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de Luca Visentini via FR
Sono cento racconti brevi o brevissimi che nell’insieme ricostruiscono, in un’unica vicenda, la Milano dal 1968 al 1977 di un ragazzo della nuova sinistra. Un compagno di base, non un dirigente, né un pentito. Non si parla di analisi politiche o dispute ideologiche, ma di amore, amicizie, famiglia, lotte e scontri concreti. Si legge un “clima”, un’umanità. Sono storie anche vere ma che trascendono, con la scrittura, l’autoreferenzialità. (...)
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LA TUA RIVOLUZIONE CI SARÁ. Lo sguardo malinconico sul mondo (omaggio a Claudio Lolli)

di : Girolamo De Michele
lunedì 5 giugno 2006 - 02h18
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di Girolamo De Michele

Trascrizione dell’intervento all’incontro celebrativo del trentennale di Ho visto _ anche degli Zingari felici
qui tutti i testi di Claudio Lolli
qui il suono di Ho visto anche degli Zingari felici

Nel mio romanzo Tre uomini paradossali Claudio Lolli compare, di sfuggita. L’immagine di Lolli che porta a spasso il cane ha una sua specifica funzione narrativa, che qui non è importante esplicitare: potrebbe essere uno dei tanti personaggi reali che popolano i miei romanzi. Più importante è il “fantasma” di Lolli che nel III capitolo appare al protagonista nel corso di una sbornia triste, assieme ad Anna di Francia: cioè assieme al personaggio immaginario di una sua canzone. Perché proprio Anna di Francia? Perché questa ragazza è per me, da trent’anni, l’emblema della libertà. In questo intervento vorrei cercare di spiegarvi il perché.

Claudio Lolli ha definito spesso la sua musica “malinconica”. Un po’ per scherzo, un po’ (molto) sul serio, ha detto una volta che quello che cercava di fare con le sue canzoni era di far capire che la malinconia è di sinistra. Strana affermazione, questa. Eppure Lolli parla di felicità: come può un malinconico parlare di felicità? Che felicità è mai quella malinconica?

A me la malinconia fa venire in mente, per associazione, due grandi melanconici: Michelangelo e Leopardi. Michelangelo (che è uno dei poeti che amo di più) era un grande melanconico. Ed era di sinistra: anzi, era di sinistra proprio perché era malinconico, così come Leonardo era di sinistra perché era ateo, o quantomeno era a-teologica la sua arte. Michelangelo è una figura importante nella storia degli spiriti melanconici: con lui si afferma definitivamente l’idea che i melanconici siano non una stirpe maledetta dalla nefasta influenza di Saturno, ma dotati, grazie all’influsso dell’astro saturnino, di una diversa possibilità, che sta a loro inverare o lasciar cadere. Lo sguardo malinconico è, in Michelangelo, lo sguardo del notturno, di una dimensione alternativa che contiene la possibilità della diversità. La notte è il giorno dello spirito saturnino, la sua oscurità è la sua luce:

...el vulgo volle
notte chiamar quel sol che non comprende (Michelangelo, 101).

Lo stesso sguardo si trova in alcuni luoghi leopardiani, in particolare nella pagina dello Zibaldone dell’8 febbraio 1821, dove il poeta di Recanati afferma che «lo scopo dei governi (siccome quello dell’uomo) è la felicità dei governati», ossia «la felicità pubblica e privata, in somma la felicità possibile degli uomini come uomini [...] cioè la felicità relativa e reale, e adatta e realizzabile in natura, tal quale ella è, non riposta nelle chimeriche e assolute idee, di ordine e perfezione matematica». Per capire questo passo bisogna tener presente che gli Illuministi, che Leopardi leggeva, concepivano la felicità con come la realizzazione di un benessere, ma come una condizione nella quale gli uomini sono liberi di soddisfare i propri bisogni: come libertà dalla servitù materiale e intellettuale, dunque.

È di questa libertà che si sostanzia lo sguardo malinconico, cioè lo sguardo del possibile, di Claudio Lolli. Ed è questa la libertà di cui si nutre Anna di Francia, libera tanto dalla servitù delle parole univoche quanto dall’irrigidimento delle parole in cose naturali:

Anna si arrabbia, basta parlare,
Anna si alza, andiamo via
e mentre la stra da mi fa perdonare
c’è Anna che brinda alla sua anarchia

Nel gesto di Anna «imprendibile più di un momento» c’è il rifiuto di un linguaggio che si è irrigidito nell’ideologia, nello slogan, nella frase fatta: nell’univocità dei significati. A questa libera donna la voce cantante promette una vita non irrigidita negli oggetti d’uso, nelle cosa chiare, definibili, funzionali:

Non sarò per te un orologio,
il lampadario che ti toglie il reggiseno ... non sarò per te un esattore
di una lacrima ventuno volte al mese

...

non sarò per te solo uno specchio
di una faccia che non cambia mai vestito,
non sarò il tuo manico di scopa
travestito da amante o da marito

...

[non sarò] il dentifricio che fa a pugni con il vino

Il linguaggio non è fatto né di parole univoche, né di cose naturali: è fatto di oggetti variabili che intessono relazioni tutte da costruire tra cose e parole, è fatto di significanti fluttuanti, eccessivi rispetto al loro oggetto (parole come “libertà”, “felicità”) e di significati fluttuati (parole come “robo”, “coso”, suoni come “eh...”, espressioni come “vuoi che ti dica”, dove il significato è in difetto rispetto a ciò che ancora dev’essere conosciuto). La lingua che usiamo perde la propria libertà, cioè il regno del possibile, quando si blocca nella convenzione linguistica o quando si fa didascalia di un’esistenza che si esaurisce nella descrizione della funzione, nella tranquillizzante sicurezza degli oggetti. Se ora rileggete il testo di Ho visto anche degli zingari felici, noterete che Lolli non usa parole univoche, né immagini materiali:

il meraviglioso equilibrio
di un’obesità senza fine,
di una felicità senza peso.

Oppure:

è vero che spesso la strada sembra un inferno
una voce in cui non riusciamo a stare insieme.

Per contro, quando le immagini sembrano cose, avviene subito uno spiazzamento, uno slittamento laterale, come nella serie gobbo-tredici-ubriaco: l’astrattezza del tredici (avete mai visto un tredici per strada?) contraddice la naturalità della cosa-gobbo, l’ubriaco fa slittare il senso dello sputo, che non è evidentemente scaramantico, giacché gli ubriachi non portano sfortuna, ma provocano disgusto: sputo diventa allora una parola-baule che racchiude un intero mondo di parole, quel mondo nel quale «non vogliamo pagare / la colpa di non avere colpe», o nel quale «non vogliamo cambiare / il nostro inverno in estate». E il Vietnam di cui canta Lolli quale sarà, dove sarà? Di là dal mondo, sull’altra faccia dell’atlante, o qui, nella cucina familiare «della mia gente», nei sogni del poeta o sulle prime pagine dei giornali?

Le chiavi di questi bauli sono contenute nell’album successivo, Disoccupate le strade dai sogni. Qui troviamo la più compiuta descrizione di un mondo ridotto a cose, alienato in funzioni univoche, calcolabili, governabili. Incubo numero zero contiene un programma politico che eccede l’alternativa destra/sinistra (così come la socialdemocrazia di cui si parla in tutto il disco); piuttosto, sorprende che questi testi siano contemporanei all’inizio della riflessione di Foucault sulla governamentalità:

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disoccupate le strade dai sogni
sono ingombranti, inutili, vivi
i topi e i rifiuti siano tratti in arresto
decentreremo il formaggio e gli archivi.
Disoccupate le strade dai sogni,
per contenerli in un modo migliore,
possiamo fornirvi fotocopie d’assegno,
un portamonete, un falso diploma, una ventiquattrore.
Disoccupate le strade dai sogni,
ed arruolatevi nella polizia,
ci sarà bisogno di partecipare
ed è questo il modo
al nostro progetto di democrazia.
Disoccupate le strade dai sogni
e continuate a pagare l’affitto
ed ogni carogna che abbia altri bisogni
dalla mia immensa bontà sia trafitto.
Da oggi è vietata la masturbazione
lambro e lambrusco vestiti di nero
apriranno le liste di disoccupazione
chiudendo poi quelle del cimitero,
e poi, e poi,
poi costruiremo dei grandi ospedali,
i carabinieri saranno più buoni,
l’assistenza forzata e gratuita per tutta la vita
e un vitto migliore nelle nostre prigioni.
Disoccupate le strade dai sogni
e regalateci le vostre parole,
che non vi si scopra nascosti a fare l’amore
i criminali siano illuminati dal sole.

Qui tutto è quantificabile, parcellizzabile, misurabile. I valori saranno espressi da indici numerici, diagrammi cartesiani li descriveranno sotto forma di curve calcolabili: avremo indici di soddisfazione degli utenti, qualità dei servizi, certificazioni delle competenze acquisite da conservare in un apposito portfolio, certificati di esistenza in vita - persino la bontà dei carabinieri sarà misurabile, quantificabile e descrivibile graficamente. I sogni no, non sono certificabili né quantificabili: sono ingombranti, inutili, vivi. Anche vita non è un designatore, ma una parola-baule, o un significato fluttuato: nello sguardo malinconico sula vita c’è sempre un di più di vita possibile che ancora non conosciamo da aggiungere alla vita vissuta. Ma - Attenzione - anche i sogni, la fantasia, l’utopia possono diventare una prigione:

Però ci si affeziona anche alla propria fantasia alla propria confusione
al proprio essere persi in mezzo al mare,
e le vele e le reti e le prigioni sono calde e danno sicurezza
proprio come dei santi incorniciati.
Attenzione: che non ci si risvegli una mattina
con qualche cosa da salvare.

...

Attenzione a non lasciarsi per la strada i gesti,
le parole necessarie per parlare,
attenzione a non svegliarsi una mattina
senza la voglia di cambiare.

La coppia cosa/parola (con tutte le pratiche politiche e personali che da questa falsa contrapposizione derivano) è la chiave per chiudere il baule. La chiave per aprirlo è un verso di Analfabetizzazione:

perché la semantica o è violenza oppure è un’opinione,
ma non è colpa mia, non saltatemi addosso
se la mia voglia di libertà oggi è anche bisogno di confusione.

Questa frase - la semantica o è violenza oppure è un’opinione - me l’ero ricopiata e attaccata al muro trent’anni fa. Oggi la insegno, la scrivo ogni anno alla lavagna al termine della lezione sullo stoicismo, in epigrafe alla dottrina stoica del significato (i significati sono incorporei, scivolano sulla materialità delle parole e delle cose designate).

E oggi che gli dei ci sono nemici, vale ancora lo sguardo malinconico, lo sguardo sul possibile, sulla libertà dalla servitù della mente e del corpo? Negli Zingari avevamo trovato la parola inferno, ricordate? «È vero che spesso la strada sembra un inferno...». Fortini, in quel gran libro che è Verifica dei poteri, parla dell’inferno come de «il male divenuto tranquillo»: in un mondo ridotto a parole-scheletro e a cose tranquillizzanti, il linguaggio non viene messo in discussione, i bauli restano chiusi perché non sono visti come tali, e la stessa precisione delle parole - ci vogliono parole molto precise per contenere in esse interi mondi - si ammala della peste del linguaggio e dell’immaginario: e allora non distinguiamo più l’inferno dal paradiso, non combattiamo più «l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme». L’alternativa è data con facilità: «accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più». Al malinconico questo esercizio di addomesticamento non riesce: il suo sguardo vede il possibile, il non-ancora-reale che eccede il reale, pratica l’arte di «cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio». Diventa uno sguardo che si sdoppia, che vede ciò che c’è e ciò che non c’è (ancora).

Lo sguardo malinconico sul mondo permette a Lolli di scrivere questi versi (Ulisse):

il destino, il fato, è cambiato,
e oggi gli dei ci sono nemici
e certamente non basta più viaggiare
per sembrare degli zingari felici

Ma anche, in versi dedicati a un amico, che è anch’egli, a modo suo, un poeta (è poeta chi vive da poeta, e sa scovare dio transustanziantesi in un campari soda):

La tua rivoluzione non c’è stata ma ci sarà, perché il futuro e lungo.

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