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Sognavamo cavalli selvaggi
giovedì 1 Febbraio
de Luca Visentini via FR
Sono cento racconti brevi o brevissimi che nell’insieme ricostruiscono, in un’unica vicenda, la Milano dal 1968 al 1977 di un ragazzo della nuova sinistra. Un compagno di base, non un dirigente, né un pentito. Non si parla di analisi politiche o dispute ideologiche, ma di amore, amicizie, famiglia, lotte e scontri concreti. Si legge un “clima”, un’umanità. Sono storie anche vere ma che trascendono, con la scrittura, l’autoreferenzialità. (...)
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La cultura delle libertà e le sue ricadute sulle nostre pratiche

di : Graziella Mascia
giovedì 12 febbraio 2004 - 06h14

Caro Sandro, metto da parte le grandi questioni introdotte dal dibattito su violenza - nonviolenza, per concentrarmi un attimo su un punto che può apparire minore, ma che a mio avviso è parimenti indicativo della sfida culturale proposta dal segretario. Se la categoria della nonviolenza ci interessa, come a me interessa, per disegnare il mondo che vorremmo, penso per esempio che questa dovrebbe essere strettamente correlata a una forte cultura delle libertà, che rifiuta ogni forma di autoritarismo, di proibizionismo o di qualsiasi logica di potenza in nome di un fine superiore. Non alludo ad alcune esperienze tragiche del ‘900, che darei per scontate, ma più semplicemente alla nostra cultura politica dell’oggi, alle forme gerarchiche che spesso si tende a riprodurre, alla logica "militare", che a volte caratterizza il nostro linguaggio e persino le modalità della politica. Mi riferisco al condizionamento esterno che il nostro avversario può agire su di noi, non solo per le grandi questioni richiamate da Bertinotti, quanto alla nostra banale quotidianità, laddove predichiamo a destra e a sinistra i principi irrinunciabili dei diritti umani e poi siamo disponibili a metterli in discussione quando riguarda coloro che noi consideriamo "nemici" o "un pericolo superiore".

Un es. per tutti: il nostro partito ha, un anno fa, votato in parlamento contro la legge sul 41bis, relativa al carcere duro per mafiosi e terroristi. Ma, alcuni anni fa, la necessità di contrastare il fenomeno mafioso, e quindi di interrompere qualsiasi collegamento tra il dentro e il fuori, ci aveva invece portato a condividere l’idea del doppio binario in nome di una necessità superiore. Su questa come su altre questioni, si è da tempo sviluppato un vero percorso di rifondazione. Così, abbiamo votato, soli, nel parlamento europeo e in quello italiano contro una legge antiterrorismo di carattere emergenziale e che tende a colpire il conflitto sociale. Così non ci facciamo coinvolgere in una sorta di "furia antiberlusconiana", in nome della quale bisognerebbe votare per un mandato di cattura europeo, assolutamente incostituzionale, solo perché, per ragioni diverse dalle nostre, lo stesso "cavaliere" non lo condividerebbe, e tantomeno ci siamo fatti catturare da una idea di affidamento totale all’Europa, in nome di una generica legalità, mentre si introducono in costituzione europea, sul piano giuridico, pesanti restringimenti delle garanzie previste dalla nostra costituzione. Un impianto culturale, cioè, che ci consente di leggere ogni questione tenendo ferma la barra delle garanzie giuridiche e individuali e che ci consente di non cadere nella trappola emergenziale che nel passato ha coinvolto invece la sinistra, una parte della quale è ancora lì intrappolata. Se nel centro sinistra ci si rende disponibile a discutere sul carattere della guerra o su quello della lotta al terrorismo, per cui si sacrificano principi fondamentali, attiene a un rifiuto di mettersi in discussione, proprio a partire dalla storia di questi decenni.

Sottolineo questi aspetti per due ragioni: 1) perché in Italia e nel mondo esiste una emergenza garanzie e considero questa un impegno prioritario delle sinistre e del movimento; 2) perché la società che vorremmo, nonviolenta nel senso pieno del termine, chiede in modo indissolubile il pieno riconoscimento dei diritti fondamentali a tutte e a tutti, compresi quelli individuali che, in nome del bene collettivo, una volta si consideravano "liberali" o sovrastrutturali. Diritti che ci dovrebbero stare molto a cuore, laddove pensiamo a una società che mette a disposizione di tutti gli strumenti per una libera scelta in ogni vicenda privata, e per questo rinuncia a legiferare sui comportamenti individuali. Anche questo è stato per le sinistre un approdo faticoso, sulle questioni dell’aborto, come quelle delle droghe. E, nonostante la rivoluzione prodotta dal movimento femminista e del pensiero della differenza, è facile, anche a sinistra, incorrere ancora in una logica che pretende di "dettare legge" sulla base di una morale, come la legge sulla fecondazione assistita insegna.

Non affronto poi argomenti quali: "siamo contro la pena di morte, ma.. ", oppure "siamo per recupero e la risocializzazione di chi ha sbagliato e ha commesso reati", salvo poi, anche a sinistra, invocare il carcere per il "nemico", o considerare necessaria la detenzione per un bene supremo quale la sicurezza.

Tutto ciò per dire che, mentre respingiamo al mittente accuse o prediche sulle nostre presunte pratiche violente o illegali, che ci vengono dal governo o da altri, contemporaneamente dovremmo essere molto interessati a ragionare sulle nostre contraddizioni, sul condizionamento esterno che abbiamo introiettato. Perché, se dalle grandi questioni, a scalare fino alle piccole, il fine dovesse giustificare il mezzo, la catena non si interromperebbe mai, fino incidere sulle modalità della politica.

Se ragioniamo cioè sulla democrazia che vorremmo realizzare, sulla politica come progetto, come soggettività organizzata, come partecipazione delle classi, delle masse, dei popoli, delle persone, dovremmo prima di tutto agire noi modalità e pratiche che le rendano possibile.

E allora, non va taciuto che, mentre il movimento dei movimenti ha messo in campo una straordinaria ricchezza di pensieri, esperienze, storie, e per questo suscita anche un "concreto sogno" circa la possibilità di un nuovo mondo, le assemblee dei social forum o come li vogliamo chiamare, come l’ultima a Bologna, si propongono spesso esattamente come palco in cui sfilano al microfono tutte le competizioni muscolari possibili, e dove si sviluppa un pesante gioco di potere misurato sul messaggio urlato o su una presunta radicalità, non rapportata sul reale contenuto o sulla sua efficacia, ma invece su slogan spesso demagogici e ininfluenti.

Quanto cioè, che per altri versi, a volte incontriamo nelle piazze, laddove sporadiche pratiche simboliche o addirittura mass-mediatiche pretendono di parlare a nome di una "moltitudine" che in realtà viene emarginata da una logica avanguardista classica, che proprio il movimento ci dice di lasciarci alle spalle.

Se queste considerazioni hanno un senso, anche il dibattito sulle pratiche e la loro coerenza con il dibattito della nonviolenza può indirizzarsi su un percorso diverso da quello che, a mio avviso, sulla base di un progetto più politicista che altro, alcuni pretendono di leggere. Un percorso cioè che non rinuncia alla filosofia della "disobbedienza", ma al contrario la esalta come scelta di una generazione che contesta "uno stato di cose presenti" che consideriamo illegittimo, e che quindi ci legittima nelle nostre "illegalità".

Saremmo così più forti o più deboli, nel far valere le nostre ragioni e a contestare radicalmente i tanti luoghi di potere a-democratico che decidono senza essere stati mai delegati a farlo? Saremmo così più forti o più deboli nel denunciare e respingere le tante forme di repressione palesi o quelle che più subdolamente utilizzano con "fantasia" gli articoli del codice penale? Sarebbe così più difficile o più facile tenere insieme le tante diversità del movimento in un riconoscimento reciproco di culture politiche e di pratiche?

Per me questo è proprio l’insegnamento di Genova e di quella straordinaria e tragica esperienza che ha segnato la vita di tante persone. Anche per questo, considero irrinunciabile che tutti coloro che in questo movimento hanno fatto un tratto di strada insieme si ritrovino a Genova il 2 marzo, per dire ancora una volta che i 26 compagni indagati sono invece vittime, quanto noi, di una repressione che continua, e in cui riconosciamo una regia internazionale. Per dire che questa straordinaria novità rappresentata dal movimento mondiale è incancellabile. Ma ognuno di noi ha la responsabilità di averne cura.

E se il dibattito promosso dal segretario può avere una ricaduta sulle nostre esperienze concrete è in questa direzione, e non certo nell’agevolare le intenzioni di chi vorrebbe dividere il movimento in buoni e cattivi. Al contrario, questo tentativo, reiterato ininterrottamente da prima di Genova fino ad oggi, ha potuto essere respinto proprio da una capacità di contaminazione che ci ha interrogato reciprocamente in tutti questi anni. Per questo, ho considerato e considero irricevibile in sé e dannosa sul movimento la dichiarazione di Luca Casarini, quando sostiene che "il dibattito aperto da Bertinotti apre uno spazio al ministro dell’interno nella criminalizzazione del movimento".

E’ un grave errore introdurre elementi di divisione, peraltro insostenibili. Come è un grave errore limitarsi a urlare contro la repressione chiudendosi in una sorta di vittimistico autoisolamento. Viceversa, è necessario e possibile, nonostante la forza dell’avversario e il pensiero debole di tanti vicini di casa, cogliere le connessioni che uniscono la nostra difesa dei tanti soggetti che ne sono vittime - da esponenti del movimento, agli immigrati, ai lavoratori che praticano scioperi "selvaggi" - alle lotte in corso in diverse categorie del pubblico impiego che si oppongono ai processi di militarizzazione, dai vigili del fuoco agli agenti di polizia penitenziaria. Lotte che fin qui vedono schierate organizzazioni come Rdb e Cgil, ma che ci dicono di una possibilità di ampliamento. Ed è proprio ad un allargamento del fronte che dobbiamo puntare, non rinunciando mai a convincere anche coloro che ci sembrano impermeabili. Anche in questo il movimento insegna.



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