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Sono cento racconti brevi o brevissimi che nell’insieme ricostruiscono, in un’unica vicenda, la Milano dal 1968 al 1977 di un ragazzo della nuova sinistra. Un compagno di base, non un dirigente, né un pentito. Non si parla di analisi politiche o dispute ideologiche, ma di amore, amicizie, famiglia, lotte e scontri concreti. Si legge un “clima”, un’umanità. Sono storie anche vere ma che trascendono, con la scrittura, l’autoreferenzialità. (...)
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Considerazioni su pacifismo, militarismo, sinistra e governo

di : Graziella Mascia
martedì 6 giugno 2006 - 04h23
3 commenti
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Cari amici (e compagni) che critiche stupide fate a Bertinotti!

di Graziella Mascia

Il simbolico ha tutti i limiti del simbolico, ma in questa contesa tra simbologie l’unico che merita un sincero apprezzamento politico ed umano è Fausto Bertinotti. Qualcuno ha definito questo 2 giugno “il festival dell’ossimoro”, e forse è così. Cosa è stata, infatti questa festa della Repubblica, se non un’occasione per dare un messaggio di discontinuità, attraverso i simboli, per inaugurare una nuova stagione politica?

Un tentativo per lo più mal riuscito, perché troppo timido, troppo ambiguo e per qualche verso anche un po’ stupido. Farei un’unica eccezione per la spilletta arcobaleno di Fausto Bertinotti. Da una parte la parata che attraversa i Fori Imperiali: ha ragione Pietro Ingrao, l’esercito ha il compito, secondo la nostra carta costituzionale, di tutelare la libertà e l’indipendenza dell’Italia e certo nessuno pensa che la sola presenza di un esercito sia la causa di una politica guerrafondaia.

Dunque, nessun pacifista se la può prendere con le divise. Si può discutere sull’organizzazione e i compiti delle stesse, e si può persino sognare un mondo che non ne abbia bisogno, ma è certo che uno Stato, oggi, deve avere un esercito, delle forze di polizia, degli agenti di polizia penitenziaria, ecc...

Il problema che si pone è sempre lo stesso: il loro rapporto con la Costituzione, o, invece, la contrapposizione con i suoi principi per responsabilità delle politiche governative. La realtà che abbiamo conosciuto corrisponde soprattutto a questa seconda ipotesi. E’ chiaro a tutti che la politica estera del governo Prodi non si misura su una parata, ma è altresì evidente che - in un mondo attraversato da guerre, in cui da anni si discute se il terrorismo si può combattere con la guerra, se la democrazia si può esportare con le armi, ecc. - anche una parata è un modo per esprimere una idea politica.

La sfilata di carri armati e di stellette militari è un messaggio di muscoli e di virilità, fa pensare a una politica che intende misurarsi sui rapporti di forza e non sulle relazioni internazionali. E se Prodi ha sentito il bisogno di precisare che quest’anno “è stata molto pacifista” non è per “strizzare l’occhio a Bertinotti”, ma per rispondere a un sentimento e una attesa che attraversa tutto il popolo dell’Unione.

E per questo non può bastare. Una “paratina” anziché una parata parla la lingua della timidezza e dell’ambiguità, sta al di sotto del programma dell’Unione, che invece fa esplicito riferimento all’art. 11 della Costituzione. Si potrebbe azzardare che non contrasta con la decisione del ritiro delle truppe dall’Iraq, ma non dichiara una svolta netta in politica estera. Tuttavia, questo è il punto, siamo sempre sul simbolico. Perciò stanno qui anche limiti, contraddizioni e strumentalità di alcuni esponenti pacifisti.

Se la questione è simbolica, è giusto convocare una contromanifestazione e, semmai, ha ragione Rina Gagliardi, è necessario chiedersi perché la stessa si traduce in una testimonianza di nicchia, che finisce con l’apparire a sua volta rituale, ripetitiva, autoreferenziale, anziché una manifestazione di massa che richiama l’attenzione sulle atrocità delle guerre ancora di questi giorni.

Ma perché questo interrogativo sia efficace, bisogna avere chiari i limiti del simbolico, sapere che le politiche concrete del governo sono altra cosa, che si può usare il primo per forzare le seconde, ma che le due cose non si sovrappongono automaticamente. Confondere i due piani vuol dire farsi del male: pensare che la presenza e la spinta dei movimenti su questi temi possa esaurirsi nella giornata del 2 giugno sul tema della parata, sarebbe assurdo e controproducente.

Viceversa è necessario che governo e parlamento avvertano fino in fondo la responsabilità di tradurre in politiche concrete il sentimento di massa che ha portato in piazza milioni di persone in questi anni, per chiedere il ritiro delle truppe dall’Iraq e una vera politica di pace. Sarà necessario andare oltre gli ossimori, da entrambi le parti. Ma se la giornata del 2 giugno, su un terreno esclusivamente simbolico, rappresenta in qualche modo un’anticipazione sul rapporto tra politica e società, tra governo e movimenti, tra istituzioni e sinistra diffusa - sono d’accordo con la Gagliardi - c’è da preoccuparsi seriamente.

Nelle critiche a Fausto Bertinotti si possono leggere insieme caratteristiche più che autoreferenziali, narcisiste e strumentali insieme, di quelli che amano fare i “più uno”, cioè di quei grilli parlanti che amano “lisciare il pelo” agli scontenti (che non mancano mai), e che contano sul fatto che le persone non hanno memoria e si possono accontentare delle chiacchiere. Deve essere certamente così, se tra coloro che alzano il dito per criticare Bertinotti, stanno esponenti politici che hanno partecipato alla guerra in Kossovo, che anche allora criticavano il governo di centro sinistra che la guidava, ma sono rimasti al governo.

La preoccupazione, però, non è per chi pensa di far politica con le furbizie, le bugie e le mezze verità. Questi ci saranno sempre, e prima o poi si spera debbano rendere conto sulle cose vere. La preoccupazione è tutta politica, e riguarda esponenti di movimento e di forze politiche che forse credono davvero che Fausto Bertinotti “avrebbe dovuto disobbedire”, “non doveva stare sul palco” ecc..

Qui il deficit è molto grave e va persino al di là di una dialettica, sbagliata e già pericolosa, che si può sintetizzare in ”Governismo” e “Antigovernismo”, che è chiaramente espressione di una cultura politica giocata tutta dentro la dimensione istituzionale, la stessa che si vorrebbe contestare. Questo deficit attiene al senso e al contenuto dei ruoli istituzionali, alla conoscenza profonda dei dettati costituzionali, alla necessità di restituire valore a quei luoghi della rappresentanza (non esclusivi, ma certamente strategici), come il parlamento, in contrasto con chi (e sono tanti e potenti) questi luoghi vorrebbe cancellare ed espropriare, per affidare a pochi, e ai soli esecutivi, tutti i poteri di decisione.

Abbiamo dimenticato la storia del movimento di questi anni, la contestazione a quei luoghi tecnocratici, a-democratici, in cui i pochi potenti del mondo pretendono di dettare legge per tutti? Abbiamo scordato gli esperimenti di democrazia partecipata, la tenace ricerca su un terreno arduo, inesplorato, che vorrebbe reinventare la politica e rendere permeabili i governi? In Italia ancora dobbiamo cominciare, siamo al pre-inizio. Ma abbiamo investito sull’Unione e contro un governo populista, liberista e autoritario - quello di Berlusconi - che, insieme a fatti concreti, a leggi da abolire, ha lasciato sul campo germi da estirpare.

Un disastro culturale che chiede rigore, coerenza e senso del limite, per invertire una tendenza e lasciare un segno nel profondo delle coscienze. Perciò, la spilletta arcobaleno esibita sulla giacca di Fausto Bertinotti, non più segretario di Rifondazione comunista, ma presidente della Camera, merita rispetto. Meritano rispetto le sue parole di pace, meritano rispetto il suo coraggio di stare su un palco, perché lo chiede il suo ruolo di rappresentante di una intera Camera dei deputati, e allo stesso tempo non applaudire i pennacchi dei bersaglieri e i lustrini dei generali. Merita rispetto l’apparente contraddizione tra lo stare lì fisicamente e dall’altra parte col cuore.

Chi, nella sinistra radicale, non riconosce e non valorizza la volontà di non rinunciare alla difesa del parlamento, di quei luoghi della rappresentanza che ci lasciano in eredità le madri e i padri costituenti, e allo stesso tempo di mettere a valore i movimenti, il conflitto come contributi determinanti della democrazia, non ha capito niente o è in mala fede. Non ci meraviglia se le critiche a Bertinotti vengono dalle destre, perché fanno il loro mestiere. Dobbiamo avere pazienza se supposti amici dell’Unione colgono l’occasione per fare prediche a una sinistra alternativa troppo ingombrante e di cui vorrebbero fare a meno, e quindi parlano di un Bertinotti imprigionato in una gabbia di ossimori.

Non si può tacere, invece, se le critiche vengono dai compagni, di partito o di strada. La strada del governo è lastricata di difficoltà e di trappole, ma abbiamo deciso di percorrerla ad occhi aperti. E la presidenza della Camera non rappresenta solo una poltrona in cui fa piacere vedere seduto uno di noi, un compagno presidente che qualcuno, in modo spregiativo, chiama “no-global”.

Quel presidente “no-global” ha accettato la sfida più difficile: quella di provare, da quello scranno, a rompere la barriera che separa milioni di giovani dalle istituzioni, a riconquistare un luogo della democrazia che la Resistenza ci ha donato e che i poteri forti vorrebbero svuotare, a riannodare un filo della politica che dalle piazze può rendere protagoniste milioni di persone anche passando attraverso gli strumenti delle istituzioni. Anche da Montecitorio, si può provare ad abbattere un muro, quello che separa chi sta dentro e chi sta fuori, per abbattere tutti i muri, quello di Palestina e quelli delle carceri.

Ma qui entriamo nel programma e nel lavoro che ci aspetta. Tuttavia, dobbiamo dircelo, se non comprendiamo la spilla arcobaleno del presidente compagno Bertinotti, difficilmente avremo gli argomenti per far vincere il No al referendum sulla Costituzione.

http://www.liberazione.it



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La spilla
7 giugno 2006 - 07h07 - Di 60748cffd5311cd091b96ca5faa7a1d8...

Noi donne di spille ce ne intendiamo.Molto tempo fa gli uomini pure. Se le mettevano come ornamento per fermare la cravatta. Quella sciarpetta di seta che affermava la mascolinità, quel seguire una moda ...Ma come le donne nessuno. La spilla si tramandava da madre a figlia. La spilla era una cosa puntata sopra il cuore o al cappello che ornava la testa. E che dire di quei colori arcobaleno di cui ci siamo addobbate con sciarpe, borse, maglioni, cappelli, bandiere stese ai balconi, ai fili delle finestre, per tre anni a questa parte, sfidando il luogo comune francese che la vedeva come rivendicazione di una diversità di genere? Sotto tante forme, e molte le ho elencate, le abbiamo vendute agli incroci del traffico metropolitano, ai mercati, sui sagrati delle chiese, dove c’era una iniziativa e chiedevamo di esporle. C’è stato anche il momento dello straccetto bianco a cui ci ha invitato Gino Strada e Vauro. Simboli di pace.
Che dire di quanto dice la Mascia? Lei difende Bertinotti che consapevole del suo ruolo istituzionale e delle sue profonde convinzioni pacifiste, espone e dispone che la spilla significhi il suo fare da ponte tra chi sta alla parata e chi sta contro la parata.
Anche un eskimo negli anni ’70 faceva la differenza, anche un taglio di capelli o una gonna di una certa altezza . Oggi mi sembra che ci sia molta più confusione a danno di molta meno convinzione. La kefia è portata a destra e sinistra, ma anche quella pace è assai ben sfruttata come colori e simbolo.
Ci sono state anche le spillette per i no e i si. Perchè di referendum ne abbiamo fatti tanti... e noi donne ci siamo cimentate fin dall’inizio a votare, con quell’atto poco, molto poco guadagnato, offerto dagli uomini che chiedevano consenso e responsabilità elettorale e giuridica.
Anch’io espongo spesso la mia spilletta che dice "Fuori la guerra dalla storia"- Donne in Nero, vorrà pure dire qualcosa. E’ il nostro segnale, il messaggio silenzioso che si comunica a chi ci guarda.Ma quando la guerra è tutta dentro la nostra storia, si fatica molto a comprendere chi ne voglia uscire, giustificando non i simboli, ma la realtà degli eserciti e delle persone impegnate e coinvolte in guerra, nel mercato delle armi e nel "mercato della pace". Possiamo esporre tutta la vita una spilletta, un simbolo esteriore dentro e fuori casa, non abbiamo altri mezzi per comunicare il nostro sentire.
Ma chi ha segnali mediatici ed esecutivi, per comunicare pratiche diverse, può evitare una parata che invece nel compierla ed eseguirla se pure in modo minore, giustifica i temporeggiamenti nel ritiro delle truppe da tutti i luoghi di guerra ed occupazione, si trincera dietro a spillette e discorsi. L’ambiguità opportunistica, la mediazione partito-politica, che non scontenta nessuno, diventa insopportabile.
Doriana Goracci



> Considerazioni su pacifismo, militarismo, sinistra e governo
3 luglio 2006 - 01h37 - Di 7ab8556002707a17af60eaaafa4d0e4e...

Sono pienamente d’accordo.....fare i conti con la realtà non vuol dire essere di destra, anche perchè le soluzioni scelte dalla destra sono sempre le più facili, le vie le più corte...senza sapere esattamente quel che si sta facendo......

Loredana



> Considerazioni su pacifismo, militarismo, sinistra e governo
14 agosto 2006 - 12h44 - Di 6341060730c3c3643cd9b63e9f494e23...

Rifondazione ha dato il suo placet al rifinanziamento dell’aggressione borghese e fascista dell’Afghanistan voluta da Berlusconi. Ora si appresterà a dare il suo assenso all’invio di nuove truppe da schierare contro i resistenti libanesi, per conto dell’alleanza sionista-americana. Intanto i parlamentari di RC che mio malgrado ho votato, continuano ad occupare gli scranni del potere, ignorando le promesse di pace che hanno vomitato ipocritamente per anni.






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