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de Luca Visentini via FR
Sono cento racconti brevi o brevissimi che nell’insieme ricostruiscono, in un’unica vicenda, la Milano dal 1968 al 1977 di un ragazzo della nuova sinistra. Un compagno di base, non un dirigente, né un pentito. Non si parla di analisi politiche o dispute ideologiche, ma di amore, amicizie, famiglia, lotte e scontri concreti. Si legge un “clima”, un’umanità. Sono storie anche vere ma che trascendono, con la scrittura, l’autoreferenzialità. (...)
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A proposito di privatizzazioni: SE DICIAMO IDIOZIA (ANTROPOZOICA) ISTITUZIONALE

di : Carmelo R. Viola
venerdì 3 marzo 2006 - 04h19
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di Carmelo R. Viola

La privatizzazione di un servizio pubblico è un ritorno alla giungla, perché, come dice un proverbio siciliano, è come “affidare la pecora al lupo”. Questa espressione non è una battuta né una forzatura e nemmeno un’opinione campata per aria: è la valutazione oggettiva del filo conduttore di quel nuovo corso del capitalismo, che va sotto il nome di neoliberismo e che ha tutta l’aria di essere un’innovazione, avveniristica più che liberale, per il solo fatto di richiamarsi alla libertà. (La famosa “libertà economica” sta per “libertà bellica”!) Non ci troviamo davanti ad un’espressione retorica o che so io bensì davanti ad una logica dinamica estremamente rigorosa e semplice, evidente ed accessibile a chiunque non abbia già indossato i paraocchi.

Un servizio pubblico, proprio perché tale, non può essere gestito da un privato per “la contradizione che nol consente” (come diceva Dante) : infatti, i fini dell’uno e dell’altro sono in diretta contrapposizione e quindi incompatibili. Vero è che il pubblico e il privato sono destinati a conciliarsi ma a condizione che seguano comportamenti complementari ovvero che si integrino a vicenda dando luogo alla socialità funzionale, al socialismo nel senso biologicamente reale della parola. Ma ciò non può avvenire se si scambiano le competenze: un’azienda privata persegue necessariamente profitti privati, non il bene pubblico e comune. E non per volontà del privato ma per il meccanismo stesso della produzione aziendale.

C’è da fare una netta distinzione di fondo. Uno Stato può gestire tutti i servizi pubblici in due modi diametralmente opposti: a) può farlo come azienda di tipo capitalistico che compra il lavoro al minor costo possibile consentito dal mercato e vende i prodotti al maggior prezzo possibile (sempre secondo le leggi del mercato e della pubblicità). Il pubblico - cioè la società - sarebbe amministrato-governato da uno Stato-azienda capitalista. Secondo alcuni tale Stato sarebbe addirittura comunista! Ovvero, il comunismo altro non sarebbe che un capitalismo di Stato! Se così fosse, Marx ed Engels avrebbero potuto fare a meno di eseguire lunghi studi: sarebbe bastato suggerire di passare allo Stato ogni azienda privata produttrice di beni e servizi. L’affermazione “capitalismo di Stato uguale a comunismo” ha del puerile ma anche del furbesco: essa viene fatta circolare da privati capitalisti tesi a moltiplicare il proprio capitale a proprio piacimento. Per questi il vero capitalismo è quello privato. B) Altro modo di gestire l’economia è quello di produrre in maniera appunto socialistica, cioè senza sfruttamento parassitario del lavoro.

Perciò, per stare ai tempi, che con la caduta dell’Urss avrebbero dimostrato la irrealizzabilità del comunismo, bisognerebbe realizzare il vero capitalismo, l’economia naturale ovvero presuntivamente cònsona alla natura dell’uomo. E ci sono riusciti. Oggi per capitalismo s’intende solo il neoliberismo (cioè il ritorno della gestione dell’economia nelle mani dei privati). Ogni intervento dello Stato nel processo lavoro-retribuzione a favore dei lavoratori è bollato come assistenzialismo filo comunista! Tutto dev’essere guadagnato in una competizione fra due forze dispari, “padroni-lavoratori”, sia pure con l’assistenza sempre meno tollerata del sindacato. Tuttavia, bisogna ammettere che i fautori del capitalismo puro o fondamentalista hanno ragione (ogni intervento sarebbe come impacciare la forza del predatore a favore della preda) ma solo limitatamente all’essere il neoliberismo il vero capitalismo integrale e radicale (proprio “alla Pannella”, fautore della cancellazione dell’art. 8 contro la facile causa di licenziamento) ma non nel senso che questo risponda alla natura dell’uomo.

L’uomo è quello che diventa - recita la biologia sociale. Il che significa che risponde sì alla natura dell’uomo primitivo, che non è ancora l’uomo, ma solo il bambino-adolescente dell’uomo evoluzionalmente adulto o dell’uomo propriamente detto: dell’uomo che può-deve “divenire”. Si tratta dell’antropozoo o uomo-animale, che si arricchisce di tecnologia - soprattutto militare - e si camuffa, scambiando il progresso tecnologico, che è neutrale come qualunque strumento, con lo sviluppo civile, che è tale solo se significa maggiore possibilità di rispondere ai diritti naturali. Esso antropozoo gioca sulla psicologia infantile che tende all’accentramento, all’egocentrismo, alla gara, alla sfida, al piacere della provocazione, alla trasgressione e al possesso senza limiti. L’uomo dei capitalisti è tutto focalizzato sulla psicologia del bambino e sull’analogia con il mondo animale. Con la giungla (sic!). Infatti, l’animale, il bambino, l’adolescente e l’uomo comune (medio) tendono al superamento dell’altro, alla prevalenza fine a se è stessa non foss’altro per rispondere - con modi e mezzi primitivi - al bisogno di esistere e sussistere. Dunque, il capitalismo sarebbe naturale!

Ma se prendiamo come parametri esistenziali i comportamenti dei bassi livelli biologici e biosociali, dovremmo trovare naturale (e finiamo per trovare naturale) anche ogni forma di violenza e di crimine per prevalere: per valere di più, per possedere di più, per avere più potere! A dire il vero è quanto si osserva nel comportamento degli Usa, che, al momento rappresentano la superpotenza antropozoica più pericolosa per la specie umana. Ora, l’affermazione che sia “quella” la natura dell’uomo non è soltanto un errore ma una menzogna e l’espressione di una deficienza mentale. Il “compimento” dell’uomo è una conquista: l’uomo “vero” sta nell’alto dell’ideale scala evoluzionale della specie. E’ un possibile punto di arrivo: è la possibile futura società di uomini “compiuti” cioè evoluzionalmente adulti. E perché tale fine, non metafisico ma soltanto biosociale, venga raggiunto, è necessario non solo l’impegno - la volontà/filo conduttore dell’evoluzione come crescita progressiva di consapevolezza e di responsabilità morale (di sintonia ed empatia biosocioaffettiva) ma anche evitare che l’amministrazione dell’economia, insomma della produzione dei beni e dei servizi attraverso il lavoro, della gestione degli stessi e della loro fruizione, avvengano con mezzi e modi che riproducono il formarsi di privilegi e di condizioni di esclusione e di sacrificio gratuito che caratterizzano la società immatura.

L’ondata di privatizzazioni, seguita al fallimento dell’esperimento sovietico (esperimento osteggiato e sabotato in tutti i modi possibili e inimmaginabili dal circostante mondo capitalista) - il Muro di Berlino ne era soltanto un erroneo drammatico baluardo di autodifesa - è la rivincita barbarica del capitalismo ma soprattutto una sconfitta della specie umana, che si avvia, con il ritorno alla giungla, alla propria progressiva fatale estinzione. Non che la “dittatura del proletariato” fosse la soluzione: essa era soltanto un esperimento (come già detto), non privo di errori e di crimini, che fungeva da contrappeso al resto del mondo ed era tutto da emendare nel senso sanamente socialista.

Con quale faccia (tosta) si possa parlare di progresso in atto dell’umanità, è difficile dirlo quando perfino la natura mostra sempre più i limiti della propria sopportazione e incompatibilità con la logica pandistruttiva del profitto privato. E se pertanto diciamo che l’idiozia neoliberista è istituzionale non aggiungiamo nulla alla realtà se è vero che su tale idiozia - o follia - si basa la piattaforma del nostro sistema parlamentare ad alternanza bipolare, additato come neo avamposto europeo della dittatura nordamericana, legittimata dal giochetto elettorale. La disputa Berlusconi sì-Berlusconi no non esce da una comune adesione al neoliberismo: la differenza tra i due schieramenti sta nella maggiore o minore lucrazione del potere non nella possibile soluzione di benessere equo ed universale, che è totalmente estraneo al sistema. Berlusconi - secondo alcuni - avrebbe raddoppiato il suo “predimonio” (detto impropriamente patrimonio) da 5,9 miliardi di dollari a 12 miliardi di dollari. Gli avversari non sanno zittirlo, ma promettono di abusare meno del potere parlamentare quando l’avranno nelle loro mani.

Se diciamo dunque “idiozia (antropozoica) istituzionale” non diciamo niente di straordinario se è anche vero che alla trasmissione di Ballarò di Rai Tre della sera del 7 febbraio scorso, Massimo D’Alema, ex comunista (sentite! sentite!) ha gridato che durante il suo governo vennero realizzate il maggior numero di privatizzazioni! Non è soltanto un traditore del socialismo ma di sé stesso come uomo. Il fatto - filosoficamente claunesco - si commenta da sé. Forse avrebbe voluto anche ricordare di avere servito militarmente la Nato - ovverosia i padroni Usa - nella guerra dei Balcani e, in specie, del Kosovo. Assieme al complice Clinton puntualmente sfuggì ad un meritato processo e questo è certamente un altro merito. Fassino deve essere orgoglioso di avere accompagnato i volontari italiani per i Balcani fino ai confini d’Italia. Sono personaggi della fattispecie quelli che tentano di sbarrare la strada a colui che dispone di una villa per ogni occasione, tutte comprate con il sudore della propria fronte.

Per confutare la “erroneità bestiale” del neoliberismo basta un semplice ragionamento. Una società neoliberista può avere - ed ha - tutti i requisiti per somigliare ad un aggregato naturale, insomma ad una giungla antropomorfa, dove sono due categorie contrapposte: i “padroni del capitale” e i “venditori di lavoro”. I primi hanno il potere finanziario, i secondi anzitutto le braccia e la mente (ma talvolta anche dei beni di costume, come una casa propria ed una o più auto).Da non dimenticare che ci sono i poveri-poveri, gli indigenti totali e i barboni, tutti “margini ufficialmente insignificanti” dell1accozzaglia neoliberista. Ma non ne ha alcuno di requisiti - il soggetto è sempre l’agglomerato neoliberista - per somigliare ad una comunità umana propriamente detta. Il cui requisito essenziale è indiscutibilmente la parità - diciamo meglio la “parità di opportunità” (di cui si parla a vanvera). Con certezza assoluta affermiamo che non c’è parità dove non c’è parità alla nascita. Questa circostanza è fondamentale. E’ la prova del nove. E dove non c’è parità c’è conflittualità anche e soprattutto in termini di crimini, come ci dimostra la delinquenza intralegale (tipo “tangentopoli” sempre affiorante) e paralegale del tipo “mafioso” (che con l’eventuale mafia storica ha in comune solo delle modalità).

Si possono varare tutte le leggi sulla parità che si vogliono, ma se manca quella della “nascita”, non si può produrre alcuna parità. Chi nasce ricco è già un vincitore, un predatore per destinazione genetica o biosociale, un privilegiato di nascita, insomma. Chi nasce povero è una “preda istituzionale”. Avrà magari una casa ed un’auto (con mutui e sacrifici ben noti) ma sarà sempre un concorrente di piccola taglia, una preda che si sforzerà di atteggiarsi a predatore. Non sarà nenessariamente un cittadino esemplare amico dei suoi simili (pur potendo avere amici fraterni): egli vedrà sempre negli altri dei concorrenti anche se si dirà cristiano o che so io. La condizione economica non ne farà necessariamente un proletario rivoluzionario, come vorrebbero i maestri del Centro Comunista “Marx-Engels” di Napoli (magari !) ma sempre un padrone mancato con quanto ciò significa sul piano psicologico e morale soprattutto oggi che, attraverso il “preda-ludismo” (vedi possibili vincite miliardarie!) si fa sognare e talora assaggiare l’ebbrezza dell’essere ricchi oltre ogni bisogno e misura.

Per chi votare alle prossime elezioni politiche? Potremmo dire per il meno peggio se questo non fosse la stessa piattaforma del peggio. Infatti, non pensiamo neppure per ipotesi al miracolo che un figlio di Berlusconi nasca povero!

Non meno esilarante e conturbante è la promessa di un Prodi che dovrebbe ridurre il costo del lavoro, cioè il prezzo di chi ha il solo lavoro da vendere per campare!

La storia sta dimostrando la totale erroneità, vacuità e talora criminosità della “monetocrazia”, la difesa della moneta attiva e il gioco delle “azioni” aperto alla “plebe” dietro cui si nasconde la difesa delle differenze abissali fra ricchi e poveri, fra predatori e prede. La legge finanziaria di fine anno è diventata un concentrato di bestialità burocratiche ad usum delphini.

Il momento in cui la moneta cesserà di essere valore per sé e merce, cesseranno la povertà , il bisogno e la ricchezza parassitaria con tutte le loro istanze e dimensioni. Finirà, insomma, la predonomia spacciata per economia. Ma siamo già nel territorio di un tema che merita una trattazione a sé.



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