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Sono cento racconti brevi o brevissimi che nell’insieme ricostruiscono, in un’unica vicenda, la Milano dal 1968 al 1977 di un ragazzo della nuova sinistra. Un compagno di base, non un dirigente, né un pentito. Non si parla di analisi politiche o dispute ideologiche, ma di amore, amicizie, famiglia, lotte e scontri concreti. Si legge un “clima”, un’umanità. Sono storie anche vere ma che trascendono, con la scrittura, l’autoreferenzialità. (...)
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Ancora su guerra e terrorismo

di : Marco Bersani
lunedì 26 gennaio 2004 - 06h05

La splendida festa di popolo che e’ stato il Forum di Mumbay si e’ concluso da alcuni giorni e ho avuto cosi’ il tempo di leggere con piu’ calma parte del dibattito che l’articolo scritto da me, Bernocchi, Cannavo’ e Casarini ha suscitato. Devo dire che le reazioni prodotte tanto dall’articolo quanto dal mio successivo messaggio di chiarimento, mi confermano come la discussione collettiva su argomenti come guerra\terrorismo o violenza\non violenza sia ancora insufficiente dal punto di vista dell’analisi politica, perche’ viziata dalla prevalenza di un approccio di tipo etico (necessario ma non sufficiente) che consequenzialmente prevede la necessita’ di schieramento e di appartenenza.

Proprio perche’ credo sia da tutti comunemente condiviso come non sia in campo, ne’ ora ne’ mai, alcuna ipotesi di militarizzazione del movimento italiano ed europeo e che nessuno abbia in mente l’abbandono delle pratiche di lotta condivise da tutto il movimento sin dalle giornate di Genova, ovvero azioni pacifiche, nonviolente e di disobbedienza civile, credo che dovremmo permetterci una discussione franca e aperta, consapevoli del fatto che ogni volta che abbiamo affrontato un problema in questi termini ne abbiamo ricavato sintesi piu’ avanzate e nuovi orientamenti all’azione. Intervengo quindi un’altra volta, sia perche’ ora posso farlo con il tempo e le energie adeguate per esprimermi in un senso piu’ compiuto, sia per contribuire ad una discussione che dovra’ essere lunga e articolata per divenire fertile.

Nel dibattito in corso, credo anche occorra tener conto dei diversi temi che nella discussione si sono inevitabilmente intrecciati, rischiando a volte di far cortocircuitare la riflessione : c’e’ una questione legata a guerra e terrorismo e ai suoi riflessi sui movimenti, c’e’ una questione legata alla rivisitazione del ’900 e ai suoi riflessi sulle strategie legate al rapporto tra potere e democrazia, e c’e’ una riflessione che riguarda le pratiche di lotta nelle diverse situazioni di conflitto nel mondo (Iraq in particolare, ma non solo). Provo ad intervenire per punti.

GUERRA E TERRORISMO. L’articolo a quattro mani diceva sostanzialmente come l’assunzione della categoria analitica "Il Terrorismo" come soggetto unico in se’ compiuto a livello mondiale, contrapposto alla guerra permanente, ma con questa autoalimentantesi, fosse sbagliata. Ho gia’ ribadito perche’ ritengo che cio’ sia vero, ma vorrei articolarlo ulteriormente. L’esistenza de "Il Terrorismo" come soggetto unico mondiale in se’ compiuto e’ parte integrante dell’attuale fase della strategia di guerra permanente teorizzata dai neo-cons americani, con tre precise funzioni :

a) la possibilita’ di risolvere con l’aggressione militare l’accapparramento delle materie prime fossili residue sul pianeta e garantirsi attraverso il controllo dell’energia il mantenimento del dominio mondiale;

b) la possibilita’ di usare questa categoria per eliminare l’insieme delle conflittualita’ e dei movimenti di lotta ormai presenti a livello mondiale (Mumbay ne e’ un’ulteriore positiva conferma); la possibilita’ di ridurre, attraverso la politica della sicurezza, i diritti individuali di ciascun abitante del pianeta. Non dimentichiamoci, tra gli effetti, la direttiva europea che dovra’ essere ratificata dal governo italiano e che prevede come ascrivibili al terrorismo praticamente tutte le forme di conflittualita’ sociale (fino ai blocchi stradali e all’occupazione delle scuole). Contrastare questa posizione e’ possibile solo rompendo il paradigma, invece di assumerne una parte (l’esistenza de "Il terrorismo" come soggetto unico, mondiale e in se’ compiuto) come elemento per contrastare l’altra (la guerra permanente). Perche’ nel secondo caso, il rischio che si corre e’ quello del progressivo ammutolimento del movimento di fronte alle situazioni drammatiche e tragiche che quotidianamente si presentano.

L’ho gia’ detto, ma vale la pena ripeterlo: il balbettio del movimento nel mobilitarsi per chiedere l’immediato ritiro delle truppe dall’Iraq dopo Nassirya aveva questa portata : perche’ se il Governo Berlusconi dice che quel tragico atto e’ parte dell’azione de "Il Terrorismo" e noi abbiamo accettato culturalmente una parte del paradigma (l’esistenza de "Il terrorismo" come soggetto unico, mondiale e in se’ compiuto), diventa difficile definire Nassirya un legittimo, per quanto tragico, atto di resistenza all’occupante e dunque mobilitare per la fine dell’occupazione. Non solo. L’accettazione del paradigma comporta la difficolta’ ad intervenire adeguatamente sull’enfatizzazione ideologica che il Governo italiano, e non solo, pone sul problema della sicurezza, e su come questo andra’ sempre piu’ ad intrecciarsi con le lotte sociali in corso.

Dico di piu’. Se dovesse accadere (speriamo vivamente di no) un attentato in Italia, io credo che il movimento si troverebbe in grande difficolta’ a prendere la parola e la piazza per esprimersi contro la guerra globale. E se anche accadesse, sarebbe poco comprensibile per i cittadini, dopo mesi di esplicito utilizzo del paradigma da parte del Governo e dopo mesi di accettazione parziale del paradigma da parte del movimento, di fronte all’evidenza dell’accaduto (tutti ci dicono che esiste "Il terrorismo" come soggetto unico mondiale in se’ compiuto, e oggi ha colpito il nostro Paese). Non esiste dunque il terrorismo ? Non esiste come definito nel paradigma. Esistono gruppi, apparati e servizi segreti che di volta in volta, attraverso atti terroristici, cercano di modificare a proprio vantaggio una situazione. Occorre dunque di volta in volta capire e denunciare gli atti terroristici e gli interessi che coprono, sia per il grado di sofferenza che provocano nelle popolazioni colpite, sia per le speranze di liberta’ che vanno a comprimere.

Occorre dunque abbandonare l’accettazione parziale del paradigma e accedere alla complessita’ e anche alla tragicita’ della storia quotidiana. Ne guadagnerebbero la riflessione politica e l’orientamento all’azione. E soprattutto l’agibilita’ del movimento.

L’IRAQ PER ESEMPIO

Ho gia’ detto di come l’accettazione parziale del paradigma abbia comportato il balbettio del movimento dopo i fatti di Nassirya. Ma il paradigma, proprio perche’ assolutizzante, comporta la sua inevitabile estensione. Quanti convegni ha prodotto il movimento per conoscere e capire quale sia l’attuale situazione in Iraq? Direi nessuno. Ma nel frattempo, si diffonde, aldila’ delle intenzioni soggettive, l’idea che in Iraq sia in atto (scusate la semplificazione) un grande e tragico confronto tra la guerra e il terrorismo. Nulla di piu’ e nulla di meno.

Quali conseguenze comporta questo per il movimento? Le stesse, ovvero il deficit dell’analisi politica e l’immobilismo dell’azione. Logico che, se prevale la fisiologica estensione dell’accettazione parziale del paradigma, ci siano addirittura parti del movimento che arrivino a non pensare come necessario l’immediato ritiro delle truppe occupanti ( se l’Iraq e’ lo scontro tra guerra e terrorismo, non possiamo lasciare solo il popolo irakeno che ne e’ la vittima).

Se abbandonassimo il paradigma, allora scopriremmo come la realta’ in Iraq sia complessa e questo aiuterebbe la parola e l’azione dei movimenti. Scopriremmo che in Iraq e’ in atto una occupazione militare che per strategia e posizione geopolitica attira interessi disparati, e che attualmente in campo vi sono (scusate ancora la semplificazione) : una resistenza popolare diffusa, una resistenza armata, gruppi terroristici al soldo di servizi di paesi confinanti e di grandi potenze. Questo allora ci permetterebbe di conoscere e denunciare gli atti terroristici e gli interessi che coprono contro il popolo irakeno. E ci permetterebbe di solidarizzare con la resistenza popolare e armata (riconosciuta come diritto anche dall’ONU), come possibile base per un futuro democratico dell’Iraq.

Dovremmo senz’altro approfondire i rapporti tra la resistenza popolare e quella armata, perche’ dalla qualita’ di quei rapporti si potrebbero trarre considerazioni sulla qualita’ del futuro processo democratico irakeno. Ma mi piacerebbe non dimenticassimo mai che senza l’insieme della resistenza irakena, oggi quasi sicuramente tutti noi saremmo in piazza per cercare di fermare la guerra alla Siria e via dicendo. E sapremmo infine dire quale solidarieta’ di base e’ possibile e quale intervento internazionale, se richiesto, e’ necessario (ovviamente, via le truppe subito e nessuna potenza occupante nell’intervento internazionale).

IL ’900 RIVISITATO

Che il ’900 debba essere criticamente rivisitato e’ fuor di dubbio. In particolare, la concezione dell’automatismo per cui il cambiamento rivoluzionario avviene per la presa di coscienza di un unico soggetto motore, la classe operaia, che tramite il ruolo guida del partito e la costruzione dell’esercito popolare, prende il palazzo d’inverno ( anche stavolta scusate l’estrema semplificazione) credo oggi necessiti di importanti riflessioni. Dire tuttavia che la lotta di liberazione del Vietnam, perche’ armata, abbia costitutivamente prodotto il successivo autoritarismo e la burocratizzazione, ovvero tutti gli elementi della degenarazione seguente appare un salto teorico difficilmente comprensibile. Porto un solo esempio di confutazione : il Nicaragua sandinista, nato da una lunga lotta di guerriglia e che ha prodotto, prima di essere sconfitto dall’aggressione economica e militare USA, un decennio di democrazia popolare per molti versi anticipatoria di tante sperimentazioni oggi proposte dai movimenti. Voglio dunque dire che l’automatismo iniziale e’ dunque valido tuttora?

Certo che no. Anche nel Nicaragua sandinista sono avvenute le degenerazioni di cui sopra, ma credo abbiano piu’ a che fare con il tipico processo novecentesco sopra schematizzato, ed in particolare con il cosiddetto ruolo del partito guida, e su cosa questo comporta in termini di rapporto tra gestione del potere e democrazia. Voglio quindi dire che il processo di cambiamento passa ancora oggi attraverso la lotta armata di popolo? La storia insegna che si danno per ciascuna situazione forme diverse di tentativi di riappropriazione collettiva della liberta’, e che oggi i movimenti popolari hanno trovato altre strade per mettere in campo situazioni di sperimentazione possibile. Ma ogni percorso non va assolutizzato, perche’ sono le condizioni concrete (per esempio gli spazi che consente l’avversario) a determinare le condizioni in cui un processo di liberazione possa esplicitarsi. Credo sia necessaria una riflessione sul potere e la democrazia che ancora come movimenti dovremmo fare, per capire insieme cosa significhi costruire autogestione democratica dal basso, destrutturazione del potere da subito e come questo si possa confrontare con chi il potere lo detiene e non intende redistribuirlo costi quel che costi.

INFINE, SU VIOLENZA E NON VIOLENZA

La violenza cambia chi la utilizza, perche’ inevitabilmente comporta la mimesi dell’avversario, che della violenza fa parte costitutiva della propria politica di dominio quotidiano. L’uso della violenza e i suoi effetti sono parte di una contraddizione che gli uomini e le donne si portano dentro da quando e’ cominciata sul pianeta una narrazione collettiva. E’ bene che su questa questione, il movimento abbia fatto diverse riflessioni, fino ad adottare collettivamente delle pratiche riconosciute e condivise, che si sforzano (non sempre riuscendovi) di produrre altro dall’avversario. Credo che il superamento dell’eterogenesi dei mezzi e dei fini sia una delle acquisizioni piu’ importanti di questi anni. Non c’ e’ separazione di mezzi e fini che possa produrre reale cambiamento e che non comporti una perdita di umanita’ in chi la produce. Su questo, come ho gia’ detto, l’articolo scritto a quattro mani non era sufficientemente chiaro. Il problema tuttavia e’ di duplice natura : cosi’ come il fine non giustifica i mezzi, altrettanto il mezzo non puo’ divenire il fine "tout court". Il mezzo deve far intravedere il fine, deve dunque essere comunicabile e produrre consenso e aggregazione, senza sovrapporsi totalmente al punto di assolutizzarsi. Provo con alcuni esempi a farmi capire.

Se assolutizzassimo il mezzo, cosi’ come specularmente in passato si assolutizzava il fine, noi non potremmo neppure spiegare perche’ durante il massacro preordinato dei giorni di Genova, migliaia di noi ad un certo punto e per difendere se stessi e gli altri hanno reagito alla violenza delle forze dell’ordine. Voglio dire che Carlo non e’ "piu’ nostro" perche’ in quel drammatico giorno aveva in mano un estintore, ma non diventa altrettanto "meno nostro" per lo stesso motivo. Carlo e’ nostro e del mondo perche’ voleva cio’ che vogliamo noi e lo voleva senza prefigurare ideologicamente l’uso della violenza, anche se si e’ trovato in circostanze che lo hanno costretto a tentare una difesa personale e collettiva.

Con lui migliaia di altri, che non l’hanno voluto prima e difatti non l’hanno praticata dopo, successivamente e in diverse circostanze. Provo a fare un altro esempio. La vittoriosa lotta del popolo boliviano contro la privatizzazione del gas naturale ha costruito partecipazione popolare, mobilitazione di massa, scioperi, blocchi stradali e solidarieta’. Ad un certo punto della lotta, i minatori boliviani hanno messo la dinamite nei pozzi come forma di pressione. Quella lotta che tutti abbiamo appoggiato non e’ "piu’ nostra" perche’ ad un certo punto e’ stata utilizzata questa forma di pressione, ma non diventa "meno nostra" per lo stesso motivo. Se invece io assolutizzo il mezzo, dovrei interrompere l’appoggio e la solidarieta’. Credo che il fine debba essere sempre l’apertura di spazi di liberta’ e di partecipazione democratica alle mobilitazioni e che i mezzi siano quelli che in ogni situazione data prefigurano quel fine, ossia siano comunicabili e producano consenso e aggregazione. Senza assolutizzazioni, ma con la grande attenzione che la drammaticita’ di ogni situazione richiede e che la speranza di costruire donne e uomini nuovi necessita.

Grazie per l’attenzione



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