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Le false opzioni della politica: unicità del modello sociale

di : tenebrio molitor
lunedì 27 marzo 2006 - 10h24
1 comment
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di tenebrio molitor

Quanto ci sarà costato, di qui alla sua fine imminente, il rampantismo incolto e tracotante incarnato dalla destra al potere? Il clima da basso impero che accompagna il tracollo del berlusconismo ha mietuto già vittime.

La democrazia, innanzitutto, retrocessa da dimensione di vita a prassi quinquennale analoga al televoto. L’informazione poi, depurata dei pochi informatori veri, si è ridotta al suo contrario, cioè alla propagazione perniciosa non soltanto di false interpretazioni del reale, quanto di un nulla che essa stessa partorisce, ingrassa e certifica (notiziari incentrati per lo più sulle 36 grandi riforme, sull’ora di religione islamica, sulla svolta democratica di A.N.: il nulla, appunto).

E ancora: la verità storica, il senso dello Stato, l’uguaglianza di fronte alla legge, la rappresentatività delle istituzioni, il senso civico: tutto immolato sull’altare del tornaconto privato. L’attacco sferrato ai capisaldi della convivenza sociale è stato spietato e non ha trovato anticorpi a contrastarlo.

Il prossimo ex primo ministro non è apparso dall’oggi al domani, bensì è il frutto di un’opera di demolizione culturale, antropologica, addirittura biologica, avviata trent’anni fa dalla c.d. tv commerciale e sostanzialmente avallata da una controparte politica penosamente priva di ancoraggi e di sogni. L’arrogante esercizio del potere perdurato sin qui promana dall’arroganza con cui il Craxi di allora ribaltava gli assetti normativi a garanzia degli interessi Fininvest, dalla protervia con cui circuiva i lavoratori nella svendita della scala mobile verso il miraggio di una concertazione che ha sempre funzionato unilateralmente.

Nulla si è opposto, da sinistra, alla dismissione delle conquiste civili e sindacali, se non l’acquiescenza a un liberismo di ritorno quale unica ideologia. Così si è finito per dare ragione a Craxi, infatti ormai assurdamente riabilitato. La storia ha dimostrato che da tangentopoli in poi la politica in Italia è un’opzione superflua: che governi Prodi, D’Alema, Amato o questo qui, il solco rimane lo stesso, quello di assecondare la chiesa, di agevolare le imprese, di sacrificare il lavoro dipendente, di ridimensionare l’istruzione pubblica, di privatizzare il sistema informativo, di abbassare le garanzie sociali, di conformare il paese a un modello produttivo cui non si immagina alternativa possibile.

E’ questo il danno più grave e profondo: il prevalere indiscusso di un modello di Stato e di società divulgato catodicamente, culminato nel "solo modello possibile" e universalmente accettato come tale. "Semplificazione" è stata l’arma più contundente brandita dal revisionismo nostrano, un fraudolento concetto impugnato per carpire consensi a buon mercato, e non da oggi. "Torna a casa in tutta fretta, c’è un biscione che ti aspetta" (chi lo rammenta?) fu il serpentesco slogan con cui Canale 5, agli albori della televisizzazione del costume, diede l’assalto alle meningi collettive.

Era già un progetto politico, era già un’idea di vita e di società: la casa quale locus optimum per il contenimento delle pulsioni associative, il contatto mediatico come indispensabile tramite alla (ma al contempo come riparo dalla) realtà esterna, e perciò la televisione come definitivo crisma del reale: ciò che non è in tv (e chi non è in tv) non è. L’unica emozione è la fiction, l’unica esistenza quella entro il palinsesto.

Il berlusconismo è stato, oltre che una iattura in sé, l’avamposto del nulla massmediologico che ha forgiato un prototipo umano incentrato sulla microcefalia acritica e sull’accettazione di ogni nefandezza purché purificata a mezzo etere. Una comunità che piega in sceneggiato la storia, che fa del quiz catodico uno strumento di crescita e di integrazione fra classi, è una comunità vuotocentrica, ispirata a un pensiero che non soltanto è unico ma è per di più un pensiero-ombra, uno sterile riflesso dello schermo, un non-pensiero.

La semplificazione ha finito così per produrre l’auspicata mutazione socio-culturale, basata su manipolazioni condivise: che le dittature siano tutte uguali, che i partigiani abbiano ucciso né più né meno che i fascisti, che è bravo soltanto chi fa i soldi, che la morale con la politica non c’entra, che meno sono le regole e più è la libertà, etc. Consimili profonde riflessioni Berlusconi ha inculcato nel teleutente medio, causandone al contempo la decerebrazione e l’asservimento.

La storia (sempre lei) ha pure dimostrato che la c.d. opposizione non ha alcunché da opporre a siffatta visione del mondo, tant’è che oggi gongola e s’appaga a ragione del suo (presunto) 4% di vantaggio. Forse basterà per sostituire un governo con un altro.

Di certo non basterà per restituire coesione e dignità a una società fatta a pezzi.



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> Le false opzioni della politica: unicità del modello sociale
27 marzo 2006 - 17h08 - Di 79f5311183782a8636db56b0415a0ee6...

Caro "Tenebrio Molitor", riguardo alla questione dell’unicità del cosidetto “modello sociale” occorre osservare che la critica a questa impostazione ideologica non è cosa di oggi, ma fu acutamente condotta già sessantanni fà da Adorno ed Horkheimer nella loro opera chiave : “Dialettica dell’Illuminismo” (1947).

I due filosofi già allora osservavano che il pensiero illuminista non rappresentava soltanto una delle varie ideologie del movimento filosofico del 18° secolo, ma anche e soprattutto l’ideologia dominante della società capitalistica e persino di tutto il complesso di atteggiamenti, che dall’uomo primitivo a quello moderno, ha perseguito l’ideale di una razionalizzazione del mondo tesa a renderlo soggiogabile da parte dell’uomo.
L’Illuminismo, che da sempre ha perseguito l’obiettivo di togliere all’uomo l’angoscia, di smascherare i miti, di rendere l’uomo padrone della natura, si è rivelato esso stesso mito e totalitarismo, proprio in quanto ha avuto bisogno di miti per celare la propria intrinseca irrazionalità. La quale è determinata dal fatto che la pretesa di dominare sempre più la natura tende a rovesciarsi in un progressivo dominio dell’uomo sull’uomo e in un generale asservimento dell’individuo al sistema sociale dominante, che viene sempre presentato come l’unico possibile e senza alternative. Nato per sottomettere la natura al dominio dell’uomo, l’Illuminismo ha finito per rendere l’uomo vittima di quella stessa legge di dominio.
La società ha perso la fiducia in una ragione oggettiva, che crede nell’esistenza di verità universali e immutabili (Platone, Aristotele, Scolastica, Idealismo tedesco), cioè nella capacità dell’uomo di scegliere i fini per orientare la propria vita. La società si è affidata a una ragione strumentale (soggettiva), tesa a individuare i mezzi per perseguire dei fini che la società stessa non può controllare (dal pragmatismo al neoempirismo). Le scelte non aderiscono alla logica della ragione e della verità, ma a quella del dominio e del potere. La filosofia dovrebbe avere il compito di criticare la ragione strumentale, ridando fiducia all’uomo (vedi Eclisse della ragione di Horkheimer)."
MaxVinella






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