreferenzialità. (...)
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Ma come mai i Ds (maggior partito italiano) si suicidano?

di : Rina Gagliardi
venerdì 21 ottobre 2005 - 03h10
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Il listone con la Margherita produce una specie di delitto: la cancellazione di un enorme patrimonio politico e di cultura

di Rina Gagliardi

C’è un’altra domanda che aleggia nella politica italiana: ma perché il più importante Partito italiano, i Diesse, comunque la maggiore forza organizzata della sinistra, ha deciso, più o meno, di sciogliersi? E lo ha deciso dopo aver dato di sé, nelle Primarie di domenica scorsa, una prova palese della sua capacità di mobilitazione, organizzazione, presenza politica?

La risposta più ovvia - la più scontata - è quella che forniscono Fassino e D’Alema, sia pure tra di loro con qualche sfumatura diversa: la "grande svolta" di Rutelli corona la nostra linea e la nostra strategia, quella su cui abbiamo puntato da sempre, quella su cui abbiamo costruito il nostro ultimo congresso.

Non siamo noi, dicono i capi della Quercia, che veniamo inglobati dai diellini: se mai, sono loro che, finalmente, riconoscono la bontà di questa proposta e rinunciano a giocare tutto sull’identità neocentrista-margheritica. Insomma, siamo noi i veri vincitori della partita delle primarie, e ora ci accingiamo ad incassare al meglio questa vittoria.

Un tipico ragionamento politico, chiamiamolo così, "a tutto tondo", destinato a rassicurare gli incerti, a galvanizzare un partito che non si aspettava una eutanasia così ravvicinata, in ogni caso a tenere al meglio in quella complicata "sfida a tre" - Prodi, Margherita e Ds - che è appena all’inizio. Ma proprio da questo ragionamento emerge la verità politica di fondo che, da un po’ più di tre lustri, attanaglia la vita dei Democratici di sinistra: eredi (maggioritari) di uno scioglimento, quello del Pci - di un atto di rinuncia, di un’autoliquidazione - essi hanno fatto della "pratica dissolutoria" e transitoria la loro più riconoscibile identità.

Sono condannati, si sono autocondannati, a far coincidere la "vittoria" con lo scioglimento - negli anni, si è passati dal Pds ai Ds, e per le numerose "Cose" via via tentate. Ora, però, siamo davvero al gran finale: la prossima tappa, ormai vicinissima, non è la lista unitaria, ma ciò di cui il "listone" è solo il prodromo, la nascita di un soggetto politico che taglierà le ultime radici, anche quelle storico-identitarie, della sinistra.

Un Partito Democratico mutuato dal modello nordamericano, quindi privo di ogni connessione riconoscibile e riconosciuta con la sinistra e il movimento operaio di tipo europeo, in compenso agganciato ad una cultura liberal vagamente venata di progressismo. Un pizzico di Clinton, una spruzzata di Blair e di Giddens, miscelati in salsa postdemocristiana - quello che resta del cattolicesimo democratico ed anche del suo filone solidaristico - e guidati da Romano Prodi.

Con la sinistra, anche nella sua variante socialdemocratica e "riformista", anche nelle sue versioni europee moderate (Schroeder e i socialisti francesi), è rotto ogni ponte. Naturalmente, questa è l’idea, il progetto-limite, il disegno astratto che si intravede - la realtà del processo sarà certo ben più accidentata, e nessuno può giurare, in questo momento, che esso riuscirà a tradursi in una forza politica in carne ed ossa, non meramente "federata", non dilaniata ad ogni passaggio importante, non prevalentemente occupata in guerre intestine.

Quando per esempio si tratterà di scegliere la collocazione europea - Ppe o Internazionale socialista? - ne vedremo, in tutta evidenza, delle belle, anzi delle brutte. E quando si discuterà di quisquilie, come la laicità dello Stato o i diritti degli omosessuali, è facilmente prevedibile, fin da ora, un conflitto dilacerante. E tuttavia questo è il progetto, questa l’intenzionalità dichiarata, questa la strada che ci si avvia a percorrere: buttare via i Ds. Consegnarli al polveroso archivio dei ricordi. Liberare la politica italiana dalla forza maggiore della sinistra.

Confessiamo che, un po’, questo "delitto" ci dispiace: non siamo compiaciuti, nient’affatto, dell’idea che, forse nel giro di pochi mesi, si potrà produrre un grandissimo spazio libero a sinistra, "pronto" per la sinistra non riformista. Questo tipo di calcoli tra il geometrico e il geografico, in realtà, non hanno mai funzionato: il vero colpo, la vera vittima designata di questa operazione è in realtà proprio la sinistra, la sua "necessità", il suo ruolo. Comunque, ben più di noi soffriranno i compagni della Quercia: i più dei militanti, dei simpatizzanti e degli elettori, percepiranno tutto questo come una perdita, non come un allargamento - come un vuoto, non come una "transustanziazione".

E anche loro si chiederanno: perché? Senza forse riuscire a trovare una spiegazione che vada oltre l’evento-primarie, le imperiose richieste di Prodi, la necessità di non compromettere in nessun caso una vittoria ormai certa alle prossime elezioni, l’impossibilità, in definitiva, di fare altrimenti. Anche qui c’è un nucleo forte di verità: l’abbraccio "inestricabile" nel quale Prodi e i Ds, in particolare, si sono avviluppati. Il grande successo del Professore è cioè anche e soprattutto il prodotto di due fattori che si sono incontrati nel punto giusto e al momento giusto: il senza-partito Prodi e il senza-premier partito diessino.

Un professore privo di truppe proprie, ma capace di rappresentare l’unità del popolo antiberlusconiano e di portarla a vincere - come è già accaduto nel ’96, e il "già accaduto" ha sempre il suo peso. E un popolo che riesce a esprimere se stesso, ivi ncompresa la sua voglia di pesare e partecipare, soltanto riconoscendosi in lui, investendo in questa scelta il suo Dna di fedeltà unitaria, la sua generosità, la sua sapienza organizzativa. Si può capire che, dopo il voto di domenica, separare queste due soggettività era diventato difficilissimo, quasi impossibile - senza mettere tutto a soqquadro e senza danneggiare un "capitale" rivelatosi, a sorpresa, molto potente. Anche perché il fattore più debole, e a questo punto il più agevolmente sacrificabile, era proprio il fattore S: vale a dire l’identità diessina, la sua soggettività, la sua funzione sociale.

Qui, certo, varrebbe la pena di analizzare a fondo il processo che ha condotto il maggior partito della sinistra a sciogliersi sul serio, a spogliarsi via via della sua ragion d’essere, a disperdere un patrimonio sociale e culturale di prima grandezza. Torna in primo piano la "questione degli intellettuali", che non è certo l’unica ma quella più esemplare. Per un partito di sinistra, è tanto essenziale avere solide radici di classe quanto disporre di una grande rete culturale che innervi di sé il tessuto sociale, produca idee, costruisca, appunto, una cultura politica diffusa e condivisa attorno ale grandi questioni che si pongono - e il nostro tempo ne trabocca, come sappiamo, la globalizzazione, il fondamentalismo, il ruolo sempre più imponente e sempre meno controllabile della scienza, e via dicendo.

Se una forza politica di sinistra non è capace di elaborare un pensiero credibile sul mondo, e sulla crisi storica del capitalismo, su che cosa può poggiare la propria necessità e stabilità? Ma l’intellettualità italiana, come dicevamo di recente, ha subito un rinsecchimento drammatico: occupa posti, nei giornali e nelle università, fa girotondi, promuove mille convegni, si occupa, come proprio orizzonte teorico massimo, delle (per altro pessime) leggi sulla giustizia del governo Berlusconi. Se l’intellettuale di punta della sinistra - si fa per dire - è Travaglio, vuol dire, semplicemente, che l’intellettualità di sinistra non c’è più.

Se la distanza tra un talk show televisivo e un "seminario" si è fatta così sottile, vuol dire che la cultura si è fatta piccina piccina, e che soprattutto è finito ogni rapporto positivo tra cultura e politica. Una condizione generale di miseria che coinvolge tutta la sinistra, ma non ha potuto non riflettersi, prima di tutto, sul maggiore partito della sinistra. Da anni, esso ha rinunciato ad esistere come soggetto forte, dotato di un progetto strategico e di valori "forti" per il futuro. Ahimè, c’è una logica inesorabile in questo Partito Democratico in fieri: la sinistra che - proprio al contrario di quel dice Gad Lerner - fa un salto all’indietro di due secoli, si autocancella e si rifugia in un’identità ottocentesca - vagamente liberale, con qualche slancio di filantropia, con solidi agganci con il mondo della borghesia. Si capisce perché Fassino non dice, in sostanza, il vero, quando si accinge a tagliare l’ultimo nodo. A buttare il bambino, come si diceva un tempo, con l’acqua sporca.

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