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FF.SS. UNA RIFLESSIONE SULLA TRISTE REALTA’ DELLA SCUOLA ITALIANA

di : Lucio Garofalo
martedì 17 ottobre 2006 - 02h50
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di Lucio Garofalo

Il titolo, un po’ lungo, potrebbe forse rievocare i divertenti e geniali film della regista Lina Wertmuller (con la celebre coppia di attori formata da Giancarlo Giannini e Mariangela Melato). Eppure non si tratta di un film o di una fiction, ma di una grottesca e “normale” situazione alquanto presente e diffusa in tante realtà scolastiche del nostro Paese.

Ho deciso di raccontare in forma ironico-surreale (spero) lo “scandalo” (un piccolo scandalo, non meno scandaloso dei grossi scandali nazionali ed internazionali) a cui ho avuto il dispiacere di assistere durante un collegio dei docenti della mia scuola all’inizio del nuovo anno scolastico.

Francamente ho assistito ad un ignobile e vergognoso “mercato delle vacche”, senza offesa per le vacche e per i loro padroni/venditori. La differenza consiste nel fatto che il mercato delle vacche ha una sua maggiore dignità e legittimità, una sua serietà, addirittura una sua nobiltà, almeno rispetto al “mercato” che ho seguito nel corso di una seduta del collegio dei docenti.

Tra i vari punti fissati all’ordine del giorno della suddetta riunione collegiale, figurava l’attribuzione degli incarichi relativi alle FF.SS. (che non significa Ferrovie dello Stato, anch’esse ormai in rovina), cioè alle Funzioni Strumentali al Piano dell’Offerta Formativa (P.O.F., come dire “appoffatevi”!) che ogni istituzione scolastica, nella sua “autonomia”, si sceglie e decide di mettere in mostra alla stregua di una ditta di formaggi, di una società finanziaria, di un’agenzia di viaggi che espone e promuove le proprie offerte ai clienti.

Per chi non lo sapesse, le Funzioni Strumentali, originariamente chiamate “Funzioni-obiettivo”, sono state istituite con il Contratto Collettivo Nazionale dei Lavoratori del Comparto Scuola, approvato durante il primo governo Prodi, per il quadriennio 1998/2001. Alcuni importanti passaggi normativi contenuti in questo contratto (che in un certo senso ha segnato un vero e proprio spartiacque storico e antropologico-culturale nel mondo della scuola italiana) hanno introdotto, incentivato e legittimato, un processo di mercificazione dell’istruzione scolastica e di tante attività, progettuali, organizzative, ecc., che in passato erano svolte gratuitamente, o quasi, per passione e vocazione, e non certo per denaro. Non intendo qui soffermarmi oltre sul discorso storico-politico concernente l’istituzione dell’autonomia scolastica, delle funzioni-obiettivo (o “funzioni strumentali”), delle RSU, nella realtà della scuola italiana, per non annoiare troppo i lettori. Mi interessa invece approfondire altri aspetti.

Voglio comunque esporre la mia opinione in breve.

Io ritengo che questo processo di mercificazione di un bene comune e prezioso quale il sapere (o la cultura) in effetti era già in atto da tempo, ma con il CCNL del 1998 è stato praticamente “legalizzato”, ovvero sancito per legge. Ebbene, tale “mercificazione” dell’istruzione scolastica è, a mio modesto parere, tra le cause principali che hanno provocato negli ultimi anni la rovina, il degrado e la svalutazione (politico-economica, sociale, intellettuale) della scuola italiana, con la conseguente, inevitabile perdita (o diminuzione) di prestigio e di potere contrattuale degli insegnanti, che in tal modo sono stati ridotti in un pietoso stato di necessità materiale, proprio per renderli maggiormente sensibili al “fascino” e alla “seduzione” dei fondi economici aggiuntivi, per quanto possano essere miseri e per nulla appetibili, almeno per dei seri professionisti ben pagati quali dovrebbero essere considerati gli insegnanti.

Ai miei occhi le Funzioni-obiettivo apparvero immediatamente, e così si sono rivelate e confermate alla prova dei fatti, come vere e proprie “disfunzioni con un solo obiettivo”: arraffare i soldini assegnati in anticipo ad ogni funzione, ossia ad ogni “vacca”.

Ebbene, dall’anno scolastico 1999/2000 (cioè dal primo anno in cui entrarono in vigore e furono applicate tali “funzioni”) sino ad oggi, ho assistito a tante farse, commedie, pagliacciate, buffonate, guerre tra poveri, ma allo “scandalo” davvero grottesco messo in scena nella succitata riunione, francamente non avevo ancora assistito.

Ma, come si usa dire, non c’è limite al peggio.

Il disgusto e l’orrore personali hanno praticamente raggiunto l’acme, fino alla nausea, quando, pur di “spartirsi equamente” la “torta” ha avuto inizio un’operazione di vera e propria “moltiplicazione”, non dei pani e dei pesci, ma delle cosiddette “aree”, vale a dire i settori di intervento e di azione assegnati a ciascuna funzione strumentale. Il fatto è che tale “miracolosa moltiplicazione” è stata eseguita non per venire incontro ad esigenze e scopi davvero “funzionali” o “strumentali” al “buon funzionamento” (scusate la ripetizione) della scuola, quindi per migliorare la qualità dell’offerta formativa, le condizioni di studio e di vita degli allievi, nonché il lavoro degli insegnanti, bensì per consentire ai vari “soci” di partecipare alla “divisione degli utili”, ovvero dei fondi per le FF.SS.

Ecco come “funziona” un’azienda che si rispetti! J

Naturalmente, in base a tale operazione i benefici ottenuti saranno due: sono state messe più “vacche” sul mercato, esattamente 5: il numero massimo a cui può aspirare una scuola come la mia; inoltre le aree di intervento, così dimezzate, frazionate, smontate e rimontate, spostate, nuovamente scorporate, frantumate, scomposte e ricomposte, insomma come il gioco delle tre carte, permetteranno ai colleghi FF.SS. di faticare meno e guadagnare di più. Evidentemente, la mia è una scuola “rivoluzionaria” che ha messo in pratica uno slogan che in passato fu adottato da Democrazia Proletaria e poi da Rifondazione Comunista: “lavorare meno per lavorare tutti”. Naturalmente, lo scenario è ben diverso, circoscritto ad una “oligarchia”.

Certo, le oligarchie sono sempre esistite nella scuola (e fuori).

In passato esisteva una gerarchia molto più rigida, severa, formalista ed autoritaria di quella attuale, che partiva dal vertice ministeriale e scendeva in basso attraverso gli ispettorati, i Provveditorati agli studi, fino a calarsi nella realtà particolare e concreta delle singole scuole, laddove i presidi e i direttori didattici la facevano da padroni, coadiuvati al massimo da un vicario o un vicepreside.

Oggi, con l’istituzione della cosiddetta “autonomia scolastica”, le varie oligarchie presenti nelle singole scuole si sono strutturate ed articolate in modo più ampio e complesso, mutuando gli stili, i linguaggi, la mentalità, i comportamenti, le scelte e gli organigrammi dal modello delle aziende neocapitaliste. E’ questo il modello a cui ci si sta sempre più avvicinando e adeguando.

La differenza principale rispetto al passato, consiste nel fatto che mentre prima le oligarchie si reggevano quasi sempre su autentici valori morali ed intellettuali come le competenze e i talenti personali, le capacità professionali, la cultura e l’onestà individuali, ecc., oggi si basano quasi esclusivamente su caratteristiche quali l’astuzia, l’arroganza, la voglia sfrenata di emergere, la brama di potere e di ricchezza (un miserrimo potere, una miserrima ricchezza).

Sia chiaro che il sottoscritto non nutre alcun rimpianto e alcuna “aristocratica nostalgia” verso la “vecchia oligarchia”, così come Tommaso Buscetta faceva rispetto alla “vecchia mafia”, perché più “giusta”, più “onorata”, più “umana”, al contrario della “nuova mafia”.

La mafia è sempre ed ovunque un’organizzazione criminale, spietata e disumana.

Parimenti le gerarchie e le oligarchie (nella scuola, come dappertutto) sono sempre, a mio avviso, forme organizzative di un potere autoritario ed antidemocratico, in quanto strutturato a livello verticale e non orizzontale, che tende ad escludere la maggioranza delle persone dai canali e dai processi decisionali, riservandoli invece ad un’elite di “professionisti”, di “addetti ai lavori”, di “specialisti”, che di solito non detengono alcuna “specializzazione” o alcuna “professionalità”, se non le “doti” di chi è arrogante, furbo, disonesto, prevaricatore, venale.

Ma torniamo alla riunione in questione.

Quando io, ad un certo punto della seduta collegiale, mi sono permesso di interrompere o “guastare” la “festa” in corso, prendendo la parola con la mia consueta energia, grinta e passionalità (che qualche maligno o maligna scambia per “maleducazione”: questo è un segno del moralismo ipocrita oggi imperante, nella scuola e fuori, sic!), ho avanzato una proposta molto semplice: visto che si stava decidendo il modo in cui investire un fondo più o meno consistente (900/1000 euro circa per 5 persone formano all’incirca 4500/5000 euro, e non sono pochi, ma nemmeno molti) con troppa facilità e superficialità, con troppa faciloneria, ovvero fretta, mi sono chiesto ed ho chiesto alla platea “dormiente” di compiere una verifica democratica, mediante votazione a scrutinio palese, rispetto a quanto stava succedendo, ossia rispetto ai principi, ai criteri, alle modalità, alle procedure adottate, ma soprattutto rispetto alla scelta di partenza di accedere ai fondi da assegnare alle funzioni strumentali.

Purtroppo, come sovente accade in simili casi, soprattutto in contesti in cui si è poco adusi o abituati alla prassi del voto come strumento elementare di verifica e di controllo democratico, la mia proposta, che io ho formulato chiaramente, non è stata avallata dalla maggioranza, anzi è stata bocciata e svalutata anche in virtù dell’autorità messa in campo dal preside e dai suoi.

Ma, a sorpresa, accanto al mio voto nettamente contrario si è affiancato anche quello della vicepreside! Un piccolo segnale, da non trascurare o sottovalutare, che può indurre ad essere un po’ più ottimisti verso l’avvenire, esortandomi a proseguire queste “piccole” battaglie (di retroguardia o di avanguardia che siano) con maggior ardore e convinzione, anche a costo di apparire come il “Don Chisciotte” della situazione. Ma meglio Don Chisciotte che Don Abbondio!

In effetti, la mia “contestazione”, espressa attraverso diversi interventi, anche in altre occasioni (sedute del Collegio dei docenti, assemblee sindacali, eccetera), nasce da una domanda “provocatoria”. Io, infatti, mi chiedo e chiedo a chi mi legge:

1) prima del 1999 le scuole italiane non funzionavano? Come facevano a funzionare senza le tanto agognate funzioni strumentali?

2) Le scuole che oggi rinunciano (e non sono poche come si vuol far credere) a tali fondi e tali funzioni, come fanno a funzionare?

3) Infine, non sono funzioni altrettanto strumentali al P.O.F. anche tutti gli insegnanti che si “limitano” soltanto ad insegnare, i “bidelli” la cui funzione è preziosissima, insomma non sono “strumentali” e “funzionali” all’organizzazione di una scuola tutte le risorse umane, interne ed esterne? Ebbene, perché queste soggettività vengono escluse anche dai compensi straordinari, mentre vengono ad essere privilegiate e valorizzate (economicamente parlando) soltanto alcune “funzioni”, che qualcuno ha deciso di considerare e sancire per legge come più utili e funzionali, soltanto per inquadrarle in una logica di tipo aziendalista e neocapitalista, ovvero in base ai parametri di un presunto efficientismo, di un falso ed erroneo utilitarismo e pragmatismo?

Naturalmente, le risposte sono già implicitamente contenute nelle domande: le scuole italiane funzionavano bene, anzi benissimo, anche prima del contratto del 1998, quando si doveva fare a meno delle FF.SS. e di tutto l’apparato ad esse corredato. Parimenti, oggi le scuole che si rifiutano di accedere a questi fondi straordinari per le FF.SS., mi risulta che funzionino altrettanto bene. Il problema, semmai, riguarderebbe i presidi-manager, i quali dovrebbero fare a meno di uno staff al completo che includa anche le funzioni strumentali.

Ecco dunque la vera risposta, la risposta a tutte le domande: le funzioni strumentali, come altri incarichi aggiuntivi ed altri strumenti organizzativi, fanno comodo soprattutto ai dirigenti scolastici, i quali hanno tutto l’interesse ad organizzare e strutturare le loro scuole secondo un organigramma di tipo aziendalista, proprio perché li esonerebbe da compiti gravosi e impegnativi, da responsabilità che non sono in grado di assumersi e reggere da soli.

Prima di concludere, voglio sgombrare il campo da possibili equivoci e malintesi.

Anzitutto, non è il rancore, o il desiderio di rivalsa, a farmi scrivere queste cose, dato che anche il sottoscritto è stato “invitato” a partecipare alla “festa”, ovvero alla “spartizione della torta”, ma si è tranquillamente rifiutato, per ragioni di coerenza, onestà e dignità.

In secondo luogo, io non contesto la vicenda in questione dal punto di vista strettamente giuridico-normativo, in quanto sono cosciente che la legge consente, esorta, spinge le scuole, ossia i dirigenti, ad accedere a tali fondi aggiuntivi, ad utilizzarli visto che ci sono e sono spendibili. Invece, io ho voluto descrivere soprattutto il senso di nausea e disgusto che ormai si avverte di fronte a tali degenerazioni, ma mi accorgo che sono sempre più numerosi i colleghi e le colleghe che si stanno assuefando al “fetore”, si stanno immunizzando e stanno diventando totalmente indifferenti ad ogni scandalo e ad ogni abuso, ad ogni eccesso di mercificazione e di alienazione, che per me sono e restano intollerabili, ieri, oggi e domani!

E’ quindi una questione di natura etico-morale che io sollevo, rispetto alle modalità e alle procedure formali, che sono altresì sostanziali, in cui sempre più spesso si fanno e si decidono certe cose, ovvero si spendono i soldi disponibili per le scuole, e mi riferisco al cinismo, alla sfacciata e spudorata leggerezza con cui spesso si effettua la “spartizione della torta”, vale a dire la distribuzione delle risorse economiche legate al Fondo di Istituto o ad altri fondi straordinari. Risorse che sempre più spesso i presidi provvedono ad elargire secondo metodi di stampo “borbonico”, nel senso che sono quantomeno dubbi e discutibili.

Infine, qualcuno potrebbe obiettare: “ma te la prendi così tanto per così poco? Ma non sai che c’è di peggio?”. Ebbene, io replico seccamente che proprio da questi “piccoli scandali”, che sono sempre più diffusi nella nostra società, e non solo nelle scuole, si costruiscono e derivano i grossi scandali di portata nazionale come Tangentopoli, Bancopoli, Calciopoli, Spiopoli, Monopoli, Paperopoli, e via discorrendo.



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