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RIFLESSIONI SULLA MODERNITA’ IRPINA

di : Lucio Garofalo
sabato 30 dicembre 2006 - 20h48

di Lucio Garofalo

Francamente non condivido, né ho mai condiviso, quella persuasione comune assai diffusa e corrente, troppo positiva e poco critica, attinente alla modernizzazione che è soprattutto un effetto ritardato e regressivo della post-modernizzazione delle economie e delle società capitalisticamente più avanzate del Nord Italia e del Nord del pianeta, la cui ricchezza e il cui potere derivano esclusivamente da un sistema di sviluppo che genera essenzialmente miseria, sottosviluppo e dipendenza in altre regioni del pianeta, comunemente identificate come "Sud del mondo", in cui annovero necessariamente anche il Meridione d’Italia.

A maggior ragione se ci riferiamo a una modernizzazione forzata e fittizia, come quella avvenuta nella fase storica post-sismica della società irpina, ma il discorso potrebbe essere esteso alle altre aree depresse e sottosviluppate del Terzo e Quarto mondo.

Quelle che fino a pochi lustri or sono rappresentavano comunità coese e compatte, solidali e a misura d’uomo, benché anguste e chiuse nella loro arretratezza e genuinità culturale, estremamente particolaristiche e tradizionalistiche (soprattutto sul piano dei costumi e delle usanze religiose e linguistiche), rette su un sistema economico-sociale e culturale arcaico e primitivo, di tipo feudale o semi-feudale, si sono rapidamente trasformate in società sempre più disfatte e disgregate, sempre più alienate e nevrotiche, proprio a causa di un’accelerazione storica improvvisa e violenta che ha provocato un’involuzione e un imbarbarimento progressivo dei rapporti interpersonali. La schizofrenia e l’atomizzazione sociale, di massa, costituiscono i segni più emblematici ed eloquenti di una civiltà, quella occidentale, in pieno disfacimento e in fase di decomposizione irreversibile, in quanto momento terminale di un processo di declino storico strutturale e ideologico del sistema capitalistico-borghese.

Anche in Irpinia, la conseguenza più atroce e drammatica di questa modernizzazione posticcia, è un processo di crescente alterazione e brutalizzazione dei comportamenti e delle relazioni umane, sempre più improntate e finalizzate ad un unico valore dominante, il profitto economico, quale unico scopo e unico modello di vita proposto-imposto alle nuove e future generazioni irpine. Le quali, non a caso, sono costrette ad emigrare in massa per cercare fortuna altrove, come è accaduto in passato ai loro nonni e ai loro antenati, seppure siano indubbiamente più scolarizzate e, in moltissimi casi, formate ai massimi livelli dell’istruzione scolastica e universitaria. Con la differenza sostanziale che quello odierno è un flusso migratorio senza più ritorno, come in gran parte si sta dimostrando, per cui la perdita per le nostre comunità si rivela davvero immane e irreparabile.

Tale modello esistenziale-culturale è altamente diseducativo e deviante, patologico e morboso, feroce e disumano, nella misura in cui è diventato un fine assolutamente pervasivo e unilaterale, presente in maniera ossessiva nella nostra esistenza quotidiana. Tuttavia, tale principio non è sorretto da una coscienza etico-intellettuale sufficientemente critica e matura, capace di compensare e sostituire, se necessario, quell’interesse primario, univoco e predominante, con altri beni o valori umani, morali e spirituali, più edificanti e gratificanti. L’imposizione di una visione generale della vita conforme al sistema economico vigente, perché di questo si tratta, avviene attraverso metodi diversi rispetto al passato, ricorrendo a procedimenti apparentemente democratici e non autoritari, eppure molto più omologanti, alienanti ed oppressivi di qualsiasi dittatura militare.

Sia ben chiaro un punto, a scanso di equivoci e malintesi. Non intendo qui formulare un’ipotesi di esaltazione acritica e apologetica del feudalesimo o delle civiltà ormai trascorse e superate da un falso sviluppo che in realtà è in grado di generare su scala soprattutto planetaria, ma anche all’interno del suo assetto locale, regionale e nazionale, nuove forme di sottosviluppo e barbarie, né intendo esternare sentimenti di inutile e anacronistica nostalgia d’un passato che fu anche, e soprattutto, di dolore e di oppressione, di corruzione sociale e di depravazione morale (almeno a livello delle classi sociali superiori: si pensi all’aristocrazia feudale, di stampo baronale, o alle fasce più elevate e più ricche della borghesia economico-mercantile), di miseria e di sfruttamento materiale delle plebi rurali irpine e della servitù della gleba pre-esistente.

Al contrario, mi preme interpretare e comprendere la società presente a partire da un’analisi il più possibile lucida e oggettiva di quella trascorsa. Occorre sviscerare e spiegare la realtà odierna, segnata da un fallace sviluppo economico e civile, da una democrazia pseudo-liberale puramente formale e rappresentativa, da un benessere assolutamente mercificato, corrotto e artefatto, in quanto prettamente consumistico.

Tutto ciò al fine di progettare e costruire, se possibile, un avvenire davvero migliore per le giovani generazioni irpine, ossia per i nostri figli, insieme con gli altri soggetti sociali realmente antagonisti e progressisti, ossia attraverso un impegno e un’azione che sono di natura necessariamente politica, volti però ad una trasformazione profonda e radicale dell’ordine costituito vigente nelle nostre zone. Le quali sono ancora oppresse da una casta politica "digerente", ormai incancrenitasi, che governa utilizzando sistemi di stampo borbonico-feudale, alla stregua del celebre "Gattopardo" (di Giuseppe Tomasi di Lampedusa), convinto che tutto debba cambiare affinché nulla cambi e tutto resti come sempre.

L’attuale processo di sviluppo ha generano soprattutto mostruosità, veleni, devianze, conflitti e contraddizioni sociali estremamente brutali, provocando atteggiamenti ed effetti caratteristici di un filone teatrale classificabile tra la tragedia e la commedia umana, dando origine a nuove sacche di miseria, di oppressione, di sfruttamento e di barbarie di massa, all’interno di società sempre più massificate e omologate sul versante etico-spirituale e culturale.

Questo fenomeno di massificazione e standardizzazione dei corpi e delle menti umane, è peggiore di qualsiasi forma di fascismo e totalitarismo conosciuti in passato, in quanto è un sistema molto più subdolo e strisciante, non apertamente autoritario e coercitivo, nella misura in cui non si serve delle istituzioni palesemente repressive quali esercito, polizia, carcere, mentre si avvale soprattutto dei mezzi di comunicazione e di persuasione di massa, anzitutto dei messaggi pubblicitari subliminali, per cui la sua forza si rivela molto più efficace, convincente e pervasiva.

L’odierna società irpina è diventata alienante, in quanto l’autonomia, la consapevolezza e la personalità del singolo individuo sono totalmente schiacciate e annichilite, essendo la persona privata di ogni scelta alternativa all’esistente (ossia al nulla), essendo espropriata di ogni diritto concreto e di ogni effettiva possibilità di partecipazione esistenziale, politica e culturale davvero libera e cosciente.

Insomma, il "pensiero unico" dell’homo economicus, proprio dell’ideologia neoliberista, frutto di un processo di espansione e globalizzazione neocapitalista su scala planetaria, ha attecchito anche in terra irpina, facendo tralignare e degenerare, quasi più che altrove, le coscienze e i comportamenti individuali e collettivi all’interno di comunità che, malgrado tutto, erano ancora abbastanza sane ed integre moralmente, autenticamente e profondamente umane... Nonostante tutto!

Il mio "pessimismo cosmico" è solo apparente ed esteriore, in quanto nasce da un’analisi disincantata e distaccata della realtà esistente, ma è sorretto e confortato da uno spirito ottimistico, derivante dalla volontà e dal desiderio di cambiare lo stato di cose presenti.



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