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Sono cento racconti brevi o brevissimi che nell’insieme ricostruiscono, in un’unica vicenda, la Milano dal 1968 al 1977 di un ragazzo della nuova sinistra. Un compagno di base, non un dirigente, né un pentito. Non si parla di analisi politiche o dispute ideologiche, ma di amore, amicizie, famiglia, lotte e scontri concreti. Si legge un “clima”, un’umanità. Sono storie anche vere ma che trascendono, con la scrittura, l’autoreferenzialità. (...)
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L’11 Settembre che non si vuol ricordare: A 33 anni dal colpo di Stato in Cile

di : Cile
martedì 12 settembre 2006 - 11h13
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"Con una valigia diplomatica arrivano i dollari che finanziano scioperi e sabotaggi e valanghe di menzogne. Gli imprenditori paralizzano il Cile e negano alimenti. Non c’è altro mercato che il mercato nero. Lunghe code fa la gente cercando un pacchetto di sigarette o un chilo di zucchero.

Per ottenere carne od olio occorre un miracolo della Vergine Maria. La Democrazia Cristiana e il quotidiano "El Mercurio" dicono peste e corna del governo ed esigono, a grida, la rivolta dell’Esercito, che ormai è ora di finirla con questa tirannia rossa.

Fanno eco altre riviste e giornali e radio e canali televisivi. Il governo fa fatica a muoversi: giudici e parlamentari gli mettono i bastoni tra le ruote, mentre cospirano nelle caserme i capi militari che Allende crede leali.

In questi tempi difficili i lavoratori scoprono i segreti dell’economia. Stanno imparando che non è possibile produrre senza padroni, né trovare cibarie senza mercanti. Ma la moltitudine operaia marcia senza armi, con le mani vuote, per questo cammino di libertà.

All’orizzonte arrivano varie navi da guerra degli Stati Uniti e si esibiscono davanti alle coste cilene. E il golpe militare, tanto annunciato, avviene.

.Gli piace la buona vita. varie volte ha detto che non ha l’anima di apostolo, né condizione di martire. Ma ha anche detto che vale la pena morire per tutto ciò senza il quale non vale la pena vivere. I generali insorti esigono le sue dimissioni. Gli offrono un aereo per andarsene dal Cile. Lo avvertono che il Palazzo Presidenziale sarà bombardato da terra e aria.

Insieme a un pugno di uomini, Salvador Allende ascolta le notizie. I militari si sono impossessati di tutto il Paese. Allende si mette l’elmetto e prepara il suo fucile. Risuona lo scoppio delle prime bombe. Il Presidente parla alla radio, per l’ultima volta: -Io non mi dimetto.

(tratto da "Memoria del Fuego III - El siglo del viento" di Eduardo Galeano)

LE ULTIME PAROLE DI SALVADOR ALLENDE (Radio Magallanes - Santiago 11 settembre 1973)

"Sicuramente questa sarà l’ultima opportunità in cui potrò dirigermi a voi. La Forza Aerea ha bombardato le antenne di Radio Magallanes. Le mie parole non hanno amarezza, ma delusione. Che siano esse un castigo morale per coloro i quali hanno tradito il proprio giuramento: soldati del Cile, comandanti in capo, l’ammiraglio Merino che si è autoproclamato comandante dell’Armata, più il signor Mendoza, generale vergognoso che solo ieri aveva manifestato la sua fedeltà e lealtà al Governo e che si è anche autoproclamato Direttore Generale dei Carabinieri.

Di fronte a questi fatti solo mi resta da dire ai lavoratori: io non mi dimetto!

Collocato in una transizione storica pagherò con la vita la lealtà del popolo. E vi dico che ho la certezza che il seme che abbiamo consegnato alla degna coscienza di migliaia di cileni non potrà essere abbattuto definitivamente.

Sono forti, potranno sottometterci, ma i processi sociali non si fermeranno né con il crimine, né con la forza. La storia è nostra e la fanno i popoli. Lavoratori della mia Patria: voglio ringraziarvi per la lealtà che avete sempre avuto, per la fiducia in un uomo che è stato solo l’interprete dei grandi aneli di giustizia, che ha impegnato la propria parola per il rispetto della Costituzione e della legge e io l’ho fatto.

In questo momento conclusivo, l’ultimo in cui io posso dirigermi a voi, voglio che approfittiate della lezione: il capitale straniero, l’imperialismo, uniti ai settori reazionari, hanno creato il clima affinché le Forze Armate rompessero le proprie tradizioni, che gli sono state insegnate dal generale Schneider e riaffermate dal comandante Araya, vittime dello stesso settore sociale che oggi starà aspettando di riconquistare il potere, con l’aiuto di una mano esterna, per difendere le proprie imprese e i propri privilegi.

Mi dirigo a voi, soprattutto alla umile donna della nostra terra, alla contadina che ha creduto in noi, alla madre che ha conosciuto la nostra preoccupazione per i bambini.

Mi dirigo ai professionisti della Patria, ai professionisti patrioti che hanno continuato a lavorare contro la rappresaglia auspicata dai collegi di categoria, collegi classisti che hanno difeso anche le difese di una società capitalista.

Mi dirigo alla gioventù, a quelli che hanno cantato e consegnato la propria allegria e il proprio spirito di lotta.

Mi dirigo all’uomo del Cile, all’operaio che lavora di più, al contadino, all’intellettuale, a quelli che verranno perseguitati perché nel nostro paese il fascismo è già stato presente molte ore fa durante gli attentati terroristi, facendo saltare ponti, troncando i binari della rete ferroviaria, distruggendo oleodotti e gasdotti, di fronte al silenzio di chi aveva l’obbligo di procedere.

Erano complici. La storia li giudicherà.

Sicuramente Radio Magallanes verrà zittita e il metallo tranquillo della mia voce non arriverà già a voi. Non importa. Continuerete ad ascoltarla. Starò sempre insieme a voi. Per lo meno il mio ricordo sarà quello di un uomo degno che è stato leale con la Patria.

Il popolo deve difendersi ma non sacrificarsi. Il popolo non deve lasciarsi annientare né mitragliare, ma nemmeno può farsi umiliare. Lavoratori della mia Patria, ho fede nel Cile e nel suo destino. Altri uomini supereranno questo momento grigio e amaro in cui il tradimento cerca di imporsi. Continuate voi sapendo che, molto più presto che tardi, si apriranno nuovamente i grandi viali sui cui passerà l’uomo libero, per costruire una società migliore.

Viva Cile! Viva il popolo! Viva i lavoratori!

Queste sono le mie ultime parole e ho la certezza che il mio sacrificio non sarà invano. Ho la certezza che sarà almeno una lezione morale che castigherà la fellonia, la vigliaccheria e il tradimento".

".Una grande nube nera si eleva dal palazzo in fiamme. Il presidente Allende muore al suo posto. I militari uccidono a migliaia in tutto il Cile. Il Registro Civile non annota i decessi, perché non ci stanno nei libri, ma il generale Tomàs Opazo Santander afferma che le vittime non sono più dello 0,01 per cento della popolazione, che non è un alto costo sociale e il direttore della CIA, William Colby, spiega a Washington che, grazie alle fucilazioni, il Cile sta evitando una guerra civile.

La signora Pinochet dichiara che il pianto delle madri redimerà il paese. Occupa il potere, tutto il potere, una Giunta Militare di quattro membri, addestrati nella Scuola delle Americhe a Panama. Li comanda il generale Augusto Pinochet, professore di Geopolitica.

Suona musica marziale su uno sfondo di esplosioni e colpi di mitraglia: le radio trasmettono bandi e proclami che promettono più sangue, mentre il prezzo del rame si triplica immediatamente sul mercato mondiale.

Il poeta Pablo Neruda, moribondo, chiede notizie del terrore. Ogni tanto riesce a dormire e delira. La veglia e il sonno sono lo stesso incubo.

Da quando ha ascoltato per radio le parole di Salvador Allende, il suo degno addio, il poeta è entrato in agonia.

(tratto da "Memoria del Fuego III - El siglo del viento" di Eduardo Galeano)



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