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Sono cento racconti brevi o brevissimi che nell’insieme ricostruiscono, in un’unica vicenda, la Milano dal 1968 al 1977 di un ragazzo della nuova sinistra. Un compagno di base, non un dirigente, né un pentito. Non si parla di analisi politiche o dispute ideologiche, ma di amore, amicizie, famiglia, lotte e scontri concreti. Si legge un “clima”, un’umanità. Sono storie anche vere ma che trascendono, con la scrittura, l’autoreferenzialità. (...)
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Bertinotti affronta i dubbi di gay e lesbiche: "Siamo con voi, con voi possiamo vincere"

di : Stefano Bocconetti
mercoledì 1 marzo 2006 - 13h57
1 comment
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di Stefano Bocconetti

Forse l’appuntamento più difficile. Perché è il punto più dolente del programma, perché in questo caso il compromesso è più evidente. Perché le attese erano enormi, perché su quelle attese, su quegli obiettivi s’è costruito un movimento. Che ha saputo dialogare con la politica, con i partiti. Con Rifondazione. Poi, però, a conti fatti nel programma dell’Unione, nel paragrafo sulle unioni civili si parla di estendere i diritti individuali. Delle persone. Ma non c’è il riconoscimento delle unioni civili. Niente Pacs, insomma. Ed allora, il confronto si fa duro, difficile. Ma si fa, comincia.

Ed è cominciato proprio ieri pomeriggio, in una sala del Centro Cavour, a Roma. Fausto Bertinotti, Titti De Simone, Wladimir Luxuria e Saverio Aversa, responsabile delle “cultura delle differenze” del Prc, hanno incontrato i rappresentanti di decine di associazioni, e organizzazioni dei glbtq, gay, lesbiche, bisessuali, transgender e queer.

Un incontro non facile. Dove la polemica a volte lambisce la propaganda. Per altri partiti. Come nel caso di Helena Velena che dà dello stalinista a Bertinotti, mitigato da un altro aggettivo «fricchettone». Si avventura in ragionamenti sul perché Rifondazione abbia ceduto su questo punto, e non su altri. Come per esempio nella difesa dei metalmeccanici. «Potevate dire: senza i nostri voti non battete Berlusconi. Se non ci sono i Pacs usciamo dall’alleanza». E propone questa lettura: è un prezzo che avete scelto di pagare per avere il benestare ad entrare nel governo. Meglio allora, dice, la Rosa nel Pugno, gli unici ad aver accettato le nostre proposte.

Ma non tutto è così. Certo, l’amarezza è un dato costante. Bilanciata da una valutazione politica: la comincia a fare Antonello Dose, di Arcobalena, la continueranno a fare tanti dell’Arci Gay e dell’Arci Lesbica. E la farà, ripetendo quasi le stesse parole di chi l’ha preceduto, anche il segretario di Rifondazione, Bertinotti. «Non si può esercitare un ricatto, una pressione su un problema come quello che riguarda il mandare a casa il governo delle destre». Spedire Berlusconi, le sue politiche, la sua cultura omofobica e di guerra all’opposizione è una «necessità». Anche di questo movimento, di questi movimenti. Altri cinque anni di destre sarebbero insopportabili per tutti.

Detto questo, però, l’amarezza resta. Come quella del direttore di Pride, Giovanni Dall’Orto. Che non è potuto, né voluto venire all’incontro. Ha mandato la copia del suo ultimo editoriale, nel quale invita a votare Rifondazione. Ma lo fa, scrive, senza entusiasmo. Anche perché - dice - «adesso il nostro segretario si dice addirittura orgoglioso di quel compromesso».

Ma è solo uno degli equivoci che l’incontro riuscirà a diradare. «Scontriamoci - dirà il segretario - confrontiamoci ma evitiamo di fraintenderci. Non ho mai detto d’essere orgoglioso di quel compromesso. Che anzi, dico esplicitamente, come ho sempre detto, abbiamo subito. Ho detto invece d’essere orgoglioso di aver imposto che un governo dell’Unione, di fronte alle divergenze, preveda comunque un suo intervento sulla materia». Si sarebbe potuto fare in un altro modo. Si sarebbe potuto decidere che di fronte ai contrasti, il capitolo venisse derubricato.

Tolto di mezzo, rinviato all’autonomia del Parlamento. Ma a Rifondazione sarebbe sembrato assurdo che un governo di svolta, che deve essere di svolta anche sul piano dei diritti, non prevedesse un intervento legislativo su questa materia. Da qui, quel compromesso.

Bertinotti, lo dice subito, non è alla ricerca di facili consensi. Neanche a lui piace quel compromesso. Però da lì si può partire. Perché è vero che leunioni non sono prese in considerazione ma lì, in quel documento, si parla dei diritti degli individui, anche di quelli che fanno parte delle coppie. Diritto alla reversibilità della pensione, diritto alla casa che Bertinotti propone di «esigere» subito. Nei primi cento giorni.

Qualcuno o qualcuna in assemblea dice che «non ci crede più». Uno domanda: «E se entro i primi cento giorni non accade nulla, che fate?». Bertinotti risponde citando la vicenda di Napoli: «Un anno fa, l’amministrazione decise la privatizzazione del bene acqua. Alcuni ci suggerirono di uscire subito dalle giunte. Abbiamo scelto un’altra strada. Quella di sollecitare i movimenti, di entrarvi, di suscitare battaglie e lotte. Un anno dopo, a Napoli s’è deciso che l’acqua resterà pubblica». E’ una strada, la più difficile, ma è la strada.

Certo, in questo caso è ancora più impervia. Perché con un lucidissimo intervento, la presidente del circolo Mario Mieli, Rossana Praitano, spiega che il diniego a riconoscere le coppie di fatto non è aggirabile. Perché senza non potrà esserci l’intervento solidale, mutualistico dello Stato a difesa del soggetto più debole. Anche qui, Bertinotti riconosce tranquillamente il fondamento di questa posizione. Eppure, lui con una lunga storia di sindacalista alle spalle, sa che spesso è accaduto che intervenendo sugli effetti si è poi riusciti ad aggredire le cause. E allora, propone di «esplorare strade inedite». Di non fermarsi. Di provare, di riprovarci. Suscitando movimenti. Sì, movimenti che Rifondazione non considera una risorsa in più. Considera lo strumento per cambiare la politica, per renderla capace di aggredire e risolvere i problemi. Anche i problemi delle coppie di fatto.

Altre vie non ne vede. Certo, ci sarebbe quella del gesto di teatro. Per capire: quello fatto da Emma Bonino che all’ultima giornata di trattativa sul programma, ha deciso di andarsene. Sbattendo la porta. Atteggiamento che qualcuno, anche in questa assemblea, ha apprezzato. Ha sbattuto la porta, salvo poi firmare il documento, assieme a tutta la Rosa nel Pugno, quindici giorni dopo. «Ecco - dirà Wladimir Luxuria, che ha parlato in un momento di altissima tensione, dovendo superare la voce anche di chi la accusava di aver cercato una sovraesposizione mediatica - quello non sarà il mio metodo. Perché preferirò sporcarmi le mani, lavorare, utilizzare ogni secondo utile per strappare piccole conquiste che vadano nella direzione giusta. Piuttosto che illudere le nostre comunità, con gesti clamorosi, magari solo alla ricerca di qualche voto in più».

E allora, com’è finita? Forse con le parole di una dirigente dell’Arci lesbica, Celeste. Delusa, come tanti e tante. Amareggiata. Che riporta senza commentare la scelta della sua organizzazione di non impegnarsi in questa campagna elettorale. Avrebbe preferito di più, era convinta di essere ad un passo dall’obiettivo. Invece è ancora lontano. «Ma non scherziamo: di là c’è Tilgher, Fiore, c’è la morte». Nessun governo amico, allora. Ma solo una situazione leggermente più favorevole. Per ricominciare a battersi. In completa «autonomia». La stessa che Bertinotti non solo assicura. Ma chiede: «Il nostro ruolo lo pensiamo così. Capaci di interloquire coi movimenti, da posizioni di reciproca autonomia. Ne va delle sorti della democrazia». O forse finisce con la stessa persona che aveva interrotto il segretario chiedendogli che cosa avrebbe fatto se non fossero stati rispettati neanche questi patti, che rincorre Bertinotti fin nella macchina. «Segretario, quel programma è il minimo. Tieni duro, lo vogliamo entro i primi cento giorni. Auguri».

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> Bertinotti affronta i dubbi di gay e lesbiche: "Siamo con voi, con voi possiamo vincere"
1 marzo 2006 - 18h59 - Di 900849c1e3cb34dcd7635fe49922dab2...

«Anche la Rosa nel pugno ha firmato il compromesso»

"Serve una risposta seria e non sguaiata a una domanda di civiltà»

Capisce il malcontento e la disillusione dell’universo gay, ma non si «lascia andare ad una rabbia irragionevole». All’indomani dell’incontro tra Fausto Bertinotti e le organizzazioni “glbtg” (gay, lesbiche, bisessuali, transessuali e queers), Vladimir Luxuria, candidata alla Camera della Sinistra europea-Prc, è più agguerrita che mai: «Astenersi dal voto – commenta per Rosso di sera – o ancor peggio non appoggiare il centrosinistra, significa aver perso oltre ai nervi anche la ragione. Non dobbiamo dimenticare che l’emergenza è evitare altri 5 anni di governo Berlusconi. Il Cavaliere – spiega, – non è solo il leader di uno schieramento che non accetterebbe nella maniera più assoluta di impegnarsi per la regolarizzazione delle unioni civili, ma è anche il capo di una coalizione che apre le sue porte all’apporto peggiorativo delle forze di estrema destra, rischiando di ledere l’integrità morale e il diritto alla vivibilità delle comunità».

Promette battaglia, ma non digerisce le insinuazioni di chi all’incontro di ieri con il segretario del Prc è «andato solo per disturbare e fare campagna elettorale per la Rosa nel pugno. Quel partito – sottolinea l’animatrice di Muccassassina – che ha firmato quello stesso “compromesso” contestato a Rifondazione. Se le unioni, così formate, non fossero piaciute davvero, e se era prioritario il riconoscimento pubblico rispetto all’assicurazione dei posti in parlamento, per coerenza avrebbero rotto con la coalizione di centrosinistra. Ma questo non è avvenuto» sottolinea Vladimir.

«Adesso mi auguro che, in una maniera più leale, la Rosa nel pugno assieme a Rifondazione e le altre forze di centrosinistra cerchi di dare insieme una risposta seria e non sguaiata a questa domanda di civiltà».

A chi si dice «preoccupato per la prossima legislatura», come Carlo Casini (presidente del “Movimento per la vita”), o a chi parla addirittura «deriva spagnola» come il presidente della Camera Pier Ferdinando Casini, risponde senza mezzi termini: «Forse a qualcuno sfugge che non esiste solo il diritto alla vita “di far nascere fisicamente”, ma anche quello di “una vita dignitosa”. Il governo in questi 5 anni non ha dato alla vita il diritto al futuro (con il precariato) e ai sentimenti (con le unioni civili), rispondendo unicamente ai dettami teo-con. Questo governo – conclude – è stato miope sulle questioni etiche: da una parte si sbandierano le difese alla famiglia (che non è assolutamente minacciata da nessuno se non dalle politiche economiche), dall’altra ha anteposto il valore economico dei beni nella vita delle persone, grazie ahimè all’ultima legge sul far west».

www.rossodisera.info






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