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Sono cento racconti brevi o brevissimi che nell’insieme ricostruiscono, in un’unica vicenda, la Milano dal 1968 al 1977 di un ragazzo della nuova sinistra. Un compagno di base, non un dirigente, né un pentito. Non si parla di analisi politiche o dispute ideologiche, ma di amore, amicizie, famiglia, lotte e scontri concreti. Si legge un “clima”, un’umanità. Sono storie anche vere ma che trascendono, con la scrittura, l’autoreferenzialità. (...)
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L’OLIMPO DEGLI DEI DI USO QUOTIDIANO E LA STUPIDITÀ DEI MISERI MORTALI

di : Carmelo R. Viola
lunedì 6 marzo 2006 - 04h54
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di Carmelo R. Viola

Non so quanti fossero gli dèi dell’olimpo pagano. Erano certamente tanti se a distanza di decenni dai banchi del liceo ne vado scoprendo sempre qualcuno, ma quelli dell’olimpo predonomico non sono certamente meno numerosi. Sta di fatto che l’uomo, da sempre insofferente dell’essere sfruttato dal proprio simile (ma è un luogo comune anche questo) è, forse con maggiore certezza, proclive a crearsi dei padroni-tutori-direttori spirituali davanti a cui prostrarsi ma da cui essere contemporaneamente protetto.

Il bisogno materno (bisogno di rassicuranza affettiva), che non muore mai, è forse la vera origine dell’autorità politica originariamente attribuita alla volontà di Dio. “Nessuna autorità se non da Dio”: è quanto ripete da sempre la Chiesa ma lo diceva anche il “signore feudatario” che possedeva cose ed uomini (servi della gleba).

Ai nostri giorni i lavoro-dipendenti guardano ai datori (compratori) del lavoro come a delle divinità (anche se non lo vogliono ammettere) e, per quanto male ne dicano, aspirano sempre di trovarne qualcuno che li liberi dalla disoccupazione e dia loro la possibilità di vivere - insomma di essere sfruttati secondo l’uso e la legge.

Ho sentito un dialogo a più voci fra rappresentanti di alcuni Stati europei (i nomi non servono) preoccupati del comportamento autoprotezionistico della potenza elettrica francese, - la omologa Enel di quel paese. Qualcuno di costoro sosteneva che l’Europa è stata creata - anzi, la si sta creando - con la convinzione o speranza che questa possa essere capace di tenere testa alla concorrenza del resto del mondo, ovvero, in primo luogo, degli USA, e quindi di potenze minori come la Russia e la Cina, il che comporterebbe, sempre secondo costui, la necessità che all’interno dell’Europa non ci sia concorrenza o chiusura (autoprotezione). Cosa che, secondo un antico proverbio (non so se di origine siciliana) significa pretendere di avere “la botte piena e la moglie ubriaca” ovvero, nel caso specifico, paesi capitalistici (attivi) senza concorrenza (in pace). Infatti, l’azienda capitalistica è tale in quanto protesa a superare le altre e come se non con la concorrenza?! La concorrenza è il corrispettivo economico (predonomico) della guerra: è la gara a chi preda di più eliminando i (predatori) concorrenti più deboli o meno fortunati. Pertanto, un’azienda non può non competere e l’autoprotezionismo, operato con il concorso dello Stato, è una forma sui generis di competizione esattamente come il monopolio. Nel primo caso, l’azienda è inattaccabile perché protetta (dallo Stato), nel secondo non ha concorrenti (perché li ha già eliminati)

L’azienda capitalista segue necessariamente un parametro predonomico che è quello di predare in tutti i modi possibili o consentiti. Le cosiddette “regole del gioco” sono le regole della predonomia ovvero della gara, corsa o sfida, a chi preda di più. Il potere legislativo è un arbitro, autore delle stesse regole che fa applicare. Esso non pretende di avere una guerra senza morti e ferite (come la socialdemocrazia) ma soltanto il rispetto delle regole, dalle quali dipende la fortuna delle une e il crollo di altre. Il capitalismo “paralegale (detto impropriamente “mafia” per confondere le idee) non fa che aggiungere regole proprie ovvero delle “scorciatoie”per moltiplicare il capitale (il potere monetario e la proprietà immobiliare) ed aggredire meglio i concorrenti (che da predatori diventano prede).

Il grande imprenditore - quello che può vivere come gli pare e per cui la Terra è un grande cortile sotto casa - è una specie di “padreterno” che dispone di un pezzo di “paradiso terrestre” panoramico con veduta sul resto del mondo: la sua fortuna viene celebrata come un valore del paese, un valore addirittura sacro. Sento le parole di Montezemolo, presidente della Confindustria, che dice essere la Fiat, con i suoi conti in avanzo un onore per l’Italia e perfino per il mondo intero! Più chiaro di così!

Si può, dunque, affermare, senza tèma di smentita, che l’uomo è l’ unico ed effettivo creatore della divinità (si può aggiungere “a propria immagine e somiglianza”). In origine, era la paura dell’ignoto, ora è la paura della solitudine e della povertà. La madre naturale non ci accompagna lungo la nostra parabola; il contenzioso per il “mio” non risparmia nemmeno chi ci ha partorito; le vicende separano genitori e figli e la lotta per l’esistenza travolge ogni cosa. Il privato è l’altra faccia del pubblico e se questo è guerra senza quartiere, figuriamoci quello. In cotale contesto una divinità nasce ad ogni angolo di strada.

Nel preoccupato dialogo fra sedicenti “economisti” su come evitare che un’azienda non rispetti le regole del gioco (che sempre Montezemolo ha esaltato come pagine di un vangelo) è ravvisabile un concistoro di apprendisti-stregoni su come fare funzionare degli dèi, da loro stessi creati, perché han finito per temerne la potenza e gli effetti. In realtà, esiste un consolidato “olimpo predonomico”, costituito da una rosa di superpotenti, che hanno nelle loro mani il destino dei propri paesi e quello del mondo intero. Basti pensare alle sole industrie militari degli Usa e della Gran Bretagna, che da decenni producono armi a getto continuo e che da decenni le consumano con guerre senza fine. Sono “divinità” che dànno lavoro e che costituiscono il filone portante dell’economia (predonomia) di due paesi che, altrimenti, stante la moneta attiva, avrebbero fame come i paesi in via di sviluppo.

L’impresa (regno specifico del dio-imprenditore) ha una finalità unica e universale: fare profitti parassitari senza limite. E’ come una medicina, che ha un solo principio attivo ma innumeri effetti collaterali. Di questi uno solo è oggettivamente positivo: è quello del cosiddetto “dar lavoro”, che è poi un comprar lavoro. Il lavoro è un carburante della macchina-azienda. Ebbene, su questo unico effetto collaterale oggettivamente positivo (ed estraneo alla volontà del dio-imprenditore) è costruita tutta l’impalcatura di un capitalismo come organizzazione del lavoro e come strumento unico per risolvere i problemi del fabbisogno sociale. Infatti, tale effetto dovrebbe risolvere la disoccupazione e la povertà e, insieme, la causa della criminalità economica (“predonomica”). Quanto questo non sia vero ce lo dice la cronaca di tutti i giorni.

Un’Europa con imprenditori-dèi-padreterni che non esercitano la concorrenza all’interno dell’Unione è un non senso capitalistico. Per prima cosa bisognerebbe abolire la pubblicità consumistica per finire nella socializzazione della produzione, insomma nel socialismo. E quanta devozione verso tali divinità abbiano i lavoro-dipendenti, alias proletari (con buona pace di Marx), ce lo dicono gli stessi quando “pregano” di essere assunti e quando scioperano perché tali divinità in difficoltà non cessino di fare il miracolo del lavoro, che dà vita. Ma i miracolati non sono mai tutti C’è una questione di capienza e di merito che qualche preghiera ad un omologo di santo (vivente), diciamo una raccomandazione, può risolvere.

La costruzione dell’Unione Europea è un’operazione che avviene all’interno di Stati economicamente (predonomicamente) belligeranti sotto un olimpo di tutto rispetto, anche nel settore bancario-borsistico che è poi l’aspetto più moderno e più sofisticato del business. La civiltà europea, di cui qualche ignorante fanatico, magari in autorevole veste politica, rivendica la radice cristiana (senza sapere quello che dice), è stritolata da due paganesimi: quello praticato dalla Chiesa cattolica (dalle multiformi divise liturgiche, che ricordano insieme lo stregone e il clown, all’iconolatria e idolatria al miracolismo) a quello praticato dai cultori dei sedicenti “produttori di ricchezza sociale”, dall’andamento del cui affarismo dipendono le glorie del Pil (prodotto interno lordo), che è la ricchezza ufficiale del paese, senza che ciò significhi benessere universale e cessazione della disoccupazione, della povertà e della criminalità “predonomica”. Basti pensare che la più grande potenza capitalista del mondo - gli Usa - è insieme il paese più criminale nella vita civile e nella politica estera e più disastrato sul piano sanitario e della povertà. Dunque, il livello del Pil non significa né benessere generale né politica di solidarietà internazionale ma solo livello produttivo dei maggiori potenziati della nazione.

Con l’Unione Europea si vorrebbero creare regole di solidarietà interna fra le grandi industrie: ma è come aspettarsi buoni e leali rapporti di amicizia fra un gruppo occasionale di ladroni di mestiere. Tale solidarietà dovrebbe avvenire in nome dello “spirito europeo” di cui parla il nostro Presidente, ma senza sapere evidentemente che cosa esso significhi.

L’inconscio bisogno materno e la naturale ignoranza continuano a creare dèi perfino fra i calciatori, rozzi predatori di miliardi. Solo ad un livello postantropozoico, quando l’uomo medio avrà una coscienza critica ed una capacità di sintonia bioaffettiva con i suoi simili, potrà sbarazzarsi di tutti gli dèi, sarà in grado di pensare in termini di vera economia, cioè di socialismo, sentirsi veramente laico fuori di ogni liturgia religiosa e ideologica. Allora i miseri mortali cesseranno di essere stupidi e facili prede di predatori d’assalto, padreterni per vocazione. Al momento, purtroppo, è in corso la creazione di “dèi europei”. Sic transit...



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