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Comunista e non solo. Intervista a Fausto Bertinotti

di : Rina Gagliardi
mercoledì 5 aprile 2006 - 17h57
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di Rina Gagliardi

Questa campagna elettorale non cessa di riservarci sorprese - a volte proprio molto belle. Come quella di Livorno, dove qualche giorno fa un tripudio di bandiere rosse e di falci e martello ha accolto il comizio di Bertinotti. D’accordo, Livorno è terra tradizionalmente rossa, rossissima. Ma non capita spesso che si debba chiudere un grande teatro (come lo storico Goldoni, dove nel gennaio del ’21 nacque il Pci) e trasferire in piazza la folla che si accalca in platea, così fitta da far scattare l’allarme sicurezza. E’ successo qualche giorno fa. Una segnale che ci autorizza a ben sperare? Bertinotti, quasi ancora emozionato, ci diffida dal coltivare troppe illusioni - non fosse altro perché non porta bene. Di sicuro, attorno a Rifondazione c’è spesso un coinvolgimento lusinghiero.

E «su di noi si concentrano molta simpatia, una domanda forte, l’istanza più intensa di una nuova politica». Riusciremo a tradurre tutto ciò in consenso elettorale? «Lo spero vivamente, perché, insomma, questo partito se lo merita, e perché è anche e soprattutto una buona carta per la sinistra e per il futuro dell’alternativa». Intanto, ci sono gli ultimi giorni di lavoro, in cui bisogna pedalare al massimo. E gli ultimi impegni del segretario - tra un “Porta a porta” e un “Omnibus”, Bertinotti affronterà ancora due piazze prestigiose, Bologna, piazza Maggiore, e poi Milano, piazza Duomo, per la conclusione della campagna.

 Tutto chiaro?

Ma sì, che cosa rappresenti per la sinistra (ma anche per l’Italia, se non vi sembra troppo roboante) la risorsa Prc, forse l’hanno capito, lo stanno capendo in molti. Potrebbe essere anche per questo che abbiamo subìto attacchi così malevoli? Prima, la campagna sui candidati così detti “impresentabili”, per fortuna quasi spentasi per autoesaurimento. Poi, operazioni più subdole e “sofisticate”: come quando i giornali hanno parlato di svolte, di strappi, di abbandono della prospettiva di classe - anche di “imborghesimento”. Si insinua l’idea di un imminente mutamento d’identità e di nome, come se il comunismo fosse divenuto un orizzonte troppo stretto per la pratica dell’innovazione che da anni Rifondazione ha fatto sua. Non sono “sussurri”, ma titoli di giornali che disinformano e disorientano. Prendiamo il toro per le corna e chiediamolo direttamente a Bertinotti: ma insomma sei comunista o no?

 Il tuo intervento conclusivo al meeting della Sinistra Europea di marzo è stato “letto” da alcuni giornali come una svolta politico-culturale: l’abbandono di un’ottica di classe e la parallela scoperta della centralità della persona. E’ così?

No, non è così. Nient’affatto. E, anche se non amo molto la retorica dell’ “avevo in realtà detto”, colgo l’occasione per fare alcune precisazioni. Non è in discussione l’abbandono di uno strumento-chiave come il conflitto delle classi, senza il quale non saremmo in grado di leggere il passato e il presente, le dinamiche del passato e le contraddizioni del nostro tempo. Non è in discussione l’identità del partito della rifondazione comunista, che in questi anni ha svolto un ruolo prezioso nella sinistra e continuerà a svolgerlo per molti anni. Non è in causa il nostro storico simbolo, quella falce e martello che rappresenta il nostro referente privilegiato, il mondo del lavoro. Tantomeno è in discussione il riferimento a Karl Marx. Se, per uno di quei giochi o quiz un po’ scemi che si fanno, dovessi per forza scegliere un unico grande pensatore, sceglierei proprio Marx - con una particolare menzione per “La questione ebraica”.

 Perché, allora, questa storia della svolta?

I media hanno l’abitudine di semplificare e di “sensazionalizzare”. Non riescono, e spesso nemmeno ci provano, a rappresentare posizioni un po’ più complesse della dialettica “o bianco o nero”....

 Non farai, anche tu, come quei politici che dicono che è sempre tutta colpa dei giornali?

Ma no, non è questione di “colpa”, se mai di una specie di legge sistemica che tende a governare tutto il mondo dell’informazione e a determinare larga parte dell’immaginario comune: in base a cui una notizia, per diventare tale, dev’esser comunque forzata e ridotta a una verità semplice e/o di comodo. Questo meccanismo produce, spesso perfino contro le intenzioni dei singoli cronisti, vere e proprie falsificazioni - io, per esempio, quella famosa frase (“Basta con il conflitto di classe”) non l’ho proprio pronunciata, nemmeno suggerita concettualmente. Figuriamoci, se mai sono a tutt’oggi accusabile di operaismo...

 Dunque, che cosa hai effettivamente detto?

Ho detto e ribadisco che oggi una politica di trasformazione ha il suo imprescindibile riferimento nella pratica del conflitto di classe, ma non può esaurirsi in essa. Ho detto che si deve stare “con Marx”, senza il quale non si capisce nulla del tempo presente, ma che allo stesso tempo non si può non andare “oltre Marx”. In particolare nella seconda metà del ‘900, sono emerse culture critiche - e conflitti - che fanno parte integrante di una strategia di sinistra, di una cultura politica innovata: la contraddizione di genere così come ce l’ha proposta il femminismo; così come la questione dell’ambiente e del rapporto uomo-natura. Non si tratta di due, se così posso dire, “complementi di lusso” alla centralità operaia, ma di paradigmi che modificano e arricchiscono la nostra idea di liberazione: il movimento delle donne ci ha proposto una critica pratica della politica, che era ieri - e resta in parte sostanziale oggi - fondata su categorie patriarcali; l’ecologismo ci ha insegnato a mettere definitivamente in causa ogni visione produttivistica della società. E i movimenti di questi ultimi anni, da Seattle a Genova in poi, ci hanno prospettato lezioni ulteriori...

 E la scoperta della centralità della persona, una nozione peculiare della cultura cattolica?

Una nozione che il movimento operaio ha spesso trascurato, a volte ignorato e calpestato nelle sue esperienze statuali. Un’idea, non un’ideologia, che oggi invece ci appartiene interamente, e che è declinabile sia come “inviolabilità” dei diritti del singolo, sia come dignità assoluta delle diversità. Non è una conversione al personalismo di Mounier, e neppure una fuoruscita da una visione classista della società. Se mai, se c’è rottura, essa concerne lo schema tradizionale della sinistra - comunisti, socialisti e anche socialdemocratici - secondo cui, appunto, gli interessi di classe, per esser tali e affermarsi come tali, devono disconoscere quelli della persona. Altra cosa, naturalmente, è l’individualismo, talora senza limiti, se il capitalismo neoliberista coltiva come una grande e menzognera illusione, e anzi propone quasi come un nuovo oppio dei popoli: qui, il tentativo deliberato è quello di distruggere ogni soggettività organizzata - come il sindacato - e di azzerare per questa via la capacità contrattuale dei lavoratori. Ma dove sta qui la centralità della persona? Qui, se mai, c’è un arretramento molto grave, anche di natura culturale e civile, rispetto alle conquiste della modernità. C’è la società ridotta a una giungla, a un “bellum omniun contra omnes”. C’è l’isolamento e anzi la solitudine del lavoratore, presente e futuro, costretto a una condizione di sudditanza permanente e privato di ogni certezza: è la precarietà, nuova frontiera globale della lotta di classe, che devasta al tempo stesso il potere della classe lavoratrice e la dignità della persona. Vedi come le due dimensioni si intrecciano organicamente, intimamente? La globalizzazione liberista (e la sua crisi) fanno emergere, da capo, un capitalismo che, in tendenza, non tollera più alcun limite alla sua espansione, perciò vive i diritti, tutti i diritti, quelli di classe e quelli sociali, quelli ambientali e quelli civili, quelli collettivi come quelli della persona, come un impaccio. Un ostacolo alla sua voracità onnipervasiva.

 E’ in questo quadro che oggi la lotta per l’eguaglianza e la lotta per la libertà procedono insieme e non possono più esser contrapposte?

No, anche questa è un’acquisizione, anzi una riacquisizione, necessaria. Troppe volte abbiamo bollato la libertà come un valore “borghese” e abbiamo esaltato l’eguaglianza a discapito della libertà. Dopo le drammatiche esperienze del socialismo reale - dello stalinismo - ma anche nel fuoco della crisi di civiltà dell’occidente, siamo in grado di riproporre questo binomio nella sua integrità. Non è una “concessione” all’avversario: l’abbiamo imparato sulla nostra pelle, a nostre spese, che un processo di liberazione non può fare a meno dell’eguaglianza, ma non può fare a meno né di libertà “formali” né di libertà “sostanziali”.

 Tutto questo ragionamento ha però anche uno sbocco politico: la nascita del partito della sinistra europea. Ora, quando nasce una cosa nuova, in genere ne muore una vecchia, o una che c’è già...O no?

No, lo contesto radicalmente. Questo è proprio uno di quei vecchi schemi di cui ci dobbiamo liberare: che cioè nella sinistra si debba procedere o per scioglimenti o per confluenze. O liquidando le identità o assorbendo quelle altrui. Io penso che qui, su questa cruciale modalità del fare politica, è necessaria, anzi urgente, una forte innovazione. Nella fattispecie, stiamo parlando di un nuovo soggetto politico che nasce dalla convergenza tra Rifondazione comunista ed altre esperienze della sinistra, dei movimenti, dell’associazionismo: un incontro che, in parte, c’è già stato nelle battaglie di questi ultimi anni. Ora, certo, si tratta di fare un salto, di imprimere al processo un’accelerazione politica: che non sarà, però, il frutto di una “sintesi” organizzativa di natura tradizionale. Noi - ed io, per esempio - continuiamo a ritenere essenziale il compito della rifondazione di una forza comunista, radicalmente innovata anche nella concezione della politica (la nonviolenza) ma tesa alla meta, pur storica, del superamento del capitalismo e della costruzione di una società liberata dallo sfruttamento e dall’alienazione. Altre soggettività, si muovono su opzioni diverse: il pacifismo radicale, la contraddizione di genere, l’alternatività del modello di sviluppo, l’ampliamento della frontiera dei diritti. Altri soggetti condividono con noi la gran parte degli obiettivi su cui ci muoviamo, ma diffidano dello strumento-Partito così come è andato strutturandosi nel ‘900 e così come, nella sostanza, continua a strutturarsi. Ecco, si può tentar di comporre queste diversità convergenti in una forza politica di nuovo tipo, di respiro e riferimento europeo, in cui ciascuno rimane se stesso, non si sottrae all’incontro e alla contaminazione, non impone primazie e non rinuncia alle proprie persuasioni? In cui il vero dominus è la pratica di trasformazione che unisce e con la quale tutti si confrontano? Io credo di sì. Questa è la scommessa del Partito della sinistra europea, Sezione italiana.

http://www.liberazione.it/



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