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Sono cento racconti brevi o brevissimi che nell’insieme ricostruiscono, in un’unica vicenda, la Milano dal 1968 al 1977 di un ragazzo della nuova sinistra. Un compagno di base, non un dirigente, né un pentito. Non si parla di analisi politiche o dispute ideologiche, ma di amore, amicizie, famiglia, lotte e scontri concreti. Si legge un “clima”, un’umanità. Sono storie anche vere ma che trascendono, con la scrittura, l’autoreferenzialità. (...)
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DIARIO DI UNA METAMORFOSI

di : Lucio Garofalo
domenica 12 marzo 2006 - 19h21
1 comment
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de Lucio Garofalo

Dopo lunghi mesi sofferti e travagliati sembra essersi conclusa un’esperienza singolare e, per certi versi, grottesca e "kafkiana", vissuta all’interno di una realtà scolastica del profondo Sud Italia, in un piccolo centro dell’interland avellinese.

E’ la storia quasi surreale di una "metamorfosi", di una rinascita, di un riscatto, ossia del recupero e della riaffermazione della propria dignità, umana e professionale, da parte di un gruppo di lavoratori della scuola.

E’ la storia di uno stillicidio di abusi di potere, di angherie e di soprusi perpetrati da un piccolo "tiranno" ancorato alle vecchie e nuove strutture burocratiche del potere inteso ed esercitato come puro arbitrio personale.

Ebbene, io ritengo doveroso raccontare tale vicenda per informare anzitutto le altre realtà scolastiche e, nella fattispecie, gli altri colleghi, ed in generale per socializzare il patrimonio di valori, di conoscenze e di esperienze che è stato accumulato nel corso di una vertenza che considero più unica che rara rispetto a tutto il territorio nazionale. L’unicità di tale vertenza risiede soprattutto nella nascita e nella formazione di un gruppo alquanto numeroso di insegnanti "dissidenti" che ha preso coscienza dei propri diritti e delle proprie ragioni, riappropriandosi della più importante e preziosa tra le prerogative dell’essere umano, ossia la libertà, intesa anzitutto come libertà di partecipare alle decisioni che interessano il proprio destino e la propria esistenza, e che in questo caso investono essenzialmente la propria condizione lavorativa.

Questi sono i fatti più salienti della vicenda.

In data 30 Agosto 2005 il preside informa il Consiglio di Istituto di aver acquistato (non che sarà acquistato, usando dunque un verbo passato - questa è già un’anomalia) un orologio marcatempo per la rilevazione digitale delle presenze dei lavoratori. Capziosamente, al fine di carpire la buona fede dei presenti, riferisce al presidente del Consiglio di Istituto e agli altri rappresentanti dei genitori che il corpo docente sarebbe favorevole all’impiego di tale strumento di controllo. E’ assolutamente falso! Il Collegio dei docenti non si è mai riunito né tantomeno si è pronunciato su tale materia. Oltretutto siamo ancora in vacanza, i colleghi prenderanno servizio il 1° Settembre.

Il Consiglio di Istituto approva la delibera dell’acquisto, ritenendo veritiere le parole del preside.

Il 1° Settembre 2005 si insedia e si riunisce il Collegio dei docenti per il nuovo anno scolastico. Il clima sembra sereno, per molti è ancora vacanziero. A sorpresa il preside informa il Collegio dei docenti che è stato acquistato un orologio marcatempo per il controllo automatico delle presenze dei lavoratori della scuola. La sala collegiale sembra essere invasa da un gelo improvviso ed anomalo, che contrasta con il clima ancora caldo dell’estate. Tuttavia, nessuno dei colleghi presenti chiede la parola per replicare o per ottenere ulteriori chiarimenti. Anch’io taccio (sbagliando in tale occasione) aspettando che qualcun altro intervenga. D’altronde ero appena rientrato nella sede di Sant’Angelo dei Lombardi, il preside era per me nuovo e sconosciuto, per cui mi trovavo ancora in una fase di studio e di ambientamento.

In un successivo Collegio dei docenti, svoltosi sempre nel mese di Settembre, chiedo la parola per esprimere il mio parere e per avere alcune risposte in merito alla questione dell’orologio marcatempo. Il preside mi censura brutalmente e mi impedisce di parlare. Nessuno dei colleghi interviene in mia difesa, per cui mi accorgo che l’intero Collegio è omologato e represso. A quel punto mi limito ad una risposta ironica e beffarda: "Preside, la ringrazio per la libertà di parola che ci concedete!". Qualche risatina e un pò di ilarità si diffondono nella sala. L’episodio si conclude qui, ma il confronto è soltanto rinviato.

Trascorrono i giorni, le settimane, i mesi. Giungono le festività natalizie. Un pò tutti hanno sottovalutato la questione, ma soprattutto il dirigente e i suoi più stretti collaboratori sembrano sottovalutare le reazioni del sottoscritto e di una nutrita percentuale dei colleghi, come emergerà in seguito. Intanto, nel mese di Novembre il dirigente e le R.S.U. si erano incontrati per negoziare e definire la contrattazione di Istituto.

Ne viene fuori un accordo vergognoso.

Dalla lettura del testo contrattuale risalta l’art. 18 che recita: "Il Dirigente informa la R.S.U. dell’Istituto che è stato acquistato un rivelatore automatico delle presenze per meglio verificare l’orario di servizio dei lavoratori". Ancora una volta il verbo è coniugato al passato, ma soprattutto si nota una voce verbale ben precisa, ossia "informa", così come era già accaduto in sede di Consiglio di Istituto e di Collegio dei docenti. Si desume che non c’è stata alcuna seria trattativa, non si è svolto alcun momento di confronto dialettico, di scambio negoziale, ma soprattutto non è stato definito, approvato e sottoscritto alcun regolamento applicativo (obbligatorio in questi casi) che stabilisca le modalità di impiego di tale strumento di rilevazione automatica. C’è stato solo e semplicemente un atto unilaterale, verticistico e burocratico di informazione da parte del preside, e di certo non è questo il modo più giusto di condurre una contrattazione sindacale, da cui è scaturito non a caso un testo inqualificabile, e non solo per quanto concerne la questione dell’orologio marcatempo.

Ovviamente in questa vicenda risultano assai rilevanti e determinanti le responsabilità delle R.S.U. le quali, in buona o in mala fede, hanno letto, approvato e sottoscritto il documento, ma soprattutto non hanno ritenuto utile ed opportuno avviare una fase di consultazione democratica della base dei lavoratori. A proposito delle R.S.U. sarebbe necessario riservare un paragrafetto a parte per spiegare meglio alcune irregolarità riguardanti addirittura la legittimità stessa della rappresentanza sindacale, in quanto le R.S.U. sarebbero dovute decadere già dal 1° Settembre 2005 in seguito al trasferimento in altra sede di due dei tre rappresentanti sindacali regolarmente eletti a suo tempo, per cui si sarebbero dovute indire nuove elezioni, ma tutto ciò non è accaduto. Come si può facilmente intuire, in questa scuola si vive in uno stato di illegalità diffusa e permanente, o quantomeno di assenza di regole certe, stabili e condivise.

Intanto, all’ingresso principale della scuola viene installato il famigerato apparecchio che sarà all’origine di gravi discordie...

Veniamo così all’inizio del nuovo anno solare. Il 9 Gennaio 2006 riprendono le attività didattiche. Con una circolare interna il preside comunica che dal giorno 16 dello stesso mese i lavoratori della scuola sono obbligati a ritirare il cartellino e a timbrare. Un gruppo di docenti decide di stendere un documento per chiedere al dirigente di rinviare la data, per consentire un momento di confronto e di discussione collegiale che non è mai stato concesso. Il preside risponde picche, ossia che il Collegio dei docenti è già stato informato e che tutti i passaggi compiuti sono stati corretti sotto il profilo normativo. Balle! Anche se per un’assurda ipotesi il preside avesse seguito correttamente le procedure formalmente necessarie, i risultati sostanziali che ne sono derivati, sono talmente rovinosi da indurre a mettere in discussione l’intero iter.

Ecco gli effetti prodotti dalla decisione, arbitraria e autoritaria, del preside.

In data 21 Gennaio 2006 viene indetta un’assemblea sindacale dei lavoratori dell’Istituto Comprensivo di Sant’Angelo dei Lombardi, per affrontare l’argomento. L’assemblea viene convocata dai rappresenanti provinciali di CGIL, CISL, UIL e SNALS. Nel frattempo si è dimessa la R.S.U. della CGIL. Dall’assemblea emerge una vivace critica all’operato del preside e una diffusa contrarietà della base dei lavoratori rispetto all’impiego di tale strumento di controllo, che viene considerato un rito inutile (infatti il registro di classe attesta già la presenza del docente; inoltre, il principale deterrente per l’insegnante risiede nella responsabilità penale rispetto agli alunni che sono minorenni), ipocrita (il docente non deve dimostrare di essere presente nell’Istituto, bensì nella classe, dove è chiamato a svolgere il proprio dovere che è di tipo didattico-educativo, un ruolo che non è assimilabile o equiparabile ad una funzione di natura aziendale, ossia ad una mansione manifatturiera o ad un impiego d’ufficio; inoltre, il compito dell’insegnante non si esaurisce nella classe e nell’orario di servizio, ma prosegue a casa, attraverso la correzione dei compiti, la preparazione delle lezioni, lo studio e l’autoaggiornamento professionale) e costoso (non solo sotto il profilo economico, ma anche per i costi prodotti in termini di stress psicologico ed emotivo, per le ripercussioni negative generate sul versante delle relazioni tra i docenti, nonché per gli effetti destabilizzanti provocati sulla gestione della scuola, sull’andamento del lavoro nelle classi, eccetera). Insomma, ci si interroga sull’effettiva utilità e sull’efficacia di tale strumento di controllo e si risponde in modo decisamente negativo. Sorvolo sugli altri elementi di analisi e di riflessione emersi durante l’assemblea. Al termine della quale si decide di stilare un documento da consegnare, tra gli altri destinatari, anche al MIUR, al Dirigente del C.S.A. di Avellino e al Direttore dell’Uffico Scolastico della Regione Campania.

Nei giorni successivi all’assemblea sindacale vari colleghi decidono di restituire il cartellino e smettono di timbrare. Intanto un esiguo gruppo di "irriducibili" si era rifiutato sin dall’inizio di ritirare il cartellino, per cui non ha mai timbrato. Il clima si innervosisce, la tensione cresce sensibilmente, gli animi non sono più sereni. Il preside emana un ordine di servizio, poi reiterato, con il quale impone di ottemperare alle precedenti disposizioni. A questo punto le posizioni si irrigidiscono ulteriormente, il dialogo tra le parti è completamente pregiudicato, in quanto era impossibile già prima, figurarsi ora! Si inasprisce lo "scontro", la vertenza diventa lunga ed estenuante e si sposta sul terreno squisitamente burocratico-repressivo. Inevitabilmente si allarga il divario delle incomprensioni e degli equivoci. Ha inizio una vera e propria "guerra psicologica" che mette a dura prova i nervi di tutti quanti.

A conti fatti i colleghi che non timbrano il cartellino sono 21 su 54: non sono pochi, anzi!

Intanto, da più parti si intraprendono iniziative di mediazione e di conciliazione, sia da parte dei sindacati provinciali, sia da parte del C.S.A di Avellino e persino dalla Direzione Scolastica Regionale, ma invano! Il preside si ostina a ribadire le sue ragioni, si arrocca nel suo bunker, si affida ad un legale (un avvocato penalista), ricorre alla Procura della Repubblica come se in tale vicenda affiorassero fatti penalmente rilevanti. L’unica "infrazione" commessa dagli insegnanti "ribelli" è la non ottemperanza ad un ordine di servizio, ed è dunque un’infrazione di carattere amministrativo. Il codice penale non c’entra nulla. E’ evidente l’intento intimidatorio nell’utilizzo della Procura della Repubblica e del codice penale, agitati come spauracchi! Non a caso molti docenti cominciano ad intimidirsi, manifestando dubbi ed esitazioni. Dall’ufficio della presidenza partono alcune "contestazioni d’addebito" e viene persino inflitta una sanzione. Anche tali provvedimenti celano uno scopo intimidatorio, ma di fatto sono viziati sotto il profilo formale e procedurale, per cui si annullano da soli.

Ormai appare sempre più lontana e difficile un’equa e pacifica soluzione della controversia.

Un giorno (mi sembra il 23 Febbraio scorso) giunge la visita ispettiva disposta dall’Ufficio Scolastico Regionale, visita invocata con urgenza nel documento redatto e sottoscritto dai rappresentanti sindacali provinciali e consegnato personalmente al Dirigente Regionale. Sembra che gli Ispettori non siano favorevolmente colpiti dalla situazione che si trovano a valutare, anzi appaiono impressionati in modo molto negativo, soprattutto a causa del pesante clima ambientale e della rigidità che caratterizza la posizione del preside.

Nel frattempo i due più stretti collaboratori del preside avevano già rassegnato le dimissioni. Alcuni giorni dopo il preside si mette in aspettativa per motivi di salute.

E’ un segnale di resa del preside? Di certo si tratta di una soluzione quantomeno "pilatesca". Dal C.S.A. di Avellino perviene una nomina coatta che obbliga la vicaria a ritirare le proprie dimissioni e ad accettare il nuovo incarico direttivo. Qualche giorno dopo segue il ritiro delle dimissioni da parte anche dell’altro collaboratore.

Veniamo all’epilogo parziale e temporaneo della vicenda.

Al termine del Collegio dei docenti del 7 Marzo scorso la collaboratrice vicaria, subentrata al posto del preside, comunica la "sospensione" dell’uso dell’orologio marcatempo, in attesa di decisioni provenienti dagli organi superiori. Il 10 Marzo scorso si è svolta un’altra assemblea sindacale con i rappresentanti provinciali i quali, interpretando in modo ottimistico e trionfalistico gli ultimi avvenimenti, hanno evidenziato l’esito positivo della vertenza.

Per quanto ci riguarda la "vittoria" conseguita è soltanto parziale. Adesso si apre una nuova fase...

Una prima, immediata valutazione degli eventi è la seguente: l’esito raggiunto non deve indurre a facili e sciocchi trionfalismi, né al contrario ad un eccessivo pessimismo. Si può essere in parte appagati dai risultati effettivamente conseguiti. La vittoria appare evidente nell’oggettività dei fatti, non è dunque una "vittoria di Pirro". Tuttavia, si tratta di un successo parziale, che a mio avviso ha bisogno di essere formalmente sancito e documentato sul versante normativo, attraverso una sentenza autorevole che attesti e riconosca la illegittimità dell’uso del suddetto orologio marcatempo, così da fornire un preciso punto di riferimento giurisprudenziale per evitare che altrove si possa ripetere quanto si è verificato nella nostra scuola.

Per concludere occorre precisare che la questione dell’orologio marcatempo e la dura vertenza sindacale che ne è scaturita, costituiscono soltanto la punta dell’iceberg di una complessa e controversa realtà, nella quale si intrecciano profonde ed aspre contraddizioni legate ad un’errata e distorta concezione dell’autonomia scolastica, che invece dovrebbe essere intesa ed applicata in base allo spirito più autentico della legge, ossia in termini di partecipazione e coinvolgimento diretto ed effettivo di tutte le soggettività presenti ed operanti all’interno e all’esterno della scuola, quindi come estensione della base politico-decisionale.



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> DIARIO DI UNA METAMORFOSI
13 marzo 2006 - 07h52 - Di ee6435a10927ff548ca3828c0976dc2e...

La tua, la nostra è una storia vecchia di almeno 15 anni fa...Siamo gli "utenti", i destinatari delle elargizioni statali: casa lavoro scuola sanità. Per non parlare di cultura...E lo stato deve identificarsi con la produzione, la competitività. La scuola è un’azienda e il preside diventa un padrone. La vostra ostinata costanza è stata per il momento riconosciuta. Rimane l’amarezza che la tua-nostra lotta è a 365 gradi, diffidare del "padrone" sempre ma anche dei sindacati, dei colleghi, delle verità, delle leggi, dei partiti...insomma una lotta continua ed estenuante, come tanti Don Chisciotte ognuno al suo posto di blocco. Ecco diciamo di partenza, non di blocco.
E va bene osiamo, osiamo tutto. Anche di sperare "che un bel giorno cambierà"...
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