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VERSO L’ASSEMBLEA DI FIRENZE: I PACIFISTI E L’AUTONOMIA DAL QUADRO POLITICO

di : Alfio Nicotra
sabato 21 ottobre 2006 - 16h22
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PROVIAMO A DISCUTERNE SENZA CARICATURE

di Alfio Nicotra

Il movimento per la pace e l’autonomia dal quadro politico. Potrebbe essere questo in sintesi il senso dell’assemblea nazionale dei pacifisti italiani prevista a Firenze per questo fine settimana. In verità il programma mette in agenda temi di estremo rilevo come la crisi della guerra infinita e del sogno del “Grande Medio Oriente”, il ruolo delle Nazioni Unite e quello dell’interposizione civile e nonviolenta nei luoghi del conflitto, la centralità della questione palestinese ma anche la “finanziaria armata”, le missioni e le basi militari.

L’autonomia del movimento è però il filo interpretativo che attraverserà tutti questi assi.

Dopo le grandi mobilitazioni “milionarie” degli anni passati in più occasioni ed in diversi hanno provato a cantare il de profundis di quello che è stato il movimento per la pace più forte e grande del mondo. Nell’epoca dell’ultimo Berlusconi si attribuiva questa irreversibile crisi al fatto che il movimento non era stato capace di fermare la guerra all’Iraq e questo avrebbe generato sconforto, caduta di fiducia e ripiegamento su se stesso. Nell’epoca dell’attuale governo Prodi la spiegazione della crisi diventa invece caricaturale e più rozza: associazioni importanti, per non disturbare il “governo amico”, hanno ripiegato la bandiera arcobaleno nel cassetto, si sono arruolati alla “guerra umanitaria” e alle cosiddette “missioni militari di pace”. Anche la sinistra radicale e segnatamente Rifondazione Comunista che è stata parte fondante del movimento dei movimenti in Italia, non sfuggirebbe a questa critica.

L’accusa è di quelle al vetriolo: aver sacrificato il movimento all’altare della Realpolitik e delle compatibilità governative, con i dirigenti di Rifondazione intenti a somministrare pasticche di Tavor al pacifismo italiano per addormentarlo ed impedirgli di prendere parola ed azione.

Sono critiche che non appartengono solo al campo antimperialista storicamente minoritario nel movimento italiano, ma anche a persone di altra estrazione come Gino Strada o, sia pur con una maggiore articolazione di pensiero, a padre Zanotelli.

Ad alimentare questa visione ha contribuito in parte anche la “Tavola della Pace”, l’anima storicamente più istituzionale e moderata dell’arcipelago pacifista che - pur avendo il merito di aver promosso una iniziativa in piena estate ad Assisi a pochi giorni dall’assassinio del nostro Angelo Frammartino e quando ancora piovevano le bombe israeliane sul Libano - ha finito per disorientare tutti con quello striscione del “Forza Onu”.

La speranza è che l’assemblea di Firenze abbia la capacità di uscire da questo tratto caricaturale in cui è stata gettata la discussione nel movimento.

Proviamo a ragionare. Il movimento non ha fermato materialmente la guerra all’Iraq ma l’ha fermata nella testa e nella coscienza di milioni di persone. Lo sfondamento culturale dello scontro di civiltà non è passato per questo fronte. Lo stesso mondo politico italiano, che ne avrebbe fatto volentieri a meno, è stato costretto al ritiro delle truppe da quel paese : un successo del movimento ma che una impostazione autolesionista ha portato irresponsabilmente a trascurare enfatizzando invece la permanenza italiana sul fronte di guerra afgano.

Nessuno nel movimento ha tradito- (tradimento, categoria concettuale tipica del mondo militare) - la parola d’ordine “contro la guerra senza se e senza ma”. Questo ripudio radicale della guerra è a fondamento dell’agire pacifista è la bussola che ci consente di inverare la nonviolenza nella storia umana. Gandhi sosteneva che “non c’è una strada che porta alla pace ma è la pace la strada”, ma proprio per questo dobbiamo essere in grado di camminarci sopra, di conquistarla passo dopo passo.

Sul governo dell’Unione sono state riposte legittime attese di discontinuità con la politica estera di Berlusconi, ma queste legittime attese non possono essere confuse con il programma del comitato “Fermiamo la guerra”. L’Unione non è una coalizione di pacifisti ma è una coalizione in cui ci sono anche forze pacifiste. La distinzione tra le due cose è tutt’altro che irrilevante.

Per questo il movimento non può dipendere dalle dinamiche governative o parlamentari. Perché niente ci verrà regalato specialmente in un paese in cui il centrosinistra ha vinto per uno scarto di 25 mila voti. La nostra idea di pacifismo è una idea di lotta. La stessa che abbiamo imparato a Genova.

Ovviamente il disorientamento ed il malessere esiste, sarebbe ridicolo ed infantile negarlo. Ma l’esperienza della recente manifestazione antiTav a Roma e quella che con un arco di forze larghissimo stiamo preparando per il 4 novembre contro la precarietà dimostrano che è possibile dare voce e gambe all’autonomia del movimento. Perché per la pace questo non sarebbe possibile? Perché in questo campo si fanno assurde equiparazioni tra missioni come quella in Libano e quelle di guerra come l’Afghanistan e l’Iraq? Non è necessario condividere la stessa analisi o punto di vista, bisogna portare rispetto per ogni posizione, ma come si fa almeno a non vedere che quella in Libano è l’unica missione che a differenza di tutte le altre ha contribuito ad abbassare la violenza invece di innalzarla? Dobbiamo accontentarci di quella tregua e delegare all’Onu e ai militari la costruzione della pace? Ma neanche per sogno: i militari non sono mai la soluzione, sta alla politica alla diplomazia, ai corpi civili di pace gettare i semi e coltivare una nuova speranza. Non sarebbe allora meglio invece interrogarsi su come riusciamo a riporre al centro dell’agenda politica la questione palestinese o come riusciamo insieme a “demistificare” la guerra della Nato a Kabul e dintorni?

Uscire dalla dicotomia filo-governativi / anti-governativi è oggi per il movimento pacifista decisivo.

Occorre ricostruire da un lato uno spazio pubblico in cui le varie anime antiguerra possano riconoscersi e al tempo stesso rilanciare e potenziare le campagne per il disarmo, la smilitarizzazione, una cooperazione altra che non punti più ad un acritico sviluppo ma a sostenere le società civili e i movimenti dei paesi colpiti dalla guerra militare, sociale ed economica.

L’appuntamento di Firenze, città storica del pacifismo italiano, rappresenta una preziosa occasione per farlo.

(da Liberazione del 19/10/2006)



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