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L’ILOZOISMO E LA BIOLOGIA SOCIALE

di : Carmelo R. Viola
sabato 4 marzo 2006 - 04h08
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di Carmelo R. Viola

I marxisti ortodossi e tenaci non accettano l’idea che il motore tradizionale del marxismo non sia stato il classismo, di cui non ci sono tracce nella storia. Infatti, una cosa è l’organizzazione ad hoc di lavoro-dipendenti per la difesa immediata di interessi di categoria (in genere, per un minore lavoro ed una maggiore retribuzione), altra cosa è la spontanea convergenza collettiva dei proletari verso la missione storica della rivoluzione. L’esistenza delle avanguardie, preposte non alla socratica “maieutica” del sentimento viscerale di vocazione alla rivoluzione per effetto della condizione proletaria, bensì al processo di coscientizzazione e di infusione di quel sentimento (proletario-rivoluzionario), nega l’esistenza del classismo e, in specie, del proletariato come classe predestinata alla rivoluzione socialista cioè alla soppressione della classe padronale (sfruttatrice e parassitaria).

Seguendo la stessa “logica il prete potrebbe dire che l’uomo tenda naturalmente alla fede cattolica e alla sudditanza alla Chiesa solo perché ve l’ha sospinto egli stesso attraverso la catechesi. La stessa cosa potrebbero dire anche gli imam islamici costatando la generale accettazione del popolo di un potere religioso che svolge anche i servizi civili, per effetto di una vera e propria paraipnosi subliminale a carico dell’infante.

Tutti questi fenomeni sono riportabili alla potenza suggestiva della manipolazione psicologica dei minori o immaturi), che è comunque una forma di catechesi, più religiosa che razionale, anche quando, come nel caso dell’educazione classista-marxista degli agit-prop, vuole solo essere critica e ideologica.

Sta di fatto che nel rapporto educazione (o istruzione in sede militare), si parte sempre dal presupposto che da una parte c’è chi deve apprendere e, dall’altra, chi deve trasmettere (far conoscere) qualcosa che, nei riguardi dei discendi - o catechizzandi - conosce solo lui. L’educazione della fattispecie è, di fatto, una pedagogia - o antropogogia. Si osservi come nei vari corpi degli agenti dell’ordine - pretoriani di un sistema, civile, politico, giudiziario, militare e fiscale - ma anche nei vari partiti di una certa tradizione c’è come un “sentimento comune”, che non può essere definito altrimenti che “religioso” (il senso dello Stato, lo spirito di corpo, il senso del dovere, il disprezzo del nemico, l’amore di patria, l’amore per l’”arma”, riferito ai carabinieri,ecc.) e come il bisogno di rassicuranza affettiva (2° costante biosociale), ovvero di affettività rassicurante, si vada istituzionalizzando in una serie di valori, come anche l’ideologia risulti essere una fede e come la figura dell’uomo veramente “laico”, alias maturo (lucidamente refrattario ad ogni forma di abbaglio e di cattura suggestiva), sia davvero molto rara.

Con questo lungo discorso ho voluto solo mostrare come la “fede” classista (nel proletario catechizzato) è solo una delle tante “fedi” che consolano l’uomo evoluzionalmente ancora adolescente (che la biologia sociale chiama “antropozoo”), e preparare ad affrontare la resistenza di una seconda “fede marxista”: quella circa l’origine della vita. Proprio a questo proposito, un compagno docente universitario si è seriamente sorpreso del mio porre “ancora” la questione circa l’origine della vita . Infatti, secondo costui, che esprime la generalità dei marxisti ortodosso-tradizionali, tale questione si è chiusa definitivamente con la teoria evoluzionistica di Darwin. Parlavo del fatto che, nell’accezione del pensiero biosociale, biologia ha due valenze: quella della vita organica e, in specie, biosociale, insomma della vita comunemente intesa, e quella della vita in quanto tale, della Vita con la V maiuscola, ovvero di quella che potremmo definire “scienza della vita” partendo dal principio intuitivo che la vita nasce (non può non nascere) dalla vita stessa e che, pertanto, non si sarebbe potuto formare la vita organica e attuale che conosciamo se non ci fosse, in ogni atomo o particella di atomo della materia, la vita potenziale allo stato inorganico.

Allora, diciamo che il fatto che per avere un protozoo occorra il convergere e fondarsi di determinate condizioni ambientali, climatiche e fisiochimiche , non vuol dire che tali condizioni abbiano prodotto la vita ma solo che abbiano consentito l’emergere e il manifestarsi (epifania) di certe forme e livelli di vita, ovvero permesso alla volontà vitale (lo “slancio vitale” di Bergson o la “volontà di potenza” di Nietzsche), ìnsita nella materia - ovvero alla materia (che vuol dire “madre”) semplicemente - di somatizzarsi, anzi di “psicosomatizzarsi”.

Che dal processo, che ha “partorito” il protozoo, sia sorto via via l’animale fino a quello umano, capace di ”pensare sé stesso”, non vuol dire che ci sia un salto totale di qualità. Per convincersene basta osservare come i cosiddetti animali superiori e i primati (di cui secondo alcuni l’uomo farebbe parte) abbiano sentimenti e comportamenti simili a quelli del soggetto della nostra specie.

Con tutto questo voglio dire semplicemente che l’evoluzionismo non spiega l’origine del mondo e della vita, il che, in fondo, è evidente, perché “si evolve qualcosa che esiste di già”. Diciamo allora che “l’evoluzionismo non spiega sé stesso”. Questo tuttavia non condanna l’evoluzionismo né dà ragione al creazionismo. Il creazionismo è un non senso per l’ovvia ragione che nulla viene dal nulla e che un soggetto creatore di tutto dal nulla (dio-persona) è anch’esso soltanto un flatus vocis, cioè una semplice espressione verbale. Ma suggerisce un limite all’evoluzionismo, paradossalmente, per la stessa ragione.

Non arriviamo ad una conclusione ma a quattro constatazioni: 1- che la vita organica o - per il senso comune propriamente detta - sorge, per una complessa e varia con-reazione, dalla vita potenziale (cfr. la teoria della potenza e dell’atto); 2 - che tale varia e complessa con-reazione possa essere definita un’autocreazione della materia, che è vita; 3 - che tale autocreazione ha un andamento evoluzionistico; 4 - che solo dalla vita potenziale si può trarre per intuizione e per constatazioni la conoscenza delle pulsioni costanti di evoluzione (pulsioni costanti su cui si basa tutta la struttura e dialettica della biologia sociale). L’evoluzionismo può essere considerato la cronaca di una storia comune che non conosciamo.

La biologia sociale opera pertanto in àmbito evoluzionistico e non ha la pretesa di conoscere ciò che precede lo scorrere evolutivo (meno le pulsioni costanti della Vita che si fa vita, della Vita potenziale che si traduce in vita attuale) ma solo di dimostrare ciò che può avvenire dopo, sempre per l’effetto interattivo fra costanti ed ambiente (come il “compimento” della nostra specie o la sua estinzione per aborto storico ovvero per saturazione di negatività biologica - o di criminalità - del comportamento adolescenziale o antropozoico - purtroppo, in atto).

Questa nuova sintesi di pensiero, sempre in fatto di definizione della biologia, come essenza potenziale della vita, si rifà al famoso concetto di “ilozoismo” - che vuol dire “divenire della materia vivente” - presente nel pensiero presocratico e in specie presso la scuola jonica. Alla domanda “perché il mondo esista” o “se abbia una ragione” contro il nulla, non possiamo rispondere. Anzi, dobbiamo ritenerle domande oziose. L’uomo, in quanto soggetto autopensante, è ancora il mondo che si riflette su sé stesso:noi siamo il mondo, noi siamo la vita e, in quanto tali, siamo eterni. Magra consolazione, tuttavia, questa constatazione perché la nostra individualità è soltanto uno “scintillio di energia cosciente”, sprigionatasi dall’infinita massa vitale ma pur sempre una parabola. Lo scoprirci essere l’energia del mondo non ci consola perché la nostra unicità individuale viene travolta da altre e da altre ancora. Donde la proiezione foscoliana nella memoria dei posteri (3° costante). Come autocreazioni del mondo siamo condannati ad ignorare la ragione del mondo stesso ovvero del nostro “essere” e a subire il deterioramento (il lento o tragico morire) del nostro “esistere”.. Ma non possiamo andare oltre se non immaginando e “credendo” in un oltretomba appagante con il rischio di essere soggiogati anche per questo dai furbi e dai sadici. L’eternità è a doppio senso (passato infinito-futuro infinito):a mala pena ricordiamo parte del nostro vissuto.

Quando io dico che l’uomo nasce animale mi riferisco ad un momento primordiale della cronaca evoluzionistica della nostra specie: non pretendo né di attribuire alla giungla un potere creativo che non ha né di affermare che l’uomo sia il prodotto della sola evoluzione. Queste questioni esulano dalla competenza della biologia sociale, che è una lettura rigorosa e puntuale del divenire della nostra specie in forza delle pulsioni o motori costanti e delle teoricamente infinite possibili risposte che a tali pulsioni o motori il soggetto dà in reazione all’ambiente inteso nella sua totale accezione ed alle attitudini innate, di cui è portatore ogni nuovo soggetto. La biologia sociale è anche l’interpretazione razionale dei vari comportamenti individuali e dei vari eventi storici che, solo apparentemente, si allontanano dalla semplicità delle motivazionj essenziali.

Se tuttavia, per compiutezza di ragionamento, vogliamo dare una definizione convenzionale al contesto essere-esistere, in cui l’uomo-individuo è inserito, possiamo parlare di “autocreazionismo ad evoluzione a termine” (altri possono usare termini e locuzioni diverse) il che vuol dire che la materia (apparentemente inerte) si autocrea in vita organica dando luogo a tutte quelle parabole (dal protozoo all’uomo) trascinate dal noto pantarei circolare (creazione-estinzione-creazione). La metafisica è l’altra faccia della realtà, che non ci è dato vedere.



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