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"La Francia è sempre l’inizio, anche per i precari può essere così

di : Federico Pace
martedì 14 marzo 2006 - 21h31
2 commenti

La legge italiana è più accorta, ma la maggior parte dei "lavoratori interinali" è nelle stesse condizioni. Le opinioni di Accornero, Ichino, Contucci

"La Francia è sempre l’inizio anche per i precari può essere così"

di FEDERICO PACE

JPEG - 14 Kb

Cpe. C’è una sigla di tre lettere al centro della protesta dei giovani francesi. Contrat première embauche, ovvero contratto di primo impiego. Un rapporto di lavoro che permetterebbe, secondo il primo ministro francese de Villepin, di ridurre la disoccupazione giovanile. Un contratto che, secondo i ragazzi, farebbe diventare l’occupazione sempre più instabile e incerta. Sì, perché con il Cpe le imprese potranno, da metà aprile quando cioè Jacques Chirac potrebbe promulgare la legge, assumere i giovani fino a 26 anni e licenziarli nei primi due anni di impiego senza particolare restrizioni.

Gli uni parlano perché si sentono schiacciati dalla precarietà che sembra avvelenare il mondo del lavoro. L’altro parla perché vuole sconfiggere il fantasma della disoccupazione giovanile. Di certo c’è che la transizione dallo studio al lavoro pare essere diventata, per chi la deve compiere, una vera e propria traversata nel deserto. Esattamente come in Italia. E anche in Italia, a parere di tutti gli osservatori, c’è un malessere che monta pronto ad esplodere: arriverà il "vento francese?"

"La cosa più incontestabile degli studi sulla precarietà - afferma il sociologo del lavoro Aris Accornero che sta preparando un libro sull’argomento - è che a pagare sono i giovani, in particolare le ragazze. La quota dei giovani che viene assunta in pianta stabile è esigua: non più di un terzo ce la fa alla prima botta e spesso ce la fa chi ha un elevato livello di istruzione o chi ha un canale privilegiato di accesso al mondo del lavoro. Per questo non credo che sia stata la cosa più sensata da parte di de Villepin andare a dire proprio a questi giovani che per due anni possono essere licenziati."

In Francia il tasso di disoccupazione giovanile raggiunge il 22,2%, un valore di poco inferiore a quello italiano che si aggira da qualche anno intorno al 24 per cento. La gran parte di chi un lavoro ce l’ha si trova in condizioni economiche sempre meno confortevoli e con pochi diritti. Se si guarda ai lavoratori sottopagati, ovvero a chi guadagna meno di due terzi dello stipendio medio di un lavoratore a tempo pieno, ci si accorge che (dati Ocse) in Francia il 26,1% dei sottopagati ha meno di 25 anni mentre in Italia si arriva addirittura al 60,9 per cento.

Dopo l’esplosione delle proteste, de Villepin ha difeso strenuamente il nuovo contratto e in risposta i giovani francesi hanno deciso di non fare passi indietro e hanno promesso per oggi nuove manifestazioni, mentre i sindacati si muoveranno giovedì e sabato.

Saranno manifestazioni che però non riguarderanno solo Parigi e la Francia. Perché i giovani sono i protagonisti, malgrado loro, di un processo di ristrutturazione del mercato del lavoro che investe la gran parte delle città europee. "Se una legge simile dovesse essere proposta anche in Italia - dice Accornero - potrebbe succedere la stessa cosa. Da noi però ce la siamo cavata con l’interinale, una soluzione che costa un po’ di più per le imprese. L’interinale sembra pensato per i giovani tanto che l’80 per cento riguarda proprio loro e un quarto degli interinali viene assunto in pianta stabile."

Il posto stabile appunto. Un miraggio sempre più remoto. Se c’è un’area dove i giovani, e i meno giovani, vengono mantenuti con più drammaticità in una situazione di permanente precarietà è proprio il settore pubblico e in particolare le università. Ne sa qualcosa Pierluigi Contucci, giovane docente del dipartimento di Matematica dell’università di Bologna con un passato negli Usa che è stato tra i coordinatori dell’"esercito degli idonei", ovvero quei professori che avevano vinto un concorso e hanno dovuto aspettare a lungo prima di essere impiegati nel ruolo.

"Io sono stato a Parigi per dei seminari questo gennaio. Conosco molti colleghi. Quello che sta succedendo in Francia - dice Contucci - manda un segnale molto forte a tutti noi. Da Parigi arrivano sempre dei campanelli d’allarme per l’Europa. Certi malesseri diffusi sembra che lì riescano ad emergere con più forza. Il dieci marzo è scoppiata la protesta e oggi già la metà degli atenei francesi vi ha aderito. Non che questo sia di per sé positivo, ma i francesi si uniscono in alcune battaglie con molta più decisione di noi."

Qualcosa di simile a quello che accade oggi era accaduto alla fine del 2003, quando la gran parte degli stati europei aveva cominciato a fare tagli alla ricerca scientifica e i francesi si erano mossi con grande rapidità. "In Francia allora era subito nato il coordinamento ’Salviamo la Ricerca’, dopo pochi giorni avevano sei mila iscritti e all’inizio del 2004 erano in 45 mila, ovvero la totalità del corpo accademico dei ricercatori. In Italia abbiamo impiegato quattro mesi per avere duemila iscritti. E poi il coordinamento si è sciolto come sale nell’acqua. Anche oggi, se devo dire la verità, tra colleghi non si parla molto di quello che accade in Francia".

Con gli studenti Contucci però parla, spesso di prospettive occupazionali, quando i ragazzi gli chiedono cosa possono fare "dopo". E non può fare altro che metterli in guardia: "Non posso che dire loro che non sarò in grado di assicurargli un futuro. Quel che più dispiace è che qui non c’è spazio per tutti gli studenti bravi."

Il rischio di rimanere in quella specie di "apartheid permanente", come la chiama Pietro Ichino, non può che portare conseguenze negative. "In Italia - conclude Accornero - c’è un’idea della precarizzazione del lavoro forse superiore a quella effettiva. Comunque sia però è certo che le idee e le percezioni contano, e inducono molti comportamenti. Un mondo del lavoro precario disorienta e disarma. Se dura ancora qualche anno potremo misurare gli effetti sul tasso di nuzialità. Ed è solo un esempio. Il rischio che corriamo è di avere una società che si avvita su stessa e che spegne ogni stimolo ed iniziativa".

http://www.repubblica.it/2005/j/sez...



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> "La Francia è sempre l’inizio, anche per i precari può essere così
16 marzo 2006 - 11h23 - Di e4ef7a224b8e196eb614da9bcfa44b15...

La storia di A., anni di insicurezza alle spalle. Tra le difficoltà a crearsi una famiglia a quelle di reinventarsi, ogni anno, una nuova occupazione

"Il mio futuro? Precario a vita
Siamo in troppi, basta una scintilla..."

"Storie come quelle della Sorbona potrebbero accadere anche in Italia"
di DANIELE SEMERARO

ROMA - "Le nuove generazioni, i ragazzi al di sotto dei trent’anni, molti di quali escono dai percorsi di laurea in Scienze della Comunicazione sono la nuova manovalanza del 2000. Senza diritti né sicurezze". Così A., il nome lo omettiamo perché, se rivelato, potrebbe perdere il posto di lavoro, ci racconta la sua esperienza da precario nel mondo della comunicazione. Un mondo al quale cui i neolaureati si affacciano con grandi propositi e grandi speranze e dove invece si ritrovano con contratti che cambiano ogni anno e senza alcuna garanzia. Una storia simile a quella di altre migliaia di lavoratori in Italia. Che potrebbe esplodere da un momento all’altro, come è successo alla Sorbona di Parigi.

Qual è stato il suo percorso?
"Il mio storia è simile a quello di molte altre persone che si sono professionalizzate per lavorare nel campo della comunicazione. Mi sono laureato in Filosofia con studi sull’estetica del cinema. Il primo approccio di lavoro l’ho avuto con una grande azienda del Nord dove mi hanno fatto un contratto a tempo determinato. Da lì, dopo qualche anno, sono approdato a un’altra azienda molto grande, a Roma, dove ho iniziato un percorso tutto contraddistinto dalla precarietà di lavoro".

Di che cosa si occupa?
"Lavoro nel campo della comunicazione. Un anno faccio l’autore di programmi, un altro anno faccio il giornalista, un altro ancora mi occupo della regia. Il mio lavoro, di solito, va avanti da settembre a giugno. E così all’inizio dell’estate, ogni estate, devo rimettermi a cercare un’altra occupazione, inviare curriculum, fare colloqui per cercare quelle che si rivelano, alla fine, solamente condizioni di lavoro mai ben definito".

Come cambia la vita di un precario? Quali sono i problemi principali che bisogna affrontare?
"Il primo impatto che ho avuto - io vengo da una città del Sud e quindi ho dovuto per prima cosa trasferirmi - è quello della ricerca di una casa: bisogna affittare un appartamento e i soldi non bastano mai. Per qualche anno ho condiviso l’abitazione con studenti o colleghi, poi da alcuni anni convivo con una ragazza e sono riuscito a trovare una sistemazione. Ma, voglio sottolinearlo, non per meriti miei. Questo significa vivere sempre con una spada di Damocle tutti i giorni. Alla fine diventa un disagio, che non ti permette di fare programmi a lungo termine e ti obbliga a trasformare la tua vita e prevedere percorsi sempre nuovi. Per me non esiste il classico percorso fidanzamento - matrimonio - famiglia: questo richiede sicurezze e benefit. Io non ho nemmeno una pensione! E non è tutto: questo ti preclude anche la possibilità di avere diritti a mutui, finanziamenti... Ormai vivo alla giornata, passo da un contratto all’altro e cerco di non pensare troppo a quello che accadrà in futuro".

Ogni tanto però ci penserà al futuro... cosa le viene in mente? E quali speranze ci sono?
"Mi viene in mente, ad esempio, che se avessi un figlio non potrei mai accompagnarlo a scuola, non potrei garantirgli niente: con il datore di lavoro non si può scendere a patti ma bisogna accettare qualsiasi orario, qualsiasi lavoro. E così un giorno potrebbe capitarmi di lavorare dalla mattina presto, un altro giorno tutta la notte e così via. E poi esiste un altro fattore interessate: ormai c’è un percorso strutturato per cui coloro che vengono assunti sono solo quelli che, dopo 10-15 anni fanno causa all’azienda dove lavorano: se hai un contratto a tempo determinato che viene sempre rinnovato, infatti, è possibile dimostrare la continuità e trasformare il contratto da tempo determinato a tempo indeterminato. Ma non è semplice: se si hanno delle conoscenze la trasformazione non ci mette tanto ad arrivare, altrimenti ci sono i tempi lunghissimi della giustizia... E così capita ormai che coloro che vengono assunti sono quasi esclusivamente persone di 55-60 anni".

Secondo quanto vede ogni giorno nel suo settore e tra i suoi colleghi, il vento francese di protesta potrebbe arrivare anche in Italia?
"La situazione del precariato non esiste solo in Italia. Forse nel nostro Paese è ancora troppo sotterranea, c’è una maggiore contrazione. E poi c’è una lunga serie di ammortizzatori sociali, non dello stato ma dei famigliari: si cerca di risolvere i problemi sempre in famiglia, ma è che chiaro che anche da noi basta una scintilla per far scattare una grande protesta. L’importante è che la nostra generazione si comporti in modo maturo e che non si passi dalla parte della violenza. È chiaro che è facile ripetere le esperienze del passato, come nel ’68 o nel ’77. Mi aspetterei forse però un intervento politico più incisivo".

(14 marzo 2006) www.repubblica.it



> "La Francia è sempre l’inizio, anche per i precari può essere così
18 marzo 2006 - 21h08 - Di 900849c1e3cb34dcd7635fe49922dab2...

Franco Piperno: "Imitiamo la Francia"

Da un articolo-intervista pubblicato su CalabriaOra.

"Ritrovo forti analogie con il Sessantotto, ma è presto per parlare di maggio francese". Dal suo osservatorio privilegiato, di chi ha vissuto i mitici anni della rivolta studentesca e mantiene un rapporto stretto cin i propri compagni esuli a Parigi, Franco Piperno accetta volentieri di commentare con noi la storia più recente.

Parigi è già la capitale del precariato insorgente. Porquoi Paris?

Ci sono delle ricorrenze tipicamente francesi: grandi movimenti sociali finiscono sempre per focalizzarsi su Parigi, per la struttura assai centralizzata dello stato. Questa consuetudine fa si che il conflitto assuma inevitabilmente aspetti insurrezionali, aldilà della stessa volontà dei soggetti che vi partecipano. Nel ’68 la rivolta iniziò nelle università fuori dalla capitale, come Nanterre, ma divenne significativa solo quando arrivò a Parigi, dove ebbe un effetto esplosivo.

Si può parlare di nuovo maggio francese?

E’ un pò presto per dirlo: certo ci sono tutti gli elementi in questo marzo perchè sbocci il maggio. Ma molto dipende come allora, da quello che farà il governo. Chirac tende a prendere le distanze dal suo primo ministro: una volontà di compromesso in grado di arrestare la crescita del movimento. La linea dura invece preparerà un maggio.

Gli studenti del Sessantotto oggi sono lavoratori "garantiti". Qual’è la prospettiva degli studenti e dei precari del 2006?

Quello che sta succedendo in Francia parla anche dell’Italia e degli altri paesi dell’Europa occidentale: lo sviluppo tecnologico della società elimina molti lavori, soprattutto quelli ripetitivi, che diventano precari non tanto per la cattiveria del padrone, ma perchè la domanda varia in maniera rapida, aumentano i costi, e molti vengono buttati fuori dal corpo lavorativo. D’altro canto i ragazzi sono relativamente più preparati ma si ritrovano a fare lavori non gratificanti, che richiedono una minima parte delle conoscenze acquisite, sicchè c’è una condizione di frustrazione di massa. Le vie d’uscita sono un’appropriazione sociale generalizzata, la sicurezza del reddito e lo sviluppo di attività gratificanti.

Perchè in Italia non c’è stata la stessa opposizione alla legge Biagi?

Una delle ragioni per cui la mobilitazione non è stata forte è che la sinistra istituzionale ha contribuito ad incanalarla ed addomesticarla, cosa che tenterà anche la sinistra francese. Se la sinistra italiana vincerà le elezioni però i nodi verranno rapidamente al pettine. Io ho visto nascere a Roma l’ultimo movimento degli studenti contro la riforma e affrontava già il tema del precariato in generale e del precariato intellettuale in particolare. Una buona parola d’ordine per gli studenti può essere "Facciamo come in Francia....".

Appare critico invece il dialogo fra gli studenti francesci e i ragazzi delle banlieus, presenti alle manifestazioni...

Il movimento delle banlieus esprime il punto di vista differente da quello degli studenti universitari, i ragazzi delle periferie hanno un atteggiamento negativo, tendono a distruggere. Forme violente come la distruzione delle librerie nel Sessantotto erano inconcepibili, mentre per loro i libri sono strumenti d’oppressione. L’unione fra le due anime del movimento sarà difficile ma avverrà sicuramente, perchè in Francia i migranti - come in Italia - sono i più precari, relegati in una condizione di seconda classe. Gli studenti medi saranno il collegamento: non tutti gli strati sociali sono presenti a livello universitario mentre così non è per la scuola media, per i licei professionali. Se avverrà questa coniugazione allora la Francia conoscerà un Sessantotto, ma elevato a una potenza più grande.





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