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"De mä", oltre il confine

di : Alessandro Ambrosin
lunedì 15 gennaio 2007 - 20h55
JPEG - 22.5 Kb

Intervista a Pietro Orsatti, regista del video inchiesta "De mä", trasformazione e declino - un film sulla fine del lavoro portuale a Genova.

Appena si legge il titolo di questa video inchiesta di Pietro Orsatti, torna in mente una canzone scritta nel 1984 da Fabrizio De Andrè e Mauro Pagani, Crêuza de mä. Un titolo che nel dialetto genovese indica quella linea di demarcazione, quel labile confine che divide il mondo della terraferma dal mare. Pietro Orsatti nel suo video inchiesta abbatte questa frontiera, così lontana dagli sguardi comuni, approdando con la sua telecamera nel luogo che ne traccia in maniera indelebile il confine: il porto.

Quando lo si osserva in lontanza dalle strade costiere appare un luogo silenzioso nell’immaginario collettivo, evocazione di mondi sconosciuti, epicentro nevralgico dello scambio di cose, di persone, di storie e di emozioni.

Pietro varca la soglia del porto di Genova e si imbatte nella moltitudine di lavoratori al suo interno, vittime per primi dell’ effetto della globalizzazione, dei mutamenti sociali e dall’annullamento della dignità di lavoratore che ne consegue.

Come nasce questo progetto?

Ho iniziato a interessarmi di porti, di portualità, all’inizio degli anni ’90. In quel periodo mi occupavo molto di ambiente, in termini professionali e di attivismo politico, e proprio a Genova si verificò uno dei più grandi disastri ambientali del Mediterraneo: l’affondamento della petroliera Haven. In quell’occasione sono andato per la prima volta a Genova. Era impressionante. La nave affondò dopo due giorni.

Era incendiata. Arrivai in città di notte e lo spettacolo era davvero apocalittico. Questo ricordo ritorna anche nel film "Genova guardava la Haven bruciare dall’alto, lontana. Una città di mare che si era scordata il mare". Poi tornai ad occuparmene, concentrandomi questa volta sul lavoro, con alcuni servizi quando lavoravo a Diario. Insomma per sedici anni, periodicamente, mi sono occupato del tema del lavoro portuale direttamente e indirettamente.

E poi, per chi è della mia generazione, i dockers genovesi erano un mito, l’élite della classe operaia: per chi ha frequentato le piazze durante manifestazioni negli anni ’70 e ’80 il servizio d’ordine dei camalli era una sorta di leggenda.Già durante il G8 era evidente che questa leggenda si era infranta. Da casta privileggiata, da élite, si erano trasformati in precari a cottimo, sottopagati, con margini di sicurezza sul lavoro effimeri, praticamente abbandonati dal sindacato.

In particolare i lavoratori della Compagnia Unica, che da ente autogestito dai lavoratori si è trasformato in un’impresa Spa, stanno vivendo una condizione incredibile.

Tre dati: su mille lavoratori della Compagnia ogni anno si verificano dai 700 agli 800 incidenti sul lavoro e 24 morti negli ultimi nove anni; il traffico marittimo nel Mediterraneo è in crescita vertiginosoa e se ne prevede il raddoppio entro il 2020 ma il porto di Genova (e di tutta Italia) sono in crisi mentre crescono altri come Barcellona e Marsiglia; la tariffa di scarico per gli armatori a genova è tre volte infreriore a quella di Barcellona ma quest’ultima ha una crescita 4 volte maggiore di Genova.Da questa memoria e da questi dati nasce il film. In che periodo hai girato le riprese?Ho finito di elaborare il progetto i primi di aprile del 2006 e ho filmato in più volte da maggio ai primi di dicembre: ho filmato circa 120 ore di materiale. Poi sono entrato direttamente in montaggio per un mese e il 5 il film era chiuso.

Durante questo documentario hai dovuto affrontare problemi legati alle autorizzazioni portuali?

Si e no. Sembra un paradosso ma il porto è un luogo "altro". Solo in un terminal, quello dei Messina, (Ignazio Messina, armatore, ndr) è stato impossibile addirittura avvicinarsi. I terminal sono delle concessioni pubbliche, ma quando un terminalista ottiene queste concessione recinta con filo spinato e barriere, ne fa un uso esclusivamente privato, anche se le norme di fatto direbbero altro.

Nelle interviste hai trovato reticenze da parte dei lavoratori nel denunciare le proprie condizioni di lavoro dettate dalla paura di avere ripercussioni negative dai propri datori?

Solo una volta un lavoratore, dopo aver parlato mi ha chiesto di non essere inserito. Per il resto tutti avevano la necessità di dire, raccontare e raccontarsi. La situazione è davvero disperata per centinaia di loro e la città, il sindacato, la politica sembra ignorarlo del tutto. Il mio problema è stato poi, in montaggio, cercare di tutelarli il più possibile.

Alcuni avevano paura, anche di ripercussioni fisiche: in porto la "fisicità" fra lavoratori non è una fantasia, è un dato. Non so se si possa parlare di vere e proprie squadre di punizione, ma diciamo che ci esistono diversi episodi sull’argomento. Eppure, nonostante tutto, la maggior parte ha parlato di se e del proprio lavoro, evitando di farsi condizionare da eventuali ripercussioni.

Tutti i tuoi lavori, anche quelli precedenti, sono mirati a dare una spinta concreta alla coscienza collettiva attraverso la conoscenza dei fatti. Cosa hai acquisito personalmente da questa esperienza?

Prima di tutto ho trovato alcuni nuovi amici. Senza l’impegno di un gruppo di lavoratori che per mesi mi hanno guidato dentro la memoria del porto. Poi ho rinnovato la consapevolezza che per chi fa il mio lavoro è necessario, prendersi il tempo necessario al fine di entrare in profondità nelle storie che si vogliono raccontare, evitando la superficialità. Ogni tanto è necessario ignorare editori, emittenti, produttori e sporcarsi le mani.



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