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Sono cento racconti brevi o brevissimi che nell’insieme ricostruiscono, in un’unica vicenda, la Milano dal 1968 al 1977 di un ragazzo della nuova sinistra. Un compagno di base, non un dirigente, né un pentito. Non si parla di analisi politiche o dispute ideologiche, ma di amore, amicizie, famiglia, lotte e scontri concreti. Si legge un “clima”, un’umanità. Sono storie anche vere ma che trascendono, con la scrittura, l’autoreferenzialità. (...)
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Democrazia sotto scacco e ruolo del pensiero critico

di : Patrizio Paolinelli
domenica 11 dicembre 2005 - 18h05
JPEG - 23.4 Kb
Colloquio con Pietro Bellasi, docente di sociologia all’Università di Bologna

di Patrizio Paolinelli

Con l’avvento del movimento dei movimenti la contestazione nei confronti dei poteri e dei saperi costituiti sta vivendo una lunga stagione di lotte di cui le marce per la pace e i World Social Forum sono tra le manifestazioni maggiormente visibili. Rispetto ad altri momenti conflittuali, quelli collegati ai partiti della sinistra storica degli anni ’20-‘30 e quelli collegati alle rivolte studentesche degli anni ’60-‘70, oggi la richiesta di nuove forme di democrazia nasce prevalentemente da un processo di autorganizzazione della società.

Questa differenza segna un passaggio epocale. Tuttavia la contestazione dello stato di cose presenti lascia intravedere un filo rosso che forse può permettere di individuare alcune continuità tra i conflitti della dimensione industriale e quelli della dimensione post-industriale.

Tentare di cogliere delle costanti nella lotta tra dominati e dominatori è una operazione finalizzata a fornire ulteriori strumenti analitici a chi oggi si oppone alla violenza del neoliberismo e alla dittatura del pensiero unico. Per farla breve: qual è la relazione principale che tiene insieme i movimenti di opposizione apparsi da un secolo e mezzo a questa parte? Con Pietro Bellasi, docente di sociologia e sociologia dell’arte all’Università di Bologna, abbiamo ipotizzato che questa relazione può condensarsi intorno ad un modo d’essere: pensare criticamente. Nei limiti della breve intervista concessa da Bellasi abbiamo così cercato di cogliere alcuni nessi tra la Teoria critica della società sviluppata dalla Scuola di Francoforte, il dissenso antisistema del movimento dei movimenti, la forza di un pensiero che seppure in forme diverse rivendica l’emancipazione collettiva.
 
Molti affermano che viviamo in una società post-moderna. Una categoria in difficoltà ma che resiste ancora. Lo si percepisce per esempio nel doppiofondo del linguaggio della sinistra moderata. Ma a parte questo, ciò che permane nella pratica discorsiva post-moderna è un pensiero precritico. Tuttavia il pensiero critico non è un fatto residuale come dimostra la presenza della sinistra alternativa e l’affermazione dei movimenti. Allora la domanda di fondo è: cosa caratterizza oggi pensare criticamente?
Intanto la presa d’atto di un’assenza: soprattutto nell’analisi politica e nelle scienze sociali attuali siamo di fronte ad una mancanza di interpretazione. Non c’è nessun altro termine che colga il problema della libertà e dell’autodeterminazione quanto il temine di interpretazione. Vorrei insistere su questo punto perché è la parola-chiave della teoria critica in generale e della Scuola di Francoforte in particolare. D’altra parte i componenti di questa scuola provenivano da una cultura ebraica che per eccellenza è interpretazione. L’interpretazione è antitetica a qualsiasi pensiero unico, a qualsiasi pensiero che monopolizzi le persone. Detto questo, per rispondere alla tua domanda, la caratteristica principale del pensiero critico è porsi il problema dell’interpretazione del mondo, delle dinamiche sociali, della partecipazione. In una parola: il problema della democrazia.
Sul piano dell’agire politico possiamo dire che dal punto di vista del pensiero critico interpretare significa non accettare la società così come è...
Sì. Horkheimer e Adorno denunciano il fatto che il neocapitalismo, così come si definiva allora la fase di passaggio verso la società dei consumi, è un pensiero di mera duplicazione del reale nel pensiero. Il neoliberismo, così come si definisce oggi il passaggio del capitalismo verso la finanziarizzazione dell’economia, è esattamente la stessa cosa. In fondo l’idea di critica nei francofortesi verte sulla separazione del concetto da oggetti come la società, la democrazia, la libertà, la pace. La tensione tra il reale e il concetto, ossia il reale pensato, è la critica. E questa distanza è l’interpretazione. Interpretare vuol dire andare contro un’ideologia che tende a fotocopiare nel pensiero ciò che la realtà è, così come si presenta: semplicemente, volgarmente, violentemente.
Queste considerazioni permettono di introdurre un tema assai concreto che peraltro è uno degli oggetti di riflessione del materialismo: la produzione sociale del dolore. Nonostante i computer, le sonde spaziali, le biotecnologie noi viviamo in un modo saturo di afflizioni. Come si pone il pensiero critico dinanzi all’offesa continua e senza limiti della vita?
Critica come interpretazione vuol dire soprattutto cogliere l’aspetto distruttivo di ciò che chiamiamo il progresso. Adorno dice che chi si adatta con prudenza ad un mondo sconvolto si rende partecipe della follia. In questo caso prudenza vuol dire non avere il coraggio dell’interpretazione. Per tutti i francofortesi la felicità non può non misurarsi con la smisurata infelicità di ciò che è. Direi allora che l’orientamento critico è chiedersi come mai nella contemporaneità sussista il dolore. E qui ritorna il problema dell’interpretazione. Il pensiero critico non pone domande prudenti ma estreme, radicali: come mai il principio fondamentale dei sistemi capitalistici è la violenza? Come mai la scienza e la tecnica misurano la loro potenza a partire da strumenti di distruzione? Queste domande non duplicano la realtà. La interrogano e interrogandola la interpretano. Critica significa interpretare il mondo, distanziarsi dalla realtà, progettarne un’altra. Critica significa chiedersi perchè la violenza costituisce la verifica dell’operatività e della funzionalità del sistema sociale in cui viviamo e di tutti i suoi sottosistemi. Critica vuol dire porsi il problema di come mai il dominio sulla natura e sulla società continua ad essere estraniazione dell’individuo, vale a dire perdita di coscienza.

L’idea di estraniazione e la perdita di coscienza a cui hai fatto cenno hanno in qualche modo a che fare con la lunga crisi della democrazia. Non ci addentriamo su questo rapporto. Rileviamo che il più recente aspetto della crisi della democrazia consiste nella leggi antiterrorismo emanate negli USA e più recentemente in Inghilterra. Le libertà civili, il pluralismo dell’informazione, gli spazi di agibilità sociale sono oggi fortemente minacciati. Quali strumenti politico-culturali può offrire il pensiero critico per impedire di scivolare in società bloccate come quella statunitense e quella inglese?
Qui subentra un altro dei fondamenti del pensiero critico: il concetto di dominio. Il dominio non cade più sotto la nozione di potere. E’ un fatto totale che entra nel profondo dell’individuo attraverso meccanismi messi in atto dall’industria culturale. E’ questo un altro concetto insuperato della Scuola di Francoforte. Un concetto che per dirla in breve comprende il cinema, la televisione, la cultura di massa, la moda, le tante forme di spettacolo e di intrattenimento. Nell’attuale crisi delle democrazie i poteri si servono di una serie di strumenti per generare paure e limitare gli spazi di protesta. I mass-media sono uno di questi strumenti. Forse oggi il principale, dato che l’azione politica pubblica avviene all’interno dello spazio mediatico. Accade così che il pensiero unico, dominante negli organi di informazione, riesca di fatto a imporre un diktat: dinanzi al terrorismo il venir meno dei diritti fondamentali dell’uomo è una legge naturale da cui non ci si può sottrarre. Anche in questo caso non c’è analisi, non c’è interpretazione ma semplicemente constatazione di quello che è. Il discorso viene politicamente chiuso all’interno di un modello discorsivo al di fuori del quale c’è soltanto utopia, fantasia, estremismo. Ecco che allora la produzione di paure collettive è politicamente necessaria. Il pensiero critico smaschera questo agire e afferma che le leggi speciali altro non sono che la duplicazione del fenomeno terroristico nel terrore del terrorismo.
Come tutti i dispotismi anche quello neoliberista non si limita solo a mettere in moto stringenti meccanismi di controllo sociale e di autocontrollo individuale ma crea anche una serie di pregiudizi. Questi pregiudizi da un lato servono come collante per una società di persone infelici e dall’altro permettono di scaricare l’aggressività accumulata in una vita frustrante verso nemici immaginari. Riappaiono così fantasmi che fanno a pezzi la democrazia quali il militarismo e il razzismo...
Il pane che l’industria culturale e i media ammanniscono agli uomini non cessa di essere la pietra della stereotipia. D’altra parte, la crisi delle democrazie occidentali attira l’aggressività sociale nei confronti dei deboli. Attraversiamo un momento storico in cui il sistema di dominio deve ritrovare una maggiore sicurezza. E questa maggiore sicurezza la ottiene verificandosi contro gli immigrati, i lavoratori precari, i nuovi poveri. Nella loro immoralità i centri di permanenza temporanea dimostrano l’accanimento del dominio nei confronti di chi è socialmente penalizzato: l’immigrato extracomunitario che fugge dalla miseria e dalla guerra della sua terra d’origine. Dicevano i francofortesi che la debolezza attira coloro che non sono mai riusciti a compiere il doloroso processo di civilizzazione, consistente nella repressione degli istinti, e che negando le loro paure si sentono in dovere di mostrare la propria forza. Il dominio nella post-modernità è ancora più oggi il sintomo di una grande frustrazione: quella di non aver saputo trasformare il progresso scientifico-tecnologico in civiltà, in maggiore democrazia, in maggiore libertà. Insomma, in vittoria contro il dolore e in realizzazione di un benessere diffuso che la tecnologia potrebbe rendere possibile. Su questo fallimento il dominio alimenta l’aggressività contro indigenti e nazioni povere. La condizione di miseria estrema in cui è stato gettato un continente ricchissimo come l’Africa è sotto gli occhi di tutti. Davanti all’immensità di questo dolore si ripete la tragedia degli olocausti.
Le tante anime del movimento e i partiti della sinistra alternativa avvertono pienamente il pericolo di un precipitare nella barbarie a livello planetario. La dottrina della guerra permanente, l’esportazione della democrazia con i carri armati e la tortura di massa, lo strapotere di organismi finanziari quali il WTO (World Trade Organization), la Banca Mondiale e il Fondo Monetario Internazionale hanno svuotato la politica e in buona parte neutralizzato le sue tradizionali forme di rappresentanza. Semplificando un po’ possiamo dire che il potere sostanziale è nelle mani delle grandi multinazionali e non dei parlamenti. Dinanzi a questa transizione delle forme di governo verso nuovi autoritarismi i partiti di ispirazione socialdemocratica sembrano balbettare...
Purtroppo la sinistra riformista sta dimostrando da molto tempo la mancanza di un’interpretazione che si ponga interrogativi radicali sulla violenza. Una delle carenze più gravi di gran parte della politica è proprio quella di non avere il coraggio del pensiero, il coraggio dell’interpretazione. E’ un limite gravissimo che denuncia il distacco dalla realtà anche di un’area che teoricamente dovrebbe essere illuminata. Si tratta di un distacco relativo ma dirompente. Ci sono tre elementi analitici che il riformismo a mio giudizio dovrebbe recuperare: primo, prendere atto del fatto che la cosiddetta società post-moderna mantiene intatti tutti i caratteri fondamentali del capitalismo; secondo, l’ideologia neocoservatrice è la peggiore delle ideologie perché non si riconosce e non si fa riconoscere come tale; terzo, la realtà dell’attuale neoliberismo non è tanto diversa dal capitalismo di trenta, quaranta anni fa. A questi elementi va aggiunto che la crescete mercificazione di ogni aspetto della vita fa da base alla violenza diffusa alla quale ci siamo abituati: il Mediterraneo è diventato un cimitero di immigrati clandestini entrato ormai a far parte della nostra quotidianità. Tra uno spot e l’altro la Tv ci dice quanti sono riusciti a sbarcare e quanti sono affogati. Poi tutto prosegue come prima in attesa della prossima tragedia. In definitiva: credo che anche la socialdemocrazia debba tornare ad interrogarsi sulle cause del dolore e ad interpretare la fase attualmente attraversata dal capitalismo.
Più volte abbiamo toccato il rapporto tra mass-media, dominio e società. Come è noto la vita politica italiana è condizionata da oltre dieci anni da Silvio Berlusconi, un tycoon della comunicazione. Le Tv di Berlusconi e la pubblicità che le sostiene trasmettono una precisa idea del corpo, dei sentimenti, della felicità, addirittura della sessualità. In una parola: trasmettono un senso della vita. Ogni minuto di trasmissione radiotelevisiva, non solo di Mediaset ma anche della TV pubblica, la RAI, diffonde un’ideologia fondata sull’individualismo, la concorrenza, il possesso, l’arrivismo...
Insomma tutto l’armamentario del liberismo di ieri e del neoliberismo di oggi. Da questo processo la sinistra si sente estranea, come se avesse a che fare con territori neutri, spazi di libertà privata in cui in definitiva la politica non deve entrare. Ed ecco che la pubblicità è la trasmissione più seguita dal pubblico occidentale. Ecco anche che il primo libro globale del movimento è No-Logo di Naomi Klein, un j’accuse contro la colonizzazione della vita quotidiana da parte degli sponsor, contro la pseudocultura del branding, contro la riduzione dell’esistenza a una totale integrazione tra pubblicità, marchio e desideri collettivi. Negli anni ’60 i teorici della Scuola di Francoforte analizzarono il processo di penetrazione dell’ideologia mercantile nelle tante forme di intrattenimento di massa e furono spesso criticati dalla sinistra tradizionale di allora. Poi la scuola di Francoforte è caduta nel più assoluto dimenticatoio. Ma ha elaborato categorie analitiche che forse possono essere ancora utili in una società che ha mitizzato lolite e calciatori e proprio per questo può permettersi di convivere normalmente con una violenza e un dolore ormai senza misura. Qual è una delle più significative?

Direi quella di desublimazione repressiva teorizzata da Marcuse. Per comprendere questo concetto è bene ricordare che per Freud la sublimazione è un processo che spiega attività umane apparentemente senza alcun rapporto con la sessualità ma che trovano la loro spinta nella pulsione sessuale. In questo senso l’arte e l’indagine intellettuale sono attività sublimate. La desublimazione consiste nel processo inverso: le energie prodotte dalla pulsione sessuale non sono più messe a disposizione del lavoro culturale. Attraverso la nozione di desublimazione repressiva Marcuse intende comprendere gli effetti delle libertà calate dall’alto. Si tratta di processi che hanno conosciuto un’affermazione colossale attraverso lo sviluppo dei mass-media.  Prendiamo proprio il caso della libertà sessuale: ai tempi di Marcuse e ancor più oggi la sessualità è promossa come stimolo commerciale, è una voce attiva negli affari della moda e del turismo, è un simbolo di status. In queste sere mi è capitato di guardare in TV per alcuni minuti quella cosa da pazzi che è l’elezione di Miss Italia. Questa forma di libertà di espressione del corpo comporta di fatto una repressione perché impedisce il lavoro di sublimazione degli istinti e sbarra il passo alla formazione dell’autonomia individuale rendendo le persone acritiche e conformiste. Le pseudolibertà concesse dal potere allontanano da quella che i francofortesi chiamavano la felicità della conoscenza e la sostituiscono con un surrogato di potere. Lo spettacolo di Miss Italia comporta che gli spettatori in qualche modo gustino non la felicità della conoscenza ma la furbizia del loro dominio su quelle ombre catodiche seminude che vedono dibattersi per due ore di seguito. Tuttavia, l’accrescimento di tale pseudopotere sulle ombre degli altri è un’estraniazione dal mondo reale. Questa illusione di libertà devia il processo di sublimazione, devia la possibile felicità della conoscenza. Lo spettatore e le spettatrici giocano con quelle ragazze. Le vedono soffrire, piangere, ridere. Finché a poco a poco resta la vincitrice: un oggetto del desiderio lontano ed estraneo a cui si sente il bisogno di conformarsi. Si tratta di un meccanismo ripetuto in mille occasioni della vita quotidiana che non è separato dalla politica perché l’appiattimento dei valori culturali sull’ordine sociale esistente permette la pressoché totale manipolazione dei bisogni. Nel senso che la manipolazione crea il bisogno, il bisogno a sua volta si presenta alla manipolazione e così via in un processo senza fine. Il  risultato è la paralisi della critica e il trionfo del pensiero unico. Se questa non è politica....
Vorrei chiudere questo nostro colloquio tornando al linguaggio politico comunemente inteso. Mi riferisco al rapporto tra partiti della sinistra alternativa, in particolare Rifondazione Comunista, e movimenti. Un rapporto che conosce alti e bassi ma mai interrotto. Come può sviluppare ulteriormente?
I movimenti sono tra i pochi aggregati sociali che si sono assunti il problema del dolore. I ragazzi che partecipano alle marce della pace credo seguano il suggerimento di Adorno: fissano lo sguardo nell’orrore. E così riescono a distanziarsi dai meccanismi del dominio e dell’industria culturale. I mediattivisti ad esempio hanno sviluppato un comportamento da loro stessi definito: net criticism. In questa maniera praticano Internet opponendosi a chi vuol fare della Rete un business o un mezzo di controllo sociale come la Tv. Ecco, direi che ieri come oggi la teoria critica ci insegna a vedere in minoranze escluse, giovani, extracomunitari e precari soggettività che prendono le distanze dalla realtà così come è. Non si lasciano imprigionare. Aggiungo che non si lasciano imprigionare da nessuna teoria. Neppure quella critica. Se saranno in grado ne concepiranno una loro in piena autonomia. Ma va detto che grande è il rischio di essere riassorbiti dal dominio, dalle piccole utopie fatte su misura per piccoli gruppi come è tipico della cultura post-moderna. Forse è proprio qui che le formazioni politiche e un partito come il PRC possono trovare un proprio ruolo. Non certo quello di incapsulare i movimenti ma di condurli verso una razionalità più rigorosa, verso una progettualità che investa il sociale nel suo insieme, verso il sogno di un mondo senza violenza.
 
Alternative, n° 5 del 2005

 



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Sabato 3 marzo un raduno di una centinaia di persone in faccia al Centro Pompidou in solidarietà con il movimento notav italiano, dopo l’assemblea organizzata in questa occasione una piccola manifestazione si è organizzata fino alla piazza del Chatelet Lunedì, 6 marzo, la sede della RAI di Parigi è stata occupata simbolicamente in protesta contro il modo in cui i grandi mezzi di comunicazione italiani, tra cui la RAI, partecipano alla criminalizzazione del movimento NoTAV, senza dare (...)
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Valerio Verbano (Roma, 25 febbraio 1961 – Roma, 22 febbraio 1980) (video)
martedì 21 Febbraio
di : Collettivo Bellaciao
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MERCOLEDI’ 22 FEBBRAIO ore 16,00 in via MONTE BIANCO 114 UN FIORE PER VALERIO, presidio alla lapide sotto casa di VALERIO. ore 17,00 partenza del corteo... MAI COME QUEST’ANNO TUTTI E TUTTE...
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