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Amnistia: dopo la marcia di Natale oggi il dibattito alla Camera

di : Piero Sansonetti
martedì 27 dicembre 2005 - 23h36
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di Piero Sansonetti

In Italia, ma anche in gran parte dell’occidente, l’espressione “tolleranza zero” è considerata una espressione positiva. E’ uno slogan che viene usato con entusiasmo per far funzionare le campagne elettorali. La parola “perdonismo” invece è una specie di ingiuria, si pronuncia con disprezzo e anche con schifata ironia. Eppure "Tolleranza" e "Perdono" sono le due parole fondamentali - dovrebbero esserlo - delle culture dalle quali proveniamo.

Tolleranza è la chiave di volta dell’illuminismo. Perdono è un termine che racchiude in se la sostanza profonda del cristianesimo e dell’insegnamento di Gesù. E’ curioso, ma è così: nella politica italiana tutto è permesso, fuorché ragionare rifacendosi ai pilastri del pensiero illuminista e cristiano. Chi lo fa è considerato un comunista sovversivo e pericoloso. O un anarchico.

La parola tolleranza è anche il fondamento del pensiero liberale moderno. E il fatto che più o meno i quattro quinti del parlamento italiano dichiarino di ispirarsi al liberalismo e considerino, i propri partiti, partiti liberali (da Forza Italia, alla Margherita, ai Ds, forse persino ad An...) non impedisce alla maggioranza del Parlamento e dei partiti di rifiutare qualsiasi politica liberale.

I vecchi maestri del liberalismo dicevano che in alcune occasioni è possibile, per salvare il liberalismo, rinunciare al liberismo economico. Perchè ritenevano che il fondamento del liberalismo, prima ancora della libertà economica, fosse la salvaguardia e lo sviluppo della libertà individuale, dei diritti e della tolleranza. Oggi succede il contrario: una parte molto consistente dei partiti liberali rinuncia al liberalismo, lo sacrifica per salvare il liberismo.

E’ così sul tema dell’amnistia. L’amnistia è uno strumento liberale per eccellenza. In Italia, nei decenni passati, se ne è fatto grande uso. Centinaia di amnistie dai tempi dell’Unità, cioè poco dopo la metà dell’ottocento. Sia per risolvere problemi carcerari, sia per chiudere periodi “storici” di lotte o guerre o violenze, sia per attenuare la durezza delle leggi. Sull’amnistia concessa dal ministro Palmiro Togliatti nel ’47 ai fascisti si costruì la riconciliazione nazionale.

Oggi invece concedere una amnistia è quasi impossibile. Perché? Perché nel marzo del 1992 il Parlamento, sulla spinta “giustizialista” di Tangentopoli, decise di abolire, di fatto, questo strumento giuridico. In che modo lo fece? Modificando la Costituzione e stabilendo, con legge costituzionale, che per concedere l’amnistia occorre il voto dei due terzi degli aventi diritto in ciascuna delle due Camere. I due terzi degli aventi diritto vuol dire quasi l’unanimità. Bastano 150/200 deputati, o 75/100 senatori per far saltare tutto.

In questi giorni una parte del mondo politico si sta mobilitando per forzare questa situazione e ottenere lo stesso l’amnistia, anche perché - per ammissione di tutti - le carceri italiane esplodono, gonfie fino all’inverosimile di donne e uomini accusati di piccoli reati, in gran parte legati alla miseria o alla condizione infernale dell’immigrazione clandestina. Chi, più di tutti, conduce questo sforzo, sono i radicali, il piccolo partito socialista, e Rifondazione, cioè un partito comunista. Non è un paradosso questo? E cioè che alla prova dei fatti finiscano in un esiguo schieramento liberale i partiti comunisti, in lotta contro partiti moderati che si definiscono liberali ma fanno dell’autoritarismo, del decisionismo, del pugno di ferro e della tolleranza zero le loro bandiere fondamentali?

E’ un paradosso fino a un certo punto. E’ inutile che facciamo finta di vivere in un altro “paese politico”. Noi viviamo nel paese dove persino in una città di sinistra come Bologna, il sindaco, ex capo dei sindacati e poi dei “Girotondi”, invoca il rispetto della legge e la repressione verso lavavetri, migranti e clandestini. E dice che questo legalitarismo e questa repressione devono essere il collante della sinistra. E il presidente del Consiglio, liberale, inizia la sua campagna elettorale con giganteschi manifesti nei quali annuncia di avere infilato in ogni quartiere, e in ogni condominio, più poliziotti e più carabinieri. Non facciamo finta di credere che solo la Lega e Borghezio sono forcaioli: il mondo politico italiano, in modo assai trasversale, riconosce quello della “sicurezza” - cioè del legalitarismo, cioè dell’ordine pubblico - come il valore fondamentale e come l’argomento decisivo di qualunque programma politico. Ci si può stupire se un mondo politico di questo genere non riesce a trovarsi a suo agio nella battaglia per l’amnistia?

E allora: perdiamo ogni speranza? No, restano delle speranze, perché c’è un settore della politica italiana - sia al centro (radicali, socialisti, un pezzetto dei ds) sia a sinistra (comunisti) sia in zone cattoliche (della Margherita, dell’Udeur, forse dell’Udc) - che è molto combattivo, ha partecipato l’altro ieri alla marcia di Natale e si darà da fare oggi nel dibattito alla Camera - convocata in seduta straordinaria per questo scopo. Però sappiamo benissimo una cosa: o si riuscirà a convincere della necessità dell’amnistia tutta la sinistra - compreso il pezzo più giustizialista dei Ds - o le possibilità di riuscita sono zero. Solo se la sinistra, a quasi 15 anni da Tangentopoli, riuscirà a ritrovare la sua vecchia e tradizionale ispirazione garantista, sarà possibile tentare una alleanza con qualche settore non reazionario della destra e provare a toccare il limite dei due terzi del Parlamento. Altrimenti vinceranno loro: i nemici del liberalismo, della Tolleranza, del Perdono. Cioè la destra illiberale e gli amanti dell’autoritarismo.

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