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Afghanistan: “exit strategy” o “alternative strategy”?

di : Franco Ferrari
giovedì 17 agosto 2006 - 08h44
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di Franco Ferrari

Il dibattito sulla presenza di truppe in Afghanistan è terminato con un provvisorio pareggio tra le forze che all’interno della maggioranza di centro-sinistra sono favorevoli ad espandere il ruolo militare dell’Italia nell’ambito della missione ISAF (Margherita e gran parte dei DS) e i partiti che invece sostengono la necessità del ritiro dei soldati italiani (Rifondazione Comunista, Verdi).

Il pareggio ha bloccato il coinvolgimento dell’Italia nell’espansione della presenza delle truppe ISAF nelle province del sud dell’Afghanistan, zone nelle quali è ripresa con forza l’azione militare di forze identificate con il regime dei talebani, caduto nel 2001. Non sono da escludere tentativi del Ministro della Difesa Parisi, sotto pressione della NATO e di parte dell’establishment militare, di aggirare la sostanza dell’accordo - ovvero la non partecipazione delle truppe italiane ad azioni di guerra - attraverso l’impegno, giustificato con esigenze di emergenza, ad azioni di attacco nei confronti dei talebani. Le dichiarazioni rilasciate dal responsabile militare Generale Castagnetti e dal Ministro Parisi a seguito delle affermazioni di un Ministro afgano sul prossimo impegno dell’Italia nel sud del Paese, lasciano aperta questa eventualità.

Ma al di là degli elementi di polemica immediata sulla presenza militare italiana, resta in gran parte da definire una strategia politica complessiva sulla questione afgana. Se il ritiro dei soldati italiani dallo scenario afgano resta l’obbiettivo principale della sinistra pacifista, ci si deve chiedere se, anche a partire dalle ipotesi recentemente avanzate dalla senatrice Lidia Menapace, non sia opportuno ragionare su una strategia politica più ampia. Una strategia che non si limiti alla richiesta del ritiro e che lasci aperta la possibilità di ottenere risultati intermedi che vadano nella stessa direzione, considerato che esiste e non è rapidamente risolvibile una rilevante differenza di valutazione sulla presenza dell’Italia nella missione ISAF all’interno della coalizione di governo. Per una ragione immediatamente tattica ma anche per considerazioni di rilievo più generale sarebbe forse utile parlare non solo di una “exit strategy” ma anche di una “alternative strategy” per l’Afghanistan.

Questa ipotesi presuppone una distinzione che è già emersa all’interno del movimento pacifista, tra tre diversi approcci, che possono trovare convergenze ma che non sono coincidenti. Il primo approccio è quello del pacifismo “morale” o “ideologico” che ritiene prioritaria l’affermazione del principio generale e dell’obbiettivo specifico che ne discende, ma è meno interessato alla costruzione del percorso politico per il suo raggiungimento (ad esempio la posizione di Gino Strada). Il secondo approccio è quello della corrente “antimperialista”, che non è in via di principio contro la guerra, ma distingue i conflitti in relazione al loro rapporto con la politica degli Stati Uniti. Sono accettabili le guerre che sono rivolte contro gli Stati Uniti, non quelle sostenute o avallate dagli Stati Uniti (è la posizione dei parlamentari dell’Ernesto, che infatti guardano tutt’ora con favore all’intervento militare sovietico degli anni ’80, coerentemente con il fatto che attorno alla sua difesa questa corrente si è in buona parte costituita). Il terzo approccio è quello del pacifismo “politico” che si differenzia dal primo perché accetta la possibilità di compromessi e tappe intermedie e dal secondo perché rifiuta una visione dello scenario mondiale e dei singoli conflitti sulla base della riproposizione dello schema della guerra fredda, dello scontro tra due campi contrapposti che si misurano soprattutto sul terreno militare.

Il punto di vista del pacifismo politico, pur essendo più corretto sul piano dell’analisi e più efficace sul piano dei risultati, corre il rischio di rinchiudersi nella manovra puramente istituzionale e quindi di dover accettare compromessi di più basso profilo se non può contare su una spinta di forze organizzate, movimenti, e patrimoni di conoscenze dei problemi che si formano spesso al di fuori del campo d’azione dei partiti.

Gran parte della discussione sull’Afghanistan che si è svolta nei mesi scorsi ha riguardato soprattutto questioni di principio, spesso rimaste a livello di sole parole d’ordine: il rispetto dell’articolo 11 della Costituzione, l’essere contro la guerra “senza se e senza me”, la “sindrome del governo amico” ecc. Discussione in cui la vicenda afgana era spesso solo l’occasione per parlare di questioni di strategia politica o pretesto per la competizione tra diverse opzioni politiche di varie componenti della sinistra.

A restare quasi completamente fuori dalla discussione è stato proprio l’Afghanistan, il popolo afgano e il rapporto che può intercorrere tra gli sviluppi che si avranno in quel paese nei prossimi anni e il quadro più generale dell’evoluzione del Medio oriente e del rapporto tra il mondo islamico e “l’Occidente” (cioè i paesi capitalistici sviluppati). Si può ritenere che nel caso specifico l’Italia non abbia alcuno strumento di iniziativa politica che possa delineare una presenza diversa dalla semplice adesione all’ideologia della “guerra al terrore” elaborata e sostenuta dal governo statunitense. Oppure si può ritenere che anche in Afghanistan si possa giocare un ruolo diverso di sostegno alle forze democratiche socialmente più avanzate e in un’ottica di progressiva smilitarizzazione dei conflitti in corso.

Per far questo la sinistra alternativa dovrebbe elaborare una analisi molto più puntuale su quanto accade in Afghanistan, individuare interlocutori tra le forze sociali e politiche afgane con cui costruire una proposta alternativa, attivare una iniziativa sopranazionale che coinvolga i livelli organizzativi già esistenti (Gruppo della sinistra nel Parlamento europeo, Partito della Sinistra Europea, reti di movimento).



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