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Sognavamo cavalli selvaggi
giovedì 1 Febbraio
de Luca Visentini via FR
Sono cento racconti brevi o brevissimi che nell’insieme ricostruiscono, in un’unica vicenda, la Milano dal 1968 al 1977 di un ragazzo della nuova sinistra. Un compagno di base, non un dirigente, né un pentito. Non si parla di analisi politiche o dispute ideologiche, ma di amore, amicizie, famiglia, lotte e scontri concreti. Si legge un “clima”, un’umanità. Sono storie anche vere ma che trascendono, con la scrittura, l’autoreferenzialità. (...)
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Socialismo pluralista e populismo

di : Mimmo Porcaro
martedì 4 luglio 2006 - 10h43
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di Mimmo Porcaro

1. Il ritorno del socialismo

Dopo decenni di oblio, simile a quello che oscurò parola “repubblica” fino a poco prima della Rivoluzione francese, la parola “socialismo” torna a diffondersi, in America latina e altrove, per indicare una prospettiva di cambiamento ormai sempre più urgente. Un’urgenza che deriva, paradossalmente, sia dalla crescente miseria che dalla crescente ricchezza delle nostre società: la miseria che nasce da crescenti differenze di classe, la ricchezza che consiste nelle potenzialità creative e conoscitive del lavoro, frustrate dall’organizzazione capitalistica della produzione.

La parola “socialismo” può riassumere oggi tutte le diverse richieste di controllo pubblico che i movimenti del mondo intero avanzano nel campo della produzione, della distribuzione della ricchezza, dell’ambiente, del sapere. E’ certamente una parola difficile, perché è ancora compromessa con l’eredità negativa del socialismo reale, ossia del socialismo di Stato; e perché sembra a molti in contrasto con esigenze di autonomia sempre più diffuse.

Ma è anche una parola necessaria, perché diviene sempre più evidente che la critica alla mercificazione della vita, al disastro ambientale, all’estinzione della democrazia deve, per essere efficace, giungere alla radice di questi processi: la sottomissione della produzione all’imperativo della valorizzazione del capitale. Chiamarsi “socialisti” significa impegnarsi a trovare nuove vie per il superamento della proprietà privata dei principali mezzi di produzione, della gestione capitalistica del sapere, del lavoro salariato. Non significa avere soluzioni bell’e pronte, ma, almeno, chiamare i problemi con il loro vero nome.

Se è necessario riproporre il socialismo come orizzonte dell’organizzazione sociale, è altrettanto necessario distinguerlo dalla forma che esso ha assunto nell’epoca precedente. Giacché il socialismo dell’epoca precedente, pur avendo svolto un ruolo storico eccezionale, è comunque fallito, lasciando sovente solo macerie dietro di sé. Ed è fallito non per la forza dell’avversario, né per il tradimento dei gruppi dirigenti, né per una sfortunata combinazione di contingenze storiche, ma per limiti interni, per “difetti” genetici.

Non è possibile gestire la società dall’alto dello Stato, non si può abolire completamente il mercato, non si può fare a meno delle forme di economia cooperativa ed autogestita, non si può costruire una società libera (ma nemmeno una società “funzionante”), senza libertà politica ed ideologica. Non si può affidare la costruzione del socialismo ad una sola classe (il proletariato operaio o contadino) e ad un solo soggetto politico (il partito o il movimento).

Anche se la critica teorica e pratica del socialismo di Stato non comincia oggi, i problemi da risolvere sono ancora moltissimi. Io tenterò di affrontare un aspetto particolare di questi problemi: quello della forma istituzionale del socialismo e della natura dei soggetti politici che lo costruiscono. E lo farò proponendo,per cominciare, due semplici tesi: 1) il socialismo è una società conflittuale; 2) ogni potere, anche il più democratico e “popolare”, tende necessariamente a degenerare: e questo accade anche nel socialismo.

Esaminiamo queste tesi una per una.

2. Il socialismo come società conflittuale

Il socialismo non è una società semplice ed il suo funzionamento non è un effetto quasi spontaneo della produzione sociale. Esso è piuttosto il risultato di un incessante “lavoro di socializzazione”, un lavoro mai definitivamente compiuto, rischioso ed incerto, il cui effetto non è garantito da nessuna necessità storica e da nessun Soggetto dominante. Una particolare interpretazione del marxismo, peraltro favorita da molti testi di Marx, ha fatto credere che lo sviluppo delle forze produttive operato dal capitalismo conduca ad una crescente integrazione dei diversi tipi di lavoro e delle diverse unità produttive.

Secondo questa interpretazione, nelle singole imprese tutte le funzioni produttive sono integrate nel “lavoratore cooperativo”, figura che unisce il più raffinato degli ingegneri e l’ultimo dei lavoratori manuali. Le diverse imprese, poi, sono sempre più interconnesse: la loro crescente unificazione in grandi complessi monopolistici ne è la riprova. Ma, sempre secondo questa interpretazione, la piena integrazione della produzione sociale è resa impossibile dalla persistenza del capitalismo, ossia dello sfruttamento (che divide, e in maniera antagonistica, il “lavoratore cooperativo” in funzioni dirigenti e funzioni subordinate), e della concorrenza (che divide le imprese fra di loro).

Eliminato il capitalismo (ossia la proprietà privata dei mezzi di produzione, la concorrenza e la subordinazione della produzione al denaro) l’armonia della produzione sociale si manifesterà compiutamente, e questa sarà la base dell’autogoverno dei produttori, della fine degli antagonismi sociali e dello Stato. Questa interpretazione si è rivelata sbagliata. La crescente specializzazione (e quindi suddivisione) della produzione non è un portato del capitalismo, ma della società moderna in quanto tale.

La divisione dei processi di lavoro in differenti funzioni e la separazione delle singole unità produttive sono un frutto della crescente applicazione della scienza e della tecnica alla produzione. L’innegabile interdipendenza di tutti i lavoratori e di tutte le imprese (interdipendenza che rende assolutamente realistica la prospettiva socialista) non equivale alla loro armonia, e nemmeno in un senso puramente potenziale. I contrasti tra le funzioni direttive e quelle subalterne all’interno delle imprese ed i contrasti tra le imprese per la conquista delle risorse sociali non scompariranno con la scomparsa del capitalismo.

Con il capitalismo scompare la forma necessariamente antagonista dei conflitti (quella forma che impone ai dirigenti d’impresa di sfruttare i subordinati e ad ogni impresa di sconfiggere le altre), ma non scompaiono affatto i conflitti. Per questo motivo, ogni società che voglia sostituire il capitalismo dovrà accettare l’esistenza di conflitti anche molto aspri come forma normale del proprio funzionamento, e dotarsi di istituzioni che consentano lo svolgimento di questi conflitti stessi. Il socialismo di Stato, se da un lato era costretto a riconoscere parzialmente, in fatto e a volte anche in diritto, l’esistenza di questi conflitti, dall’altro negava ad essi qualsiasi legittimità ideologica. Soprattutto, non li vedeva come processi positivi, ma come minacce.

Si dava quindi una forma istituzionale centralistica ed autoritaria fatta per reprimere i conflitti, che poi riemergevano in maniere occulte e distruttive. Ma, avendo cancellato il mercato come principio regolatore, solo i conflitti avrebbero potuto fornire agli apparati decisionali le informazioni necessarie a comprendere ed affrontare i problemi della società. Senza mercato e senza conflitti palesi, pubblici ed adeguatamente gestiti, il socialismo di Stato era privo di strumenti di autocorrezione. Il suo fallimento si deve anche a ciò.

In base a queste considerazioni dovrebbe essere chiaro che quando sostengo che il socialismo non è una società semplice non intendo riferirmi solo al fatto che la sua costruzione incontra numerose difficoltà, dovute alle eredità del passato, alla necessaria imperfezione di ogni impresa umana, e così via. Mi riferisco piuttosto al fatto che il suo principio fondante, ossia l’abolizione del mercato come meccanismo regolatore, implica necessariamente l’accettazione dei conflitti e della loro mediazione democratica come nuovo modo della connessione sociale.

Si può dire che mentre nel capitalismo la cooperazione è un momento del conflitto (perché l’aumento della produttività del lavoro e della centralizzazione delle imprese è funzionale alla lotta contro il movimento di classe e contro le imprese rivali), nel socialismo il conflitto è un momento della cooperazione, perché è il modo in cui le diverse funzioni ed unità produttive esprimono il loro modello di lettura della realtà e forniscono la base per una definizione condivisa dell’orientamento della società. Come osserva Richard Sennet, è nel corso di un conflitto e della sua mediazione che si formano le migliori regole di convivenza: perché in questo caso le regole non nascondono gli interessi specifici degli uni e degli altri, e si basano su una più profonda conoscenza dei problemi che sorgono dalle reciproche relazioni .

3. La questione del potere e il paradosso dei soviet.

Anche se il potere che si costituisce nel socialismo fosse una pura funzione organizzativa ed amministrativa, legittimata dal consenso popolare, la stessa attività di organizzazione ed amministrazione produrrebbe inevitabilmente saperi specialistici e ruoli direttivi, che tenderebbero a divenire autonomi e ad esercitarsi autoritariamente. E’ per questo motivo, tra l’altro, che nemmeno la democrazia “di base” e l’autorganizzazione della produzione possono eliminare il problema del potere: un potere che sorge delle inevitabili funzioni “tecniche” di direzione, che si riproducono e si condensano anche nelle strutture felssibili ed orizzontali di connessione, come le reti.

Ma, oltre a ciò, il fatto che il socialismo sia, come le altre, una società conflittuale, offre al potere altre occasioni per riprodursi ed autonomizzarsi. Intervenendo nei conflitti il potere socialista tenderà a favorire gli uni invece che gli altri. Dovendosi dotare di forti capacità di mediazione tenterà di allargare le proprie strutture, tenterà di di difendere, in conflitto con gli interessi altrui, proprio gli interessi specifici dei gruppi che hanno funzione dirigente.

Da ciò discende il fatto, tragicamente sottovalutato nell’esperienza precedente, che anche il socialismo ha bisogno di forme di controllo e di limitazione del potere, e forse ne ha bisogno più di altri sistemi sociali, perché la gestione pubblica dei mezzi di produzione può conferire a chi la esercita un potere superiore a quello delle imprese capitalistiche e dei loro agenti politici. E a nulla serve, per risolvere questo problema, sostituire la gestione “dall’alto” con quella “dal basso”. Infatti, tutte le idee che vogliono fondare il potere socialista sui soviet, ossia sui consigli dei lavoratori, si rivelano paradossali e controproducenti.

Infatti, se il potere si fonda sui soviet, se le associazioni autonome dei lavoratori e dei cittadini sono le strutture fondamentali del potere di Stato, tutto ciò, invece di condurre ad una progressiva estinzione dello Stato, conduce al suo rafforzamento. Giacché in questo caso, essendo le associazioni sociali interne al potere, non esiste nessuna istituzione esterna al potere ed autonoma da esso che possa bilanciarlo e limitarlo. Quindi non si risolvono le difficoltà del socialismo dicendo che il potere deve essere affidato non al partito-Stato, ma ai soviet. Bisogna piuttosto trovare le forme istituzionali che mantengano sempre una duplicità dei poteri in conflitto fra loro, o meglio una pluralità di centri di potere capaci di controllarsi reciprocamente, ed ognuno capace di sostituire l’altro, quando questo fallisce o degenera.

Ovviamente le strutture di autogoverno ed autogestione devono essere sviluppate al massimo grado. La maggior parte delle funzioni produttive e gestionali devono essere affidate a queste strutture. Ma queste ultime non devono essere considerate come il fondamento del potere, bensì come la base della sua moltiplicazione e diffusione, la base del controllo sulle inevitabili decisioni di carattere generale e centrale. Il socialismo non consiste né nell’esaltazione del potere dello Stato, né nell’illusione che il potere possa estinguersi nell’autorganizzazione sociale, ma nella moltiplicazione dei poteri e nel loro reciproco bilanciamento.

4. Per un socialismo pluralista.

Le tesi che ho appena esposto mi consentono di giungere al punto fondamentale del mio ragionamento: il socialismo del futuro dovrà necessariamente essere un socialismo pluralista. E col termine “pluralista” non voglio indicare solo il pluralismo delle idee, la libertà di pensiero e di informazione: tutte cose, sia chiaro, assolutamente necessarie.

Voglio piuttosto indicare il pluralismo dei “corpi sociali”, ossia il riconoscimento del fatto che la società politica non è costituita solo dai cittadini e dallo Stato, e nemmeno solo dalla classe dei lavoratori e dal “loro” partito, ma piuttosto da una miriade di associazioni (cooperative, imprese pubbliche e anche private, sindacati, partiti, gruppi culturali, giornali...), che sono contemporaneamente economiche, culturali e politiche, nelle quali i cittadini, ma anche i lavoratori, si aggregano, sviluppano cultura, definiscono interessi, e si costituiscono così in soggetti politici capaci di influenzare le decisioni pubbliche e la loro attuazione.

Credo che si posa dire che questo pluralismo è più importante della democrazia, nel senso che esso è la condizione di possibilità della democrazia stessa. Se infatti la democrazia è il risultato della combinazione di due principi distinti, ossia il principio della volontà popolare e quello della limitazione e divisione del potere, il pluralismo rende efficaci sia l’uno che l’altro. E’ ovvio che la limitazione del potere è possibile solo in un sistema che riconosce una pluralità di centri decisionali. E’ meno ovvio, ma altrettanto vero, che il pluralismo costituisce la garanzia della formazione di un’autonoma volontà popolare perché fornisce ai cittadini i luoghi in cui questa volontà può definirsi e crescere.

Una coscienza politica adeguata non può svilupparsi tra cittadini isolati gli uni dagli altri, ridotti a semplici spettatori dello spettacolo politico. Nemmeno può svilupparsi sulla base dell’astratta appartenenza ad una “classe”, se questa appartenenza non si traduce nell’esistenza di molteplici organismi popolari autonomi. Solo dialogando con altri all’interno di associazioni che rispondono alle loro più diverse esigenze i cittadini possono formarsi una coscienza politica adeguata. E solo la molteplicità di queste associazioni consente di ovviare alla tendenza, propria di ogni associazione, alla degenerazione burocratica. In una società pluralista, la momentanea degenerazione di un’associazione può esser compensata dalla persistente vitalità delle altre. In una società non pluralista, la degenerazione dell’unica istituzione dominante (il partito-Stato) non trova nessuna compensazione, e questa società non è capace di autocorreggersi.

Non è quindi sufficiente, per segnare la differenza fra il socialismo di Stato e quello del XXI secolo, dire che quest’ultimo è, o sarà, democratico. Senza pluralismo, la “correzione” democratica del socialismo (sia nel senso della democrazia “formale”che in quello della democrazia di base) è impossibile, o insufficiente. Il socialismo del XXI secolo è, o sarà, un socialismo pluralista. Altrimenti sarà una riedizione dello statalismo nazionalista, più o meno ammantata dal velo della democrazia formale e dal richiamo ai principi dell’autogestione.

E’ necessario ripetere, a questo proposito, che il superamento del socialismo di Stato non consiste solo nel pur fondamentale sviluppo della democrazia “di base”. Senza la crescita delle istituzioni plurali ed autonome dei lavoratori e dei cittadini anche quella democrazia è impossibile. Senza la moltiplicazione e la diffusione dei poteri essa si risolve in una “dittatura della maggioranza”, che produce a poco a poco la dittatura di chi su questa maggioranza si appoggia, e un potere centralistico ingiusto ed inefficiente.

5. Dall’unicità della classe alla molteplicità degli attori sociali.

Alla trasformazione dell’idea socialista in direzione del pluralismo corrisponde la trasformazione del concetto del “soggetto rivoluzionario”. Il soggetto che costruisce il socialismo pluralista deve essere molteplice e plurale. E’il risultato dell’alleanza mutevole di diversi attori, il cui ruolo ed i cui rapporti reciproci dipendono dalla concreta situazione storico-sociale, e non possono essere determinati astrattamente.

Il soggetto rivoluzionario, dunque, non è né “il partito” né “il movimento” (nemmeno il partito o il movimento “di classe”), non è, insomma, un soggetto “unico”: e serve davvero a poco pensare di fare i conti col socialismo di Stato limitandosi a sostituire al soggetto-unico “partito” il soggetto-unico “movimento”, o “classe”.

Consideriamo prima di tutto proprio la nozione di classe. Sono molte le ragioni, di carattere empirico e teorico, che ci spingono a dire che la classe operaia non può più essere considerata un soggetto storico unitario capace, proprio in quanto classe, di costruire la società socialista. Per prima cosa è ormai evidente che la massa dei lavoratori subordinati al capitale è divisa in numerose frazioni, che sperimentano rapporti sociali e forme di identificazione culturale assai diverse tra loro. Questo non è certamente un fenomeno nuovo, ma ci ricorda che la costituzione della classe in soggetto (se e quando avviene) è il frutto di un difficile e mai definitivo lavoro di mediazione culturale e politica: la “politica di classe” non è dunque l’espressione di un soggetto preesistente, ma costituisce questo soggetto attraverso l’azione di organismi politico-culturali che, come vedremo, non possono che essere molteplici e distinti fra loro..

Inoltre, le esperienze degli ultimi decenni dimostrano che le lotte proletarie riescono ad ottenere risultati positivi soprattutto quando sono condotte da coalizioni di numerosi attori sociali, non tutti immediatamente definibili come soggetti di classe: ambientalisti, consumatori, comunità territoriali, Chiese, e così via. La lotta anticapitalistica efficace è condotta sempre da coalizioni di diversi attori, proletari e non proletari . Dal punto di vista teorico questo fenomeno può essere spiegato in molti modi. Il più convincente è quello proposto da Étienne Balibar, che sostiene che i protagonisti del conflitto anticapitalistico non sono semplicemente i proletari, ma tutti coloro che sono coinvolti in un processo di proletarizzazione, anche quando questo processo non è pienamente compiuto . Si può aggiungere che ciò deriva dal fatto che i soggetti non pienamente proletarizzati non soffrono ancora della completa spoliazione economica e culturale che caratterizza i proletari, e quindi hanno maggiori risorse per lottare contro il capitale.

Anche in Marx vi sono concetti che consentono di comprendere questo fenomeno. In Marx vi sono almeno due concezioni del soggetto rivoluzionario. Nella prima, quella che ci è più familiare e che si ritrova nel Capitale, il soggetto è costituito dall’insieme dei produttori associati, che ad un certo punto impongono la loro capacità produttiva contro la logica dell’accumulazione capitalistica. Nella seconda, tratteggiata nei Grundrisse, il protagonista della rivoluzione è l’insieme degli individui sociali, ossia degli individui che, qualunque sia il loro ruolo nella produzione diretta, sperimentano la contraddizione tra le potenzialità che a loro vengono offerte dallo sviluppo della ricchezza sociale e le ristrettezze imposte dalla forma capitalistica di questa ricchezza stessa. Anche per questa via possiamo comprendere il carattere plurale di un processo rivoluzionario che, proprio perché deve rispondere ad un gran numero di contraddizioni, non può avere come protagonista il solo proletariato.

Ma c’è di più. Quando si parla di proletariato o di classe operaia si parla di una classe che è definita proprio dalla sua subordinazione al capitale. Se ed in quanto i membri di questa classe divengono protagonisti di un processo rivoluzionario, lo fanno proprio perché negano la loro posizione di classe costituendo associazioni nelle quali possono sviluppare le solidarietà e le conoscenze che consentono loro di progettare il superamento del capitalismo. Quando i lavoratori sono protagonisti del processo rivoluzionario non lo sono in quanto classe operaia, in quanto lavoratori subordinati, ma in quanto individui liberi, che liberamente sviluppano forme associative diverse da quelle imposte dal capitale. I veri soggetti della rivoluzione non sono quindi i “produttori associati”, ossia i lavoratori uniti dalle connessioni che sorgono nel processo di produzione capitalistico, ma sono quei lavoratori che scelgono di associarsi in un altro modo, ossia nelle forme mutualistiche, sindacali, culturali e politiche del movimento operaio. Non i lavoratori come produttori organizzati di cose, ma i lavoratori come produttori di rapporti sociali liberamente scelti.

I “veri soggetti” sono dunque le associazioni sindacali, culturali e politiche dei lavoratori. Non è quindi un caso se chi esalta le virtù rivoluzionarie della classe operaia, in realtà si riferisce alle virtù del partito o del movimento dei lavoratori. Ma né il partito né il movimento sono la classe, o l’espressione della classe: sono piuttosto soggetti politici costituiti dall’associazione di una parte dei proletari (quella che produce rapporti sociali non riducibili a quelli di classe) e di parti di altri soggetti sociali, anch’essi impegnati nella creazione di rapporti sociali differenti. Dire che movimento e partito sono espressione della classe significa da un lato sottovalutare l’enorme lavoro di autoeducazione compiuto da quella parte dei lavoratori che sceglie di dar vita a partiti e movimenti, e dall’altro lato significa legittimare ogni scelta di questi partiti o movimenti con l’astratto richiamo ad una presunta classe-soggetto.

6. La molteplicità degli attori politici.

Consideriamo ora proprio i partiti ed i movimenti: vedremo come la loro unità sia anch’essa problematica. Anch’essi sono molteplici e plurali, e questo non è solo la conseguenza logica della concezione pluralista del socialismo, ma corrisponde all’evoluzione storica dei conflitti sociali e della loro espressione politica: un’evoluzione che vede da un lato la distribuzione delle funzioni del partito su molti e diversi attori, dall’altro l’aumento della differenziazione interna ai movimenti, che non sono più un fenomeno “informale”, ma sono composti da diverse “istituzioni di movimento”, unite in strutture reticolari.

Il partito politico delle classi subalterne era la risposta storicamente determinata al problema della trasformazione delle classi subalterne in classi dirigenti, in un epoca in cui il potere era, o sembrava essere, essenzialmente potere di Stato. Il partito trasformava molti individui provenienti dalle classi subalterne e li metteva in condizione di dirigere lo Stato. E li trasformava consentendo la loro socializzazione politica, trasmettendo una cultura, elaborando teorie e definendo strategie politiche. Con l’andar del tempo, però, e già a partire dagli anni ’60 del secolo scorso, si è visto che la massa delle competenze necessarie a gestire una società non si riduceva a quelle necessarie a gestire lo Stato, e che la stessa socializzazione politica elementare delle masse non poteva essere assicurata solo dal partito.

Numerose altre associazioni sono dunque sorte accanto ai partiti, per svolgere le funzioni che il partito da solo non poteva più svolgere. Comitati popolari autorganizzati, sindacati, giornali e case editrici, centri autonomi di elaborazione culturale hanno affiancato il partito, spesso sostituendolo ed a volte dimostrando una capacità di adesione alla realtà sociale ed una capacità di direzione politica superiore a quella del partito stesso, ridotto in molti casi ad essere un semplice attore della battaglia parlamentare. La trasformazione delle classi subalterne in classi dirigenti è divenuta il compito di una rete complessa di organizzazioni.

Accanto al “partito formale” (il PCI, la SPD, il PCF etc.) si è così sviluppato un “partito reale” - composto da partiti formali e da altri tipi di associazione - che ha assunto su di sé i compiti che una volta erano propri del solo “partito formale”, e il cui “centro dirigente” effettivo può di volta in volta trovarsi in luoghi diversi . L’attuale crisi dei partiti politici, che, almeno in Europa, è il frutto dell’integrazione di questi ultimi nell’apparato di Stato, non è quindi il sinonimo della scomparsa dei problemi a cui il partito tentava di rispondere. Tutte le funzioni una volta svolte dal solo partito sono ancora assolutamente necessarie, ma sono oggi distribuite su numerosi organismi politici, e l’auspicabile rinnovamento dei partiti consiste anche nella loro capacità di vedere in questi altri organismi non un ostacolo o un insieme di concorrenti, ma una risorsa.

D’altra parte, i movimenti non sono più, da molto tempo, il risultato di una aggregazione spontanea di individui, informale, mobile e transitoria, capace di produrre grandi spostamenti politici e culturali, ma poi incapace di tradurre questi spostamenti in una politica conseguente e duratura. E non sono più, in quanto aggregazione informale, soggetti in qualche modo unitari e “semplici”. I movimenti sono costituiti da reticoli di individui e di associazioni: queste ultime forniscono le risorse per la mobilitazione, la direzione politica, l’elaborazione culturale e scientifica dei problemi sociali e della loro soluzione. I movimenti non sono più, o sono sempre di meno, il luogo in cui si formano le domande sociali a cui devono dare risposta coerente i partiti e le istituzioni dello Stato. Nei movimenti si elaborano quasi sempre sia le domande che le risposte, domande e risposte che i partiti e lo Stato sono spesso incapaci di comprendere e di fornire .

Insomma: l’evoluzione di questi ultimi decenni ci consegna una proliferazione di attori politici, proliferazione generata da un lato dallo sviluppo del “partito reale”, dall’altro dallo sviluppo delle “istituzioni di movimento”. Si può dire che i partiti (volenti o nolenti) si sviluppano “verso il basso”, delegando molte delle loro funzioni ad altre associazioni politiche; mentre i movimenti si sviluppano “verso l’alto”, dandosi forme organizzative che consentono una più continua elaborazione culturale ed un più preciso intervento politico. La forma politica del soggetto del socialismo pluralista si costituisce nell’incontro fra queste due tendenze, dando luogo ad un tipo di associazione politica intermedia fra partito e movimento, un’associazione di cui è ancora difficile definire con maggior precisione le caratteristiche.

Certo, l’evoluzione che ho qui riassunto non è affatto semplice o armonica. Molti partiti rischiano di scomparire o di divenire inefficaci, o perché sono assorbiti dall’apparato di Stato, o perché sono divisi da forti lotte di frazione, o perché sono incapaci di articolarsi con i movimenti e rifiutano la propria inevitabile trasformazione in componenti del “partito reale”. I movimenti incontrano notevoli difficoltà, o perché non sono ancora consapevoli del loro nuovo ruolo, o perché sono incapaci di trovare un equilibrio tra unità e molteplicità, e quindi oscillano fra dispersione e unificazione astratta. I problemi sono dunque moltissimi. Ma l’importante è capire che i problemi che abbiamo di fronte sono molto diversi da quelli del passato. Non si tratta né di costruire un nuovo partito centralistico, né di esaltare la spontaneità creativa del movimento. Bisogna uscire dalla “coppia ideologica” movimento/partito. Il compito irrinunciabile della trasformazione delle classi subalterne in classi dirigenti, prima affrontato dal partito, è oggi affrontato da una miriade di associazioni, ed il partito può avere un positivo ruolo specifico solo se sa presentarsi come una delle associazioni preposte alla connessione delle diverse esperienze. D’altra parte, il compito di mobilitare le masse e di inventare nuove forme di aggregazione culturale e politica, non può più essere svolto solo dalla presunta spontaneità dei movimenti, ma richiede che i movimenti stessi si organizzino in svariate e polimorfe “forme istituzionali”.

L’organizzazione politica delfuturo sarà un complessodi organizzazioni paritarie, ciascuna delle quali potrà giocare, di volta in volta, un ruolo dirigente. L’arte politica del futuro sarà l’arte della mediazione tra queste organizzazioni, e tra esse e le masse.

7. Socialismo e populismo.

Il socialismo pluralista ed il pluralismo degli attori politici sono compatibili con una mobilitazione di tipo populista? La questione è molto rilevante, perché la crisi della precedente forma del movimento operaio, l’indebolimento dei partiti e l’ancora incompleta maturazione dei movimenti fanno sì che il populismo si presenti spesso come l’unico modo in cui possono esprimersi le più radicali rivendicazioni popolari. E fanno sì che il populismo, anche quando non è la modalità dominante dell’azione, si insinui in molte delle forme di mobilitazione che stiamo sperimentando.

Ma per rispondere alla domanda che ho appena formulato bisogna prima di tutto chiedersi che cos’è il populismo. La definizione di populismo è oggi assai controversa: ciascuno accusa di populismo i propri avversari politici, e questo uso polemico del termine non facilita la comprensione razionale del fenomeno. Inoltre, l’attuale grande diffusione di pratiche e discorsi populisti ben oltre gli ambienti e le aree geografiche in cui essi si erano sviluppati in passato, è forse indice di una generale trasformazione della democrazia, e quindi può essere spiegata solo ricorrendo a ricerche profonde e multidisciplinari. Per gli scopi di questo breve saggio è comunque possibile arrischiare una definizione generale del populismo.

Ogni populismo si fonda su tre tesi principali.

1) Il popolo è una massa unitaria e compatta, una massa sostanzialmente virtuosa, dedita al lavoro e capace di comprendere immediatamente, attraverso il suo innato buonsenso, tutte le questioni fondamentali della politica e della produzione. L’eventuale corruzione del popolo e le sue divisioni sono l’effetto dell’azione di agenti esterni ad esso.

2) Il popolo è attualmente dominato da un’élite di politici corrotti, grandi speculatori, tecnici ed intellettuali che nulla sanno delle effettive esigenze delle masse. I mali della società derivano essenzialmente da questo dominio, eliminato il quale tutto potrà essere risolto sulla base della volontà popolare.

3) E’ possibile esprimere direttamente questa volontà popolare, senza far ricorso alle mediazioni dei partiti e del parlamento, cacciando le élites dominanti e sostituendole con leaders che siano in sintonia con le masse, in particolare con leaders che provengono dal popolo, o comunque ne condividono il linguaggio, la cultura, le aspirazioni. Eventuali fallimenti di questi leaders dipendono essenzialmente dal tradimento dei membri del loro entourage, o dal complotto delle élites.

Sulla base di questi tratti comuni si possono distinguere, oggi, tre varianti del populismo, che si differenziano soprattutto per la definizione del “popolo” e per l’atteggiamento nei confronti della globalizzazione e dell’esteblishment economico-politico: una variante reazionaria, una liberista ed una progressista. La forma reazionaria del populismo (esemplificata dal lepenismo francese o dal leghismo italiano) consiste prima di tutto in una restrizione del concetto di popolo, che viene definito essenzialmente su base etnica, o sulla base del censo. Gli avversari di questo populismo sono sia le élites che gli emarginati (in particolare gli immigrati). Il populismo reazionario non mette in discussione il capitalismo, ma semmai la sua sola forma globalizzata; accetta il neoliberismo proponendo una restrizione dei diritti sociali ai soli nativi, o comunque a coloro che già godono di relativi privilegi, escludendo le minoranze emarginate. Si propone inoltre di sconfiggere le attuali élites politiche e di attuare una radicale trasfomazione del sistema politico in direzione del plebiscitarismo, della “dittatura della maggioranza”, del rafforzamento dei governi contro le mediazioni pluralistiche dei differenziati interessi socilai. I movimenti o i partiti eventualmente costituiti da questo populismo sono di natura strettamente verticistica e personalista.

Il populismo liberista non prende le mosse da una restrizione del concetto di popolo, e si basa piuttosto sulla riduzione del popolo stesso ad un semplice aggregato di consumatori-elettori, ai quali viene proposta un’offerta politica secondo le modalità del marketing commerciale. Come il populismo reazionario, il populismo liberista si propone di distruggere ogni struttura di mediazione fra masse e vertici, sostituendole con il ricorso alla televisione e con l’uso sapiente degli apparati governativi. Inoltre, i leaders del populismo liberista ostentano anch’essi un linguaggio simile a quello del popolo e dichiarano ad ogni piè sospinto di essere estranei all’universo della politica, o comunque di avere uno stile politico decisamente diverso da quello del parlamentarismo. La funzione di questo populismo (incarnato in Italia da Berlusconi e in Inghilterra da Blair ) è quella di gestire i processi di globalizzazione tentando di centralizzare al massimo il potere decisionale e di dissolvere ogni forma autonoma di organizzazione degli interessi di classe e popolari.

Infine, il populismo progressista non definisce il popolo su base etnica, né lo considera come una massa di consumatori-elettori, ma tende a definirlo come classe spodestata. Se lo definisce su base etnica, non lo considera comunque come un gruppo che deve difendere la propria ricchezza contro le “pretese” degli emarginati, ma come una popolazione oppressa che deve allearsi con gli altri oppressi del mondo. Non accetta di gestire la globalizzazione, né si limita ad un mutamento del sistema politico ed istituzionale, e tende piuttosto a modificare gli equilibri del sistema economico, agendo per una redistribizione della ricchezza a favore dei ceti sociali più deboli.

Come le altre due forme di populismo, però, anche quello progressista è centrato sulla figura del capo, ha deboli strutture di partito, e le organizzazioni popolari che lo accompagnano sono spesso strutture di appoggio al leader, aventi un basso grado di autonomia. Inoltre, il discorso del populismo progressista dipinge spesso la società come un sistema semplice, in cui la sostituzione dell’élite corrotta con una élite di origine popolare assicurerebbe la soluzione della maggior parte dei problemi sociali, a meno di complotti e di congiure fomentate dall’esterno. Anche per il populismo progressista, infine, il popolo è una massa virtuosa capace immediatamente di costituirsi in soggetto politico attraverso il riconoscimento di una guida conforme ai propri interessi ed alla propria cultura.

Evidentemente, il populismo progressista può essere una delle forme in cui concretamente si sviluppa un movimento popolare teso a contrastare gli effetti della globalizzazione. Tra l’altro, esso è spesso oggi molto diverso dalle precedenti forme di populismo conosciute, ad esempio, in America latina, perché queste ultime (come il peronismo e il getulismo) cercavano comunque di rafforzare il blocco di potere esistente, facendo alcune concessioni ad una parte delle masse (in genere, alla classe operaia organizzata da sindacati “di Stato”) e continuando ad opprimere le altre (e soprattutto i contadini) .

Usare l’etichetta “populismo” per screditare i movimenti popolari odierni, come spesso si usa fare in Europa, è indice della subalternità degli intellettuali e dei politici europei di fronte all’ideologia della globalizzazione, e dell’indifferenza verso le condizioni storiche e sociali che producono l’influenza del populismo all’interno dei movimenti di emancipazione. Ma d’altra parte è evidente che il populismo progressista (se è giusta la definizione che ne ho proposto) è incompatibile (almeno nella sua forma “pura”) col socialismo pluralista e, cosa ancora più importante, non consente di risolvere nel medio o nel lungo periodo gli stessi problemi per i quali è sorto.

Infatti, l’idea del popolo come soggetto unitario è evidentemente in contrasto con l’idea del conflitto come forma normale di funzionamento del socialismo. L’idea delle innate virtù e dell’innato buonsenso del popolo è in contrasto con le esigenze, fortemente avvertite dal socialismo, dell’autoeducazione del popolo, e dunque della costruzione delle associazioni popolari che consentono la trasformazione delle classi subalterne in classi dirigenti, favorendo così il superamdento del capitalismo. Infine, attraverso l’idea della sostanziale semplicità dei problemi sociali, risolvibili con la sostituzione delle élites attuali e con il rapporto diretto tra popolo e leader, il populismo progressista stabilisce una sottile continuità con le precedenti esperienze di socialismo, e ne condivide la tendenza a costruire un sistema autoritario ed inefficiente.

La riduzione del soggetto politico al rapporto tra un popolo indistinto ed il “suo” capo, non consente nemmeno una lotta efficace e duratura contro le potenze che gestiscono la globalizzazione, e fornisce basi troppo fragili al consolidamento della redistribuzione della ricchezza ed al progresso verso forme ulteriori di socializzazione dell’economia. Se il “capo” scompare, che ne è del “popolo”?

Sembra quindi che le esperienze di origine populista che vogliono volgersi verso una prospettiva socialista devono abbandonare almeno alcuni dei loro presupposti. Non si tratta solo di affiancare il leader con partiti più forti, giacché anche il populismo prevede l’esistenza di partiti che appoggino il capo e ne facilitino l’azione. Nemmeno si tratta di far semplicemente crescere un movimento, perché anche il movimento può avere una pura funzione di sostegno al leader.

Il vero punto è un altro: si tratta di costruire “istituzioni” (popolari e statuali) che siano autonome dal leader. Si tratta di produrre le condizioni del pluralismo, ossia di garantire gli elementi fondamentali dello Stato di diritto e di favorire la moltiplicazione di poteri attraverso la valorizzazione delle associazioni sociali e politiche. La vera “bestia nera” del populismo sono infatti le organizzazioni autonome dei lavoratori e del popolo. Se c’è una cosa su cui sono d’accordo tutti gli studiosi del populismo (che in genere non sono d’accordo su nulla) è il fatto che esso (con la parziale eccezione del populismo statunitense della fine del XIX secolo) si distingue proprio per il rifiuto di questo tipo di organizzazioni, che sono invece essenziali per lo sviluppo del socialismo . Cosicché, anche quando le esperienze del populismo progressista sono accompagnate dal fiorire di associazioni popolari, i presupposti ideologici del populismo impediscono che esse assumano il ruolo decisivo che ad esse spetta nella prospettiva del socialismo pluralista, e nella prospettiva del consolidamento delle stesse conquiste del populismo progressista.

L’incompatibilità concettuale fra socialismo pluralista e populismo progressista non significa che queste due distinte forme della mobilitazione popolare non possano intrecciarsi tra di loro e convivere in qualche modo. Nella realtà storica none esistono mai forme “pure”, ma solo forme “miste”. L’incompatibilità fra socialismo e populismo significa solo che non si può essere “socialisti fino in fondo” se si è “populisti fino in fondo”, e viceversa. Molto probabilmente, il socialismo del futuro non potrà fare a meno, e soprattutto in alcuni paesi, di avere alcune caratteristiche del populismo: l’importante è sapere quali sono le caratteristiche dominanti. E quindi, se le cose dette in questo saggio sono vere, importante è che l’eventuale combinazione fra socialismo e populismo salvi comunque la necessità di costruire un pluralismo associativo, fatto di partiti, sindacati, cooperative, gruppi di azione politica e civile, come struttura fondamentale dell’assetto politico-economico attuale e del futuro. Un pluralismo nel quale ad ogni associazione venga riconosciuto non soltanto il diritto di esprimere ed organizzare interessi particolari, ma soprattutto quello di essere soggetto politico a pieno titolo.

Torino, gennaio 2006

L’autore

Mimmo Porcaro (1953) è membro del Partito della Rifondazione Comunista e delle associazioni culturali Punto Rosso e Alternative Europa. Ricercatore indipendente, lavora soprattutto sui problemi della forma politica dei movimenti di classe e di emancipazione. I suoi scritti più significativi sono i seguenti:

I difficili inizi di Karl Marx. Contro chi e per che cosa leggere Il Capitale oggi, De Donato, Bari, 1982

Nella corrente. Mutamenti dell’azione politica, Punto Rosso, Milano, 1993

Metamorfosi del partito politico. Associarsi contro il capitale, Punto Rosso, Milano, 2000

The third Actor: Moderate Left, Radical Left and the “New Global” Movement e Building a Modern Communist Party: Communist Refoundation Party between Tradition and Change, in M. Brie, C. Hildebrandt (eds), Parties of the Radical Left in Europe. Analysis and Perspectives, Berlin, Dietz Verlag, 2005

Lo scudo di Perseo. Rischi e risorse dei movimenti, in S. Calzolari e M. Porcaro,

L’invenzione della politica. Movimenti e potere, Punto Rosso, Milano, 2005.



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