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Sognavamo cavalli selvaggi
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de Luca Visentini via FR
Sono cento racconti brevi o brevissimi che nell’insieme ricostruiscono, in un’unica vicenda, la Milano dal 1968 al 1977 di un ragazzo della nuova sinistra. Un compagno di base, non un dirigente, né un pentito. Non si parla di analisi politiche o dispute ideologiche, ma di amore, amicizie, famiglia, lotte e scontri concreti. Si legge un “clima”, un’umanità. Sono storie anche vere ma che trascendono, con la scrittura, l’autoreferenzialità. (...)
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Movimento: tutelarne l’unità e valorizzarne la radicalità

di : Alfio Nicotra
venerdì 6 febbraio 2004 - 14h36

L’arresto di Nunzio D’Erme e degli altri compagni della disobbedienza romana si inquadrano in un preciso progetto di criminalizzazione del movimento e di chiunque agisce il conflitto sociale. Si arresta a Roma per presunte violenze, per poter far assolvere a Genova gli autori di ben più concrete e documentate devastazioni, torture, sequestri di persona e pestaggi. Si vuole rovesciare come un guanto la verità. Già Carlo Giuliani è stato ucciso dall’incidentale impatto di un proiettile sparato in aria e deviato da un calcinaccio. L’inferno della Diaz e Bolzaneto non è mai esistito e se è esistito il teorema dei nuovi arresti tende a giustificarlo a posteriori, essendo chiaro chi sono le vittime ( le forze dell’ordine) e chi i violenti ( i no global). Da questa vera e propria campagna a sostegno della "verità di regime" costruita a suon di mandati di cattura, qualcuno vorrebbe piegare o usare strumentalmente il dibattito sulla scelta rivoluzionaria della nonviolenza. Sgombrare il campo da queste strumentalizzazioni è decisivo: il Prc come larga parte del movimento chiede con forza l’immediata scarcerazione dei compagni e la pronta restituzioni ai loro affetti, lavoro ed impegno politico.

Già il movimento aveva messo a tema e discusso, con vivacità e senza reticenze, sui fatti del 4 Ottobre. I caschi e gli scudi erano tornati la prima volta dopo Genova in una manifestazione che volevamo partecipata e di massa. Una scelta che aveva diviso e non certamente perché scudi e caschi rappresentino in alcun modo strumenti di offesa e violenza. In via Tolemaide e in Piazza Alimonda avevamo scoperto che essi, di fronte alla brutalità della repressione, non servono neanche a proteggersi. Riponemmo quegli strumenti da"cavalieri medioevali" come scrisse Heidi Giuliani, perché il Medio Evo era fuori da noi. Alla barbarie della globalizzazione neoliberista contrapponemmo un’altro mondo possibile riempiendo di mobilitazioni di massa ogni angolo del pianeta. Il movimento è cresciuto, la stessa disobbedienza da pratica di elitè è diventata pratica di massa (gli operai della Fiat, la rivolta di Scansano, l’insubordinazione degli autoferrotranvieri etc.). La radicalità e l’estensione della mobilitazione per la pace "senza se e senza ma" non hanno fermato le armate di Bush, ma hanno impedito che la guerra infinita sfondasse nelle coscienze dei popoli. A dispetto del bombardamento mediatico e dei fiumi di menzogne costruite dagli appositi uffici propaganda del Pentagono, l’opinione pubblica resta radicalmente e in larga maggioranza contro la guerra. E’ un fatto straordinario, senza precedenti. Il nostro errore è stato non comprenderlo appieno credendo che la guerra fosse finita con l’annuncio trionfale di Bush su una portaerei. La guerra è infinita davvero. Divora ancora i suoi protagonisti.

Il 4 Ottobre ci furono alcune semplificazioni come il ritenere che una conferenza dell’Unione Europea avesse la stessa illegittimità nella percezione popolare del G8. Dietro ancora c’era un filone di pensiero che chiedeva di "tornare a Seattle", all’azione eclatante e al rito della violazione simbolica delle zone rosse. Ma a Seattle è possibile tornare soltanto tagliando la foresta di alberi cresciuta dai semi gettati durante i giorni della contestazione al WTO, proprio nella cittadina nordamericana. Tornare a Seattle nelle modalità e nelle forme di allora significa negare il percorso che Seattle ha aperto. Alcuni hanno voluto indicare nel "gigantismo" del movimento un limite e un inevitabile corrompersi della sua radicalità. Come se la radicalità si misurasse in vetrine infrante o nella capacità di reggere la confrontation - a volte necessaria ma non per questo da ricercare ad ogni costo- con la polizia.

Ho avuto il privilegio, nel settembre scorso, di essere sulle cancellate divelte al km zero della zona hotelera di Cancun. I buchi della barriera erano stati sostituiti da un muro di poliziotti con scudi e manganelli. Ho visto un contadino di Via Campesina togliere dalle mani di un giovane studente una pietra che voleva lanciare. "Con puro corpo compagno" gli ha detto e con semplice corpo si è lanciato sugli scudi. Qualcosa di profondo sta avvenendo anche nei movimenti del sud del mondo, più abituati all’uso della violenza perché costretti dalla ferocia della repressione. C’è una consapevolezza che le modalità di lotta non sono "neutre". Violenza e nonviolenza infatti pari non sono. Lo zapatismo ci ha insegnato che anche quando l’uso delle armi diventa necessario esso serve soltanto per riprendersi la parola. Nel "fuego y la palabra" vi è la violenza secolare dell’olvido (l’essere dimenticati, cancellati dal diritto di esistenza) ed il tornare ad esistere alla luce del sole. "Siamo diventati esercito affinché non ci siano più eserciti". Il paradosso zapatista ci parla di mezzi e fini come mai nessuna guerriglia novecentesca aveva fatto. I mezzi possono invalidare anche i fini specialmente se i primi si chiamano armi. D’altronde il militarismo è stato motivo di degenerazione non solo del socialismo reale ma anche di tante democrazie liberali. Rompere lo schema della "violenza necessaria" è oggi un obbligo anche laddove la scelta delle armi ti viene imposta. Non di assoluto ideologico si tratta ma di una scelta che parla già oggi dell’altro mondo possibile.

Questa consapevolezza così forte ha consentito al movimento dei movimenti di superare il tentativo operato dopo l’11 Settembre 2001 di cancellare e criminalizzare chiunque si ponesse fuori dalle compatibilità imperiali. Il terrorismo è usato come straordinario pretesto per reprimere ogni conflitto e attore sociale. Il Patriot Act, approvato un mese dopo l’abbattimento delle torri, è diventato lo schema guida sul quale sta prosperando una legislazione antiterrorismo a livello planetario. Il governo Bush estende alla vita civile dentro e fuori gli Usa, la dottrina della guerra preventiva. Si controllano telefoni, computer, si prelevano impronte digitali di massa costruendo enormi archivi informatizzati di una schedatura globale. L’FBI è dovunque, anche nelle sale di controllo dei nostri aeroporti. Il confine tra attività di consenso e attività criminale è sempre più tenue trasformando la disobbedienza civile in reato. I desaparecidos sono codificati e tollerati dall’alta corte di giustizia Usa. Guantanamo sta sostituendo Cesare Beccaria nella concezione stessa del diritto. Il movimento non ha avuto esitazioni dal comprendere che guerra e terrorismo rappresentano una coppia formidabile che autoalimentandosi viaggia come uno schiacciasassi sulle speranze di liberazione dei popoli. Non a caso il comitato delle vittime dell’11 Settembre, dal quale è nata la campagna "not in my name" ha aperto il Forum Sociale Europeo di Firenze. Il fatto che il terrorismo sia un sottoprodotto della guerra infinita e della globalizzazione neoliberista non ci impedisce di avvertirlo come nostro irriducibile nemico. "I terroristi e Bush- scrive Arundhati Roy- potrebbero mettere insieme le loro ipocrisie e costituirsi in società. Entrambi scaricano sulle popolazioni la responsabilità dei loro atti. Entrambi condividono i principi della colpa collettiva e della punizione collettiva. Le loro azioni si favoriscono vicendevolmente. "

Questa consapevolezza è stata centrale per costruire la mobilitazione contro la guerra all’Afghanistan prima e all’Iraq poi.

Mettere in discussione questa acquisizione significa minare la strada di una analoga, radicale e unitaria mobilitazione per il 20 Marzo prossimo. Questo non significa non contestualizzare, non vedere le differenze tra atti di resistenza all’invasore (anche se fatte con modalità inaccettabili come quello dei kamikaze) e le stragi nelle moschee, sinagoghe, scuole e mercati. Ma ogni equiparazione tra la resistenza armata irachena e la resistenza italiana o quella vietnamita è inammissibile. Non è una questione di legittimità - il diritto di resistenza è sancito dalle convenzioni internazionali- è che non la possiamo condividerla politicamente. La resistenza del Cln aveva un progetto di costruire un Italia democratica che arrivasse a scrivere nella sua carta costituente il ripudio della guerra. I Vietcong volevano un Vietnam unito e socialista. Cosa vogliano invece le varie fazioni armate irachene? C’è di tutto, compreso un sorgente fascismo arabo che punta alla confessionalizzazione dello Stato per meglio dominare sui popoli ed impedire una equa e solidale ripartizione delle ricchezze. "Il nemico del mio nemico è mio amico" la tesi di spregiudicata tattica enunciata da Deng Xiao Ping non ha mai funzionato nella pratica. Il movimento, nel momento in cui sviluppa tutta la sua opposizione alla guerra e chiede la fine dell’invasione, si pone il problema di dare voce e sostegno alle tante forze anche se ancora esili, che nella società civile irachena si battono contro l’invasore ma anche per un’altro Iraq possibile. Non possiamo ripetere decenni dopo l’errore di Adriano Sofri e del gruppo dirigente di Lotta Continua che sostenne in modo acritico la rivoluzione komeinista in Iran solo perché era antiamericana.

Chi ha voluto inserire nel dibattito sulla nonviolenza la necessità di una rottura con le posizioni del movimento sul terrorismo, forse aveva un’altro obiettivo più terra terra. Mettere in discussione il percorso di avvicinamento tra Prc e Ulivo. Sarebbe più onesto parlare di questo - e di questa discussione tutti noi abbiamo bisogno- che giocare alla distinzione sul terrorismo e considerare Bertinotti un succube del disegno di criminalizzazione del dissenso operato dalla centrali imperialistiche.

Da Liberazione.



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