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Sono cento racconti brevi o brevissimi che nell’insieme ricostruiscono, in un’unica vicenda, la Milano dal 1968 al 1977 di un ragazzo della nuova sinistra. Un compagno di base, non un dirigente, né un pentito. Non si parla di analisi politiche o dispute ideologiche, ma di amore, amicizie, famiglia, lotte e scontri concreti. Si legge un “clima”, un’umanità. Sono storie anche vere ma che trascendono, con la scrittura, l’autoreferenzialità. (...)
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di : enrico campofreda
domenica 21 maggio 2006 - 13h01
JPEG - 17.1 Kb

di Enrico Campofreda

Torna, in linea col titolo, il grande gineceo almodovariano come torna il passato di ciascuno attraverso la famiglia scandagliata nell’ultimo lavoro del regista della Mancha in odore dell’ennesimo riconoscimento a Cannes. Com’era stato per l’intenso “Todo sobre mi madre” l’occhio di Pedro osserva una società prevalentemente femminile dove gli uomini sono comparse farabutte o evanescenti.

E’ l’amara sorpresa con cui deve misurarsi Raimunda, una Penelope Cruz dai richiami neorealisti, a metà strada fra la procace sensualità della Loren e l’energica vitalità della Magnani, omaggiata nel film con uno scorcio di “Bellissima”.

Il racconto è drammatico e leggero, come la vita narrata da Almodòvar e trattandosi di vita vissuta, giocata sui ricordi tutto è assolutamente autobiografico, tranne forse qualche ammazzamento di troppo. Azzeccatissime nei vari ruoli le attrici che abbracciano tre generazioni - da Chus Lampreave a Yohana Cobo - e reggono con una recitazione intensa e spiritosa i tanti coloratissimi interni sia d’arredo kitch-pop sia di tradizionali case d’epoca con meravigliosi cortili.

Il ricordo della Mancha dunque, della campagna, del “vento di Levante che fa impazzire la gente”, dei riti e della tradizione dove la morte è esorcizzata tramite la vita. Nell’apertura del film le donne riunite sulle tombe dei cari estinti rendono il cimitero un luogo vitalissimo come fosse un mercato, vociante, colorato e il nero di tanti paramenti è portato con la naturalezza di qualsiasi altro colore.

Tramite le protagoniste - le sorelle Raimunda, che ha Paola come figlia, e Sole originarie della Mancha ma ormai madrilene - il regista rivive legami familiari in un andirivieni di realtà e finzione, in un’immersione onirica che deve comunque fare i conti col tempo che passa. E proprio le generazioni di donne che si succedono - la zia Paola che muore, Raimunda che rileva un ristorante e rilancia la vita dopo la sparizione di Paco, Sole che fa la parrucchiera clandestina nel suo appartamento, Agustina che dalla Mancha viene a trovarle per chiarire dei misteri e farsi curare il cancro, e la madre, fantasma in carne e ossa che ricompare - danno il senso e il ritmo dell’esistenza, dopo tutto e nonostante tutto.

Naturalmente nella vita fioccano imprevisti e colpi di scena: una sera rincasando Raimunda trova attonita alla fermata dei pullman la figlia Paola. Entrata in cucina comprende il perché di quel volto smarrito. Sul pavimento c’è il corpo esanime di Paco, il suo uomo, riverso in un lago di sangue. Aveva tentato di violentare la figlia e lei l’ha infilzato con una lama. Raimunda non si perde d’animo intima alla ragazza di tenere il segreto e, se scoperte, di accusare lei dell’omicidio, quindi fa sparire il cadavere infilandolo nel freezer del ristorante che un vicino ha appena lasciato per trasferirsi a Barcellona. Rivelerà alla figlia che Paco non era il padre, ma il gesto scellerato era comunque degno di quella fine. Amen. E colpo di scena su colpo, Sole che s’era recata al funerale della zia Paola si ritrova nel portabagagli dell’auto il fantasma della madre. Che però morta non era come spiegherà dopo aver preso alloggio da lei per poi aiutarla nell’attività di parrucchiera.

Nel percorso a ritroso sulla riscoperta della propria vita si possono svelare cose in genere cancellate per traumi profondi. Sole e Raimunda, avevano saputo della scomparsa dei genitori in un incendio, a morire in quella casa c’era il padre delle ragazze e una donna (la madre hippy di Agustina) con cui l’uomo s’accompagnava. Il loro padre s’accompaganava a molte donne facendo soffrire la moglie, e il giorno in cui lei vide il marito e la hippy che amoreggiavano nella casa di campagna appiccò il fuoco, presto animato dal vento di Levante. I due morirono, lei sparì. Così tutti credettero che la coppia trovata incenerita fossero i genitori di Raimunda e Sole. Altro mistero svelato e rimosso da Raimunda è l’incesto subìto da parte del padre a seguito del quale nacque Paola, lo rielabora parlando con sua madre. La scomparsa di questa tipologia di uomini non lascia sensi di colpa né rimpianti, al massimo come fa Raimunda dopo aver sotterrato il freezer col cadavere di Paco, s’incide su un albero la data della dipartita.

Intreccio e drammone a tinte fosche che Pedro, con la narrazione brillante che lo caratterizza, riesce a rendere per nulla ingombrante, anzi situazioni pur dolorose che danno i lucciconi alle brave Penelope Cruz e Blanca Portillo (due superbe recitazioni) risultano quasi normali e comunque non angosciose. Certo il passato familiare non si cancella e può influenzare la vita presente con ruoli che ritornano in maniera insana, accade a Sole - separata e solitaria - e alla madre, che in tarda età si ripropongono un rapporto proprio dei decenni precedenti che sa di rimedio e rifugio. Ma può aprire anche scenari di solidarietà tutta femminile, sul cui tema Almodòvar s’era già espresso, e che continua a ribadire senz’ombra di dubbio come inconfutabile realtà relazionale del vivere contemporaneo.

Regia: Pedro Almodòvar
Soggetto e sceneggiatura: Pedro Almodòvar
Direttore della fotografia: José Luis Alcaine
Montaggio: José Salcedo
Interpreti principali: Penelope Cruz, Carmen Maura, Lola Dueñas, _ Blanca Portillo, Yohana Cobo, Chus Lampreane
Musica originale: Alberto Iglesias
Produzione: Esther Garcia
Origine: Spa, 2006
Durata: 121’



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