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Congresso PRC: Napoli, Moz.1 per un nuovo inizio fuori e dentro il partito

di : Napoli
mercoledì 16 luglio 2008 - 11h05

Napoli, Moz.1 per un nuovo inizio fuori e dentro il partito.

Per un nuovo inizio, fuori e dentro il partito

Il documento conclusivo del congresso della federazione di Napoli proposto dalle compagne e dai compagni della “mozione 1″ ha registrato 61 voti a favore, 27 astensioni e 121 voti contrari: un dato che in una federazione dove oltre i due terzi sono andati alla mozione “Vendola” esprime con l’evidenza secca dei numeri un andare subito “oltre” la dimensione “muscolare” del congresso.

Le cui asprezze - sottolinea il documento - sarebbe davvero bene archiviare se si vuole concedere alla rifondazione comunista e a noi stessi un’altra opportunità, per un nuovo inizio, fuori e dentro il partito.


Proposta di documento conclusivo al congresso della federazione napoletana. Primo firmatario Rino Malinconico

Il congresso che si avvia a conclusione già ci consegna, al di là dell’esito numerico finale, una chiara indicazione politica: nessuna delle cinque mozioni nelle quali si è articolato il nostro dibattito interno potrà, da sola, “dare la linea”. Ad una prevalenza probabile della seconda mozione in termini di consensi individuali delle compagne e dei compagni, corrisponde, infatti, una probabile prevalenza della prima mozione riguardo al numero dei circoli, delle federazioni e delle regioni. Si registra, al tempo stesso, un insediamento non omogeneo, ma sicuramente consistente in molte parti d’Italia, delle altre tre mozioni. L’insieme di questi dati, al di là delle percentuali che risulteranno dal conteggio finale, ci dice che il congresso lascia sostanzialmente aperti i nodi sui quali abbiamo fin qui dibattuto con toni aspri, e anche con momenti di vera e propria lacerazione, che vanno al più presto superati e ricomposti. Ma il fatto che il congresso non riesca a dire una parola conclusiva sulla linea politica di fase può evitare di tradursi in una situazione di stallo politico soltanto se il dopo-congresso recupererà un reale movimento di convergenza unitaria di tutte le energie del nostro partito. D’altronde, il cammino che Rifondazione comunista ha davanti, la sua evidente non autosufficienza, e la sua altrettanto evidente imprescindibilità nella costruzione dell’opposizione sociale alle destre e al governo Berlusconi e nella ripresa di una dinamica ampia di conflitto sui temi del lavoro, dei diritti, dell’ambiente e delle solidarietà, postula proprio il più pieno coinvolgimento delle compagne e dei compagni, di tutte le culture e tutte le sensibilità politiche presenti al nostro interno.

Il PRC è una comunità di donne e uomini portatrice non solo di una storia e di un riferimento ideale, ma anche di una importante innovazione culturale, sviluppatasi in tutto l’arco della nostra esistenza come partito e segnatamente nell’ultimo decennio, in connessione con l’iniziativa di massa contro la guerra permanente e la globalizzazione liberista. Non solo abbiamo contribuito positivamente a pratiche di opposizione e di resistenza che hanno avuto, ed hanno, dimensioni internazionali, ma abbiamo proposto, dentro gli stessi movimenti, i temi decisivi della critica del capitalismo e della maturità storica della trasformazione in senso comunista dell’insieme dei rapporti sociali. Lo abbiamo fatto non enunciando astrattamente la nostra identità rivoluzionaria ma tentando di far vivere l’orizzonte strategico dell’alternativa di società negli stessi percorsi concreti della lotta di classe e del conflitto sociale, intrecciando la tradizione fondamentale del movimento operaio con le pratiche della non violenza attiva e con i contenuti proposti dal femminismo, dalle culture di genere e dall’ambientalismo.

Questo percorso va oggi continuato, così come va rilanciata la proposta della “rifondazione comunista” in quanto elemento qualificante di una più generale ricostruzione della sinistra in Italia. Ciò implica un preciso impegno di tutte le nostre strutture, in primo luogo dei nostri circoli, per rafforzare davvero la presenza del nostro partito nei territori e nei luoghi di lavoro, caratterizzandoci ovunque come soggetto attivo dell’opposizione alle destre, come realtà propulsiva di lotte e vertenze e come fattore di unità dell’arcipelago, oggi disperso, della sinistra di alternativa. Un passaggio importante di questa complessiva ripresa di protagonismo sarà costituito dalle ormai vicine elezioni europee e amministrative del 2009, alle quali è bene che il PRC si presenti con il proprio simbolo e la propria fisionomia politica, dando vita comunque ad un percorso aperto e partecipato nella formazione delle liste, che punti ad interagire con tutte le energie che positivamente si muovono in direzione della ricostruzione di una sinistra di alternativa in Italia.

A partire dal nostro rafforzamento nella società e dalla pratica concreta dell’opposizione al governo Berlusconi va declinato anche il rapporto possibile con l’opposizione di centro-sinistra, che mostra oggi chiari segni di incapacità, e addirittura di subalternità, nel fare argine alla pesantissima offensiva culturale e normativa delle destre. Se il Partito Democratico non assumerà con fermezza una posizione di contrasto frontale alle politiche xenofobe e neorazziste del governo Berlusconi; se non recupererà, sui temi del lavoro, delle precarietà e del salario, una reale scelta di campo contro l’offensiva congiunta di governo e Confindustria; se non difenderà con coerenza il principio dell’universalità e della gratuità dei servizi alle persone in tema di istruzione, sanità e previdenza; se non praticherà una chiara opzione laica e libertaria per quanto concerne i diritti delle persone e la libertà degli orientamenti sessuali; se non avvierà una iniziativa riconoscibile in difesa della pace, opponendosi senza ambiguità alle dichiarate velleità belliciste del governo; se non farà valere la civiltà dei vincoli ambientali, pronunciando in particolare un no esplicito alle derive nucleariste che già emergono, nonché alle “grandi opere” inutili e costose; se, in una parola, non farà un’opposizione vera sui temi che riguardano la quotidianità e la vita delle persone, non sarà praticabile un vero fronte unitario dell’opposizione politica e sociale. Sarebbe una iattura, perché il governo Berlusconi di oggi è ancora più forte, più determinato e più regressivo di quello avviatosi nel 2001. Ma ad un pericolo così drammatico ci si deve opporre con coerenza e chiarezza, chiamando senza tentennamenti alla mobilitazione e alla iniziativa. La perdita di credibilità del centrosinistra e della sinistra, così plasticamente evidenziata dalla sconfitta elettorale di aprile, è dipesa largamente dalle ambiguità, dalle reticenze, dalle timidezze, dalle subalternità che hanno caratterizzato la vita del governo Prodi, determinando una condizione di distanza e di separatezza con i settori sociali che avevano dato alla coalizione fiducia e speranza. Sarebbe davvero senza attenuanti se riproducessimo ora, dalla condizione di opposizione, gli stessi vizi di politicismo che ci hanno penalizzati tutti, sinistra e centro-sinistra, nella fase del governo.

Muoversi con discontinuità rispetto a quanto abbiamo fatto negli ultimi due anni (noi di Rifondazione Comunista, ma anche tutta la sinistra e tutto il centrosinistra) non è necessario soltanto per contrastare più efficacemente il governo Berlusconi, ma anche per dare un una prima positiva risposta alla crisi della politica e a quello che ancora più oscuramente si muove dietro di essa, e che sembra configurarsi in termini di vera e propria crisi delle relazioni di civiltà. La qual cosa investe per intero, oltre le questioni di carattere nazionale, anche il piano delle questioni locali. Anzi, per molti aspetti, sul piano locale i fattori di crisi -crisi delle istituzioni, crisi dei progetti di governo, crisi del conflitto sociale, crisi dei partiti, crisi dello stesso vincolo della “polis”- si manifestano con particolare virulenza.

Qui in Campania, nella nostra provincia metropolitana, a Napoli e nello hinterland, la crisi della politica e la crisi di civiltà risultano drammaticamente evidenti. Il disastro dei rifiuti, il disastro della sanità, la disgregazione continua del tessuto produttivo, il dilagare delle mafie e delle economie illegali: siamo ormai ad un stadio di quasi collasso della tenuta civile e politica. Non è solo colpa delle istituzioni locali, ovviamente. Ma sicuramente è anche colpa delle istituzioni locali. Una intensa stagione politica di governo locale, di cui siamo stati parte integrante, è al suo stadio di consunzione definitiva. Non serve dire che si sono fatte anche tante cose buone (che pure si sono effettivamente fatte); e neppure che c’è stata una fase prevalentemente positiva, all’inizio. Se vogliamo prospettare alla sinistra (ma anche al centrosinistra) un futuro possibile in Campania e nel napoletano, occorre con urgenza avviare la stagione della “discontinuità”, del cambiamento di rotta.

Ciò significa, in primo luogo, recuperare una dialettica positiva tra le istanze che emergono dai territori e dalle popolazioni e l’iniziativa politica e istituzionale. Trasparenza, partecipazione, condivisione: o questi elementi caratterizzano pienamente la gestione della cosa pubblica, cessando di essere semplici parole di accompagnamento di una pratica politica separata, oppure la crisi di credibilità, i cui effetti devastanti abbiamo già conosciuto sul piano nazionale, si manifesterà in modo moltiplicato sul piano locale.

La riproposizione delle coalizioni di centrosinistra nei comuni, nelle province e nella stessa regione Campania passa, dunque, dal nostro punto di vista, per un modo di fare politica molto diverso da quello che ci ha caratterizzato finora. E’ una discontinuità di logiche, di priorità, di pratiche e, conseguentemente, anche di persone, quella cui noi alludiamo. Nel lessico tradizionale, ciò che chiediamo lo si potrebbe definire, riduttivamente, “una impegnativa verifica politico-programmatica” sui temi della qualità della gestione, della programmazione economica, del risanamento ambientale e dei diritti delle persone; sul piano delle urgenze drammatiche di oggi, quello che davvero prospettiamo è “un nuovo inizio”. E lo indichiamo, soprattutto, ponendo come imprescindibile il coinvolgimento reale della società, di tutte le voci attive, dagli intellettuali ai comitati, ai movimenti. Di tutto c’è bisogno fuorché di una discussione al chiuso delle stanze. E proponiamo, inoltre, come primo obiettivo politico di questa diversa progressione di marcia, l’apertura di una grande campagna contro il federalismo fiscale, che contrasti la Lega e il razzismo più o meno esplicito del governo Berlusconi nei confronti del Sud non semplicemente richiedendo sovvenzioni, ma mostrando con chiarezza il possibile utilizzo virtuoso delle risorse pubbliche, con una priorità esplicita nei confronti del fasce deboli e delle sofferenze sociali.

A tal fine proponiamo che il Partito proponga a tutte le realtà dell’opposizione sociale e politica e ai sindacati dei lavoratori di dar vita a una grande manifestazione nazionale a Napoli in autunno, che assuma il tema del Mezzogiorno e l’aggravarsi, ancora più drammatico proprio in questa parte del paese, dei fattori di crisi economica, sociale, ambientale e di tenuta civile, come grandi questioni che investono, in modo decisivo, la democrazia italiana nel suo complesso. Per dare concretezza e forza ad una tale iniziativa, il PRC napoletano fa specificamente appello a tutte le realtà che lottano sul nostro territorio: ai lavoratori che contrastano dismissioni e esternalizzazioni e costruiscono vertenze sul salario e sulle condizioni di lavoro; alle comunità che si battono contro discariche e inceneritori e chiedono un’uscita dall’emergenza-rifiuti realmente incentrata sulle pratiche di riduzione dei rifiuti, di riuso degli oggetti e di riciclaggio dei materiali; ai comitati che rivendicano i diritti delle persone in tema di salute, casa e servizi pubblici; ai movimenti di lotta di precari e disoccupati; alle associazioni che contrastano le camorre e il degrado ambientale e civile; alle realtà studentesche e associative che difendono la scuola pubblica e il diritto all’istruzione; alle comunità organizzate dei migranti che indicano, giustamente, nella battaglia antirazzista il principale fronte di lotta contro la politica autoritaria delle destre; alle esperienze diffuse che si battono contro l’omofobia e per la piena autodeterminazione degli orientamenti sessuali… La nostra idea è che tutti insieme potremmo dar vita ad una “rete” e a una “carta generale” delle proposte e delle rivendicazioni, da far valere, in sede locale e in sede nazionale, anche oltre la manifestazione.

Noi giudichiamo assolutamente urgente questo nuovo inizio, col suo intreccio di mobilitazioni, partecipazione e protagonismo “dal basso”, e lo suggeriamo ai nostri alleati delle coalizioni locali. In ogni caso, per quel che ci riguarda, intendiamo assumere quest’importazione e comportarci di conseguenza. S’apre, dunque, per noi, qui nella provincia di Napoli, e proponiamo in tutta la Campania, una decisiva fase di ascolto e interlocuzione con la società, alla cui dinamica profonda rimettiamo i termini medesimi della nostra iniziativa politica, della nostra collocazione istituzionale e della nostra proposta programmatica.

Dar vita ad una intensa fase di ascolto e interlocuzione con la società campana, con i nostri settori sociali di riferimento, ci è necessario non solo per capire ma anche, e soprattutto, per ridislocare più coerentemente il nostro partito dentro le dinamiche sociali. In tale quadro scegliamo come assolutamente prioritario il rapporto coi luoghi di lavoro, sia quelli tradizionali delle fabbriche, dei negozi e delle strutture di servizio, sia quelli di “nuova generazione”, polverizzati in una gamma variegata di figure professionali, tutte sostanzialmente subordinate e drammaticamente precarie. D’altronde non è un mistero per nessuno che proprio nei luoghi di lavoro si è consumata la più consistente frattura tra la sinistra e la società. Questo è valso anche per il nostro partito, per Napoli e per la nostra provincia. Riannodare i fili col lavoro dipendente e con l’universo del precariato e della disoccupazione è perciò un impegno fondamentale. Va declinato sia attraverso l’avvio di campagne nazionali contro la legge 30 e per il ripristino della scala mobile e il recupero salariale, sia sul piano locale, attivandoci in tutti i modi contro le dismissioni industriali, contro le esternalizzazioni continue, contro il dilagare del “privato” nei servizi pubblici, contro l’economia “di rapina”, che approfitta delle provvidenze pubbliche e fa terra bruciata nei territori in cui si insedia.

Ma l’autocritica cui siamo chiamati non concerne solo il nostro mancato insediamento nei luoghi di lavoro. E’ una autocritica più generale, che riguarda l’insieme del nostro modo di essere. Discontinuità e nuovo iniziò sono necessari anche dentro il partito. Anche dentro il partito napoletano. Occorre una diversa distribuzione della “sovranità” tra i circoli, da un lato, e la federazione e le strutture centrali, dall’altro, che valorizzi nettamente le realtà territoriali; e occorre una diversa modalità di relazione nel corpo del partito, nell’insieme delle compagne e dei compagni, che metta al bando le pratiche di cooptazione per affiliazioni o per “filiere” e che faccia valere, senza deroghe e a tutti i livelli, i principi elementari dei due mandati complessivi e della rotazione degli incarichi, sia di direzione politica che di rappresentanza istituzionale; e occorre, infine, una stringente tutela delle condizioni di autonomia del partito, in particolare separando i nostri quadri dirigenti dalle collocazioni istituzionali e dall’universo delle nomine negli enti.

Nella scelta tra le mozione congressuali, il pronunciamento della nostra federazione è risultato netto, perché oltre i due terzi delle sottoscrizioni sono andate al secondo documento. Questo ha conseguenze sul piano, appunto, delle mozioni congressuali, sul piano della discussione che riguarda la linea politica nazionale. Ma i numeri congressuali non sciolgono i nodi che abbiamo davanti in questa realtà così complessa; non risolvono il problema, neppure quando sono particolarmente ampi, di come attrezzare il nostro partito di fronte alle richieste, implicite e scomposte, ma non per questo meno reali, che salgono dal fondo della società napoletana. Una gestione unitaria e condivisa del partito e delle iniziative che dobbiamo mettere in campo si impone di fatto, anche al di là delle convinzioni di ciascuno su come, in generale, dovrebbe funzionare la dialettica interna ad una forza che si richiama al comunismo. Si impone proprio per la complessità e le urgenze che dovremo affrontare. Il VII Congresso Provinciale del PRC indica perciò, nel recupero pieno di una pratica unitaria di direzione politica, una degli obiettivi fondamentali del dopo-congresso, e fa appello alla maturità e al senso di responsabilità di tutte le compagne e tutti i compagni, affinché vengano archiviate, psicologicamente ed emotivamente, oltre che politicamente, le molte asprezze registrate nella discussione.

Napoli, 13 luglio 2008

(posto in votazione il documento risulta respinto con 61 voti a favore, 127 voti contrari e 27 astensioni)



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