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Jarhead, la follia dei militari

di : edoneo
venerdì 17 febbraio 2006 - 09h31
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di Adriana Marmiroli

Nessun combattimento. Niente politica. Un marine nudo con berretto da Santa Claus. Ma che specie di film di guerra è questo? Si chiedeva qualche mese fa un noto magazine statunitense, presentando Jarhead, film di Sam Mendes (American Beauty) che potrebbe essere in prima fila per gli Oscar. Un film di guerra che parla di una non guerra, Desert Storm, dalla parte di un manipolo di marine superaddestrati per uccidere che invece non riescono a sparare neppure un colpo e quando vedono il nemico, quello è misteriosamente e tragicamente carbonizzato, fosforizzato. Sono i ragazzi della prima guerra del golfo, quelli che daranno di matto e moriranno dopo, al ritorno, di mali non meglio identificati.

Formazione e addestramento da manuale, come già Kubrick aveva mostrato e che qui - almeno nella prima parte della pellicola - è il sottaciuto modello: l’apprendistato e svezzamento alla vita militare di un plotone di reclute In primo piano due soldati semplici e un sergente feroce. Jake Gyllenhaal e Peter Sarsgaard: gli occhi più azzurri e sgranati ma non innocenti e il tipo tosto che pare scolpito nella logica dell’esercito ma tanto duro non è. E Jamie Foxx il sergente, scafato “figlio del sistema”. I ragazzi imparano ad amare il fucile come un figlio, un fratello, un’amante. Si esaltano, mimano, in un crescendo di autoesaltazione collettiva la sequenza della Cavalcata delle Valchirie di Apocalypse Now e il bombardamento del villaggio viet (e pensare che Coppola era anti guerra...) si annoiano, si alienano.

Poi l’ordine di partenza, un piccolo brivido: il nemico è là che aspetta. Non fosse che i nostri, che sono tra i primi di un minuscolo contingente di soli 5000 uomini che arrivano al fronte su voli di linea, in quel deserto ci resteranno immobilizzati per oltre 6 mesi, fino a quando attorno a loro i soldati saranno 500.000 (lo dicono le dida in sovrimpressione). Ancora noia, allenamenti a 450 all’ombra, corvée inutili, goliardismo esasperato, punizioni e ancora allenamenti Poi l’ordine di lasciare il campo.

Da quel momento è il vuoto pneumatico del deserto, dei pozzi che bruciano come l’inferno, di quella carovana di auto incenerite, di scaramucce senza vedere il nemico, della crisi di nervi perché finalmente potevi sparare e un generale ti ruba l’obiettivo con un colpo di cannone.

Curioso che nel momento in cui gli americani piangono gli oltre 2000 figli persi in quel “pantano” di sabbia che è la seconda guerra irachena, quella che era stata subito vinta e si sta rivelando il bis del Vietnam, curioso che il cinema scelga di raccontare una guerra che non c’è, quasi sviando il discorso. Un po’ come quando in tempo di Vietnam, prima nicchiò se non ignorò il conflitto in corso, e poi ci arrivò MA.S.H. che però parlava di... Corea! Ma faceva male lo stesso.

Forse aiuta a capire se si guardano i palinsesti Tv: qui quasi con ostinazione Desert Shield torna a emergere da questa e quella serie, come stillicidio di morti, come paura del terrorismo dietro la porta di casa, come riferimento a quell’altrove che sempre più mina le sicurezze di un paese. La miniserie Traffic (appena vista su FoxLife e poi su FoxCrime) partiva proprio dal pre-pantano afghano per raccontarlo come la madre di tutti gli imbrogli: droga, armi, collusioni politica-economia, tratta degli uomini...

E poi si arriva al nodo dolente, a Over There (passato su Fox) che la guerra la racconta in presa diretta. anche qui il vuoto degli appostamenti nel nulla, per ore, a parlare e pensare a casa, ma con la differenza che in questa seconda guerra irachena si muore: per inesperienza, per ignavia, perché liberati e oppressori si fronteggiano nella più totale incomprensione gli uni degli altri L’indifferenza della guerra. E l’indifferenza del pubblico che poco per volta diserta la serie, fino ad abbandonarla del tutto: non ci sarà un seguito per Over There (su Fox) nella prossima stagione, e non perché sia fatto male. Forse è il troppo realismo a spaventare, a ingenerare rigetto.

Meglio temere il nemico da lontano, attraverso il microscopio di Navy Ncis o assistendo alla trasformazione del giovane Danny McCoy, già detective playboy di Las Vegas tornato a casa, ma ombroso, spaventato, angosciato. O pensando che c’è chi veglia su di noi e dà la caccia ai terroristi “in sonno” pronti a entrare in azione (L’agenzia su Hallmark o la nuova serie Sleeper Cell non ancora in onda da noi).

Forse la risposta più vera, però, la dà con bel gusto del paradosso Joe Dante: che in Homecoming, un quasi B-movie horror della serie Masters of Horror, fa risorgere in forma di zombie i veterani del Golfo. Vogliono andare a votare. Bene, pensano al governo: i militari sono sempre stati dalla nostra parte. Salvo poi scoprire che quegli zombie vanno a votare in modo plebiscitario per l’avversario che alla guerra vuole porre fine. Annullarne il voto sarà peggio che mai. Insomma, la gente questa guerra irachena non la vuole vedere, ma inizia ad averne un’opinione molto diversa.

E mentre nella realtà un presidente rivendica la necessità di difendere il proprio paese e la propria gente dal terrorismo e da Saddam, l’antidemocratico, nello stesso modo anti-democratico (carceri come lager, torture, violazioni della privacy, armi non convenzionali...) e tenta anche di insabbiare l’uscita sui giornali delle sue trame più segrete e sporche (intercettazioni illegali, bugie, dossier fasulli...), arriva Syriana (lo vedremo ai primi di marzo) che mette all’indice le trame politico-economiche che stanno dietro a ogni guerra, anche la più (rin)negata: Stephen Gaghan, lo sceneggiatore di Traffic,il film, regista di questo lavoro, intreccia una trama complessa di spie, politici, grandi imprenditori, sceicchi, gente comune, terroristi prendendo a spunto il libro See No Evil dell’ex agente Cia Robert Baer, che racconta le operazioni segrete dell’Agenzia in Medio Oriente Sì, davvero, che cosa ci farà nella notte degli Oscar quel soldatino seminudo con berretto da Babbo Natale davanti a un deserto tanto affollato?

http://www.mymovies.it/dizionario/r...


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