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"MIO FRATELLO E’ FIGLIO UNICO"

di : K.
sabato 28 aprile 2007 - 17h36
1 comment
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Non sono uso avventurarmi, né su questo sito né nelle altre mie frequenti incursioni nel web movimentista, nelle recensioni cinematografiche.

Lo feci una sola volta, su Indymedia, parlando di “Romanzo criminale”.

Ma, come quel film di Michele Placido, anche “Mio fratello è figlio unico” – sia pure in forma assai diversa e per certi versi “impolitica” – parla di noi, della nostra storia, di quella “memoria senza la quale non c’è futuro” … cioè di quello di cui spesso mi piace scrivere in questo ed altri luoghi ……. e quindi, parlarne qua sopra, mi sembra una sorta di eccezione che conferma la regola …….

Innanzitutto va detto che il film di Daniele Lucchetti è eccezionalmente bello anche da un punto di vista meramente artistico e/o poetico, si tratta di una operazione che viaggia tra una forma moderna di neorealismo unita alla migliore tradizione, ormai così in disuso, della commedia “sociale” all’italiana.

Liberamente ispirato ad un bel libro degli anni scorsi, “Il fasciocomunista” di Antonio Pennacchi, il film parla della storia di due fratelli di una famiglia operaia di Latina degli anni sessanta e settanta, uno, Manrico, operaio di fabbrica e militante marxista-leninista ( un buon Scamarcio, finalmente liberatosi dai ruoli da “fotoromanzo giovanile”) e l’altro, Accio, prima seminarista e poi studente ed attivista neofascista, interpretato in modo veramente superlativo da Elio Germano, non nuovo ad interpretazioni di giovani di quell’epoca, e già distintosi bene nel ruolo del protagonista di “Il cielo in una stanza” di qualche anno fa.

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La storia parte dai primissimi anni sessanta e finisce, tragicamente per Manrico, all’inizio del 1974.

In mezzo c’è un po’ di tutto, il “boom economico", il fenomeno del beat, la “liberazione sessuale”, il 68 studentesco ed il 69 operaio ( il tutto vissuto molto di riflesso in una cittadina di provincia, anche se ad un passo da Roma) ed infine, con qualche oggettiva forzatura tempistica, i cosiddetti “anni di piombo”.

Come dicevo, non si tratta assolutamente di un film politico bensì dell’analisi assai poetica dei rapporti tra due fratelli all’interno di una famiglia oggettivamente disastrata nel passaggio sociale da una condizione contadina ad una operaia, col sogno del benessere tipico degli anni sessanta radicato nelle aspirazioni ma con la frustrazione di non riuscire a raggiungerlo nella pratica di tutti i giorni.

Questo però con grosse differenze rispetto al libro ispiratore ed autobiografico di Pennacchi, nel quale il protagonista assoluto è Accio ( lo stesso Pennacchi) e dove la figura del fratello “compagno” Manrico ( che nel romanzo milita nel Pci e non nella sinistra rivoluzionaria e soprattutto non finisce poi nel lottarmatismo) è invece del tutto secondaria.

E se il libro conteneva anche elementi di ricostruzione storica abbastanza precisa non si può certo dire la stessa cosa per il film e non soltanto per la già citata vicenda della morte del Manrico brigatista a Torino in una sparatoria con la polizia più facilmente databile nei primi anni ottanta che non nel 1974.

In generale nel film si indulge molto di più alla caricatura, sia degli ambienti fascisti che di quelli “compagneschi”.

Pennacchi, pur partendo dal nostalgismo fascistoide tipico della zona di Latina ( città creata da Mussolini, che la chiamò Littoria, dalla bonifica delle zone pontine dei primi anni quaranta), descrive abbastanza fedelmente il giro dei fascisti romani di Delle Chiaie, con forte radicamento anche a Latina, di cui faceva parte, i tentativi di infiltrazione nel primissimo movimento studentesco del 1968 ( la partecipazione degli stessi ambienti fascistoidi agli scontri di Valle Giulia), i contrasti tattici ma anche strategici di questa “nuova destra” con i caporioni missini tradizionali come Caradonna ed Almirante e soprattutto allude abbastanza chiaramente alle complicità istituzionali, poi manifestatesi con forza intorno alla vicenda della “strage di stato” del 1969, con questo ambiente di mazzieri e bombaroli, spesso direttamente a libro paga dei “servizi” più o meno “deviati”.

Di tutto questo nel film nessuna traccia, i fascisti di Latina ( un po’ meno quelli di Roma) appaiono addirittura simpatici nei loro patetici rituali, nei pellegrinaggi a Predappio alla tomba di Mussolini, nelle loro azioni più goliardiche che squadristiche, nella loro condizione sociale sottoproletaria ( mentre invece si trattava quasi sempre di figli della piccola e media borghesia), nel loro generico e contraddittorio antiamericanismo mutuato dall’ancora recente dopoguerra.

Anche se bisogna dire che un episodio assente nel libro anche se veramente avvenuto a Latina nel 1971 - l’incendio, da parte dei fascisti, delle misere auto degli operai che occupano la fabbrica dove lavorano Manrico ed il padre - almeno ne chiarisce simbolicamente nel film la sostanziale vocazione di nemici delle lotte sindacali e di inequivocabili servitori dei padroni.

Altrettanto “caricaturale” è la descrizione dell’ambiente dei compagni. Su questo bisogna dire che una certa fedeltà col libro di Pennacchi ci sarebbe pure, ma Pennacchi parla esplicitamente di un gruppo di estrema sinistra molto particolare, i maoisti di “Servire il Popolo”, del quale entrò a far parte dopo aver abbandonato la militanza neofascista.

“Servire il Popolo” era effettivamente qualcosa di tragicomico, con riti allucinanti come quello dei “matrimoni rossi”, con atteggiamenti sessuofobici ( non a caso il leader massimo, Brandirali, è poi finito in Comunione e Liberazione e poi in Forza Italia), con un incredibile culto della personalità rispetto ai propri peraltro modesti ed incolori dirigenti ( Brandirali veniva retoricamente presentato come il “Mao italiano”) ed altre amenità del genere.

Dal film sembrerebbe invece che tutti gli ambienti della sinistra rivoluzionaria e persino gli ambienti sindacali tra fine sessanta ed inizio settanta fossero simili a “Servire il Popolo”, il che è oggettivamente un colossale falso storico.

C’è poi, per evidenti ragioni cinematografiche ( Lucchetti non poteva certo fare un film di sei ore come “La meglio gioventù”) la già citata forzatura nei tempi storici.

Appare veramente incredibile che nel giro di pochi giorni, se non di qualche ora, Scamarcio/Manrico possa passare dalla partecipazione defilata ad un attentato fatto da Accio con bomba-carta ( peraltro sottratta all’arsenale locale degli stessi fascisti di Latina) alla sede locale del Msi direttamente alla gambizzazione, in perfetto stile BR – in un’epoca in cui le BR ancora non usavano le pistole – di un dirigente della fabbrica dove lavora.

Ed in più rispetto al libro di Pennacchi, estraneo - nello stile stringato ed essenziale alla Nanni Balestrini che lo contraddistingue - a qualunque pretesa di “morale finale”, nel film si tende invece a fare una distinzione finale un po’ forzata tra l’esempio “cattivo” del Manrico passato da sindacalista operaio a brigatista e l’esempio “buono” dell’ex fascista Accio che, una volta fattosi compagno, si occupa di lotte di massa, a partire da quella per la casa .

Confine che chi ha vissuto quegli anni direttamente nei movimenti e nelle lotte sa bene che non è mai stato così netto e “manicheo”, soprattutto poi nei primissimi anni settanta quando le azioni lottarmatiste erano ancora sempre incruente e comunque idealmente legate, almeno nei contenuti, alle poderose lotte di massa dello stesso periodo.

Le differenze, al di là della oggettiva difficoltà di trasporre su schermo qualunque opera letteraria, sono così nette che hanno fatto insinuare a più di un “critico” l’ipotesi che il regista Daniele Lucchetti, pur partendo dalla trama autobiografica di Pennacchi e dalla sua ambientazione di provincia, si sia poi nei fatti molto ispirato ad un’altra vicenda, più tragica e più vicina alla sua storia personale, avvenuta qualche anno dopo l’epoca del racconto di Pennacchi.

E cioè alla storia di Marco Lucchetti, suo stretto parente, un giovane neofascista rimasto ferito nel novembre 1975 a Roma nello stesso attentato in cui perse la vita un altro giovanissimo militante di destra, Mario Zicchieri.

Il quale Marco Lucchetti è stato poi implicato in vicende minori del lottarmatismo nero ed è infine passato, a partire dall’esperienza carceraria, a posizioni di estrema sinistra.

Ma, come dicevo, non stiamo parlando di un film direttamente politico e meno che mai di una opera di ricostruzione storiografica con pretese scientifiche.

Bensì di una bellissima commedia di “racconto sociale”, senza velleità agiografiche né tantomeno revisioniste, e che comunque può veramente insegnare qualcosa a chi quei tempi non li ha direttamente vissuti e magari si reca al cinema solo per la presenza tra gli attori del “bello del momento” Scamarcio.

Con una scenografia d’epoca quasi perfetta e con le performances eccezionali di un cast di bravissimi attori, tra i quali vanno citati anche Zingaretti/Montalbano nel ruolo del capetto locale dei fascisti, Angela Finocchiaro in quello della mamma dei due fratelli ed Ascanio Celestini in quello di un non troppo convinto prete del seminario frequentato da Accio.

E con una colonna sonora quasi tutta imperniata sulle bellissime canzoni di epoca di una bravissima cantante, quasi del tutto oggi dimenticata, come Nada Malanima.

E in questi tempi di “Grandi Fratelli”, di spazzatura televisiva e cinematografica e di americanate di bassa lega, l’uscita ed il significativo successo di pubblico di un’opera culturale e "sociale" di questo tipo non sembrano decisamente cose da poco ….

www.triburibelli.org



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"MIO FRATELLO E’ FIGLIO UNICO"
29 aprile 2007 - 18h57 - Di cb6dc4f9e263adde832218681d1a79ba...

Pubblico anche qua sopra questo commento al mio articolo pubblicato a firma Aladino su www.triburibelli.org

K.

Non si poteva pretendere che Lucchetti, in un’ora e mezza scarsa di film, riportasse fedelmente circa 13 anni di storia italiana.

Del resto anche il già citato "La meglio gioventù" in ben sei ore di durata era riuscito ad ignorare sostanzialmente il movimento del 1977, il che è tutto dire.

Ed anche le incongruenze rispetto al libro di Pennacchi non vanno enfatizzate.

Li’ lo scontro tra fratelli era un aspetto del tutto incidentale della storia, nel film è invece l’argomento principale, il che cambia di fatto tutta la prospettiva narrativa.

Nel libro Accio lascia i fascisti e diventa comunista perchè si rende conto del fatto di essere manovrato dal potere, più o meno occulto.

Nel film il cambio di ideologia avviene perchè i fascisti danno fuoco alle automobili degli operai ed in particolare a quella del fratello ( anche se pure il pestaggio subito a Roma dai suoi camerati per aver dato del "mafioso" ad un dirigente del Msi è comunque una scena molto significativa).

Nel libro il "terrorismo" brigatista non c’è, se non sullo sfondo quello bombarolo dei fascisti di fine anni sessanta.

Nel film ce l’hanno fatto entrare per forza, anticipando di qualche anno la quotidianità e la cruenza delle azioni brigatiste e delle "esecuzioni" a danno dei brigatisti da parte di polizia e carabinieri.

Ma tutte queste differenze sono dovute all’impostazione della trama, tutta basata dal rapporto tra i due fratelli che appunto nel libro non è l’aspetto principale della storia.

Puo’ essere che il regista sia stato influenzato da sue vicende personali ( se ho ben compreso i due Lucchetti sono appunto fratelli) ma soprattutto è una questione di esigenze cinematografiche.

Credo poi che se si fosse affrontato qualche tema spinoso tipo le stragi di stato e non si fossero usati attori di grido come Scamarcio o Zingaretti ben difficilmente gli autori avrebbero ottenuto una distribuzione così larga ( 12 sale solo a Roma) e la possibilità di un periodo probabilmente molto lungo di programmazione nei cinema.

Altri bei film su quel periodo, tipo "Il Grande Bleck" di Piccioni o "Lavorare con lentezza" nelle poche sale dove sono arrivati ci sono rimasti solo un due-tre settimane ......

E se non ci si fosse ficcata dentro per forza la "morale finale" di cui parla K. forse di questi tempi non avrebbe nemmeno trovato un produttore che lo finanziasse ......

Al di là di tutto questo, è comunque un bel film, utile anche da un punto di vista "educativo".






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