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Rifondazione e il congresso senza linea politica

di : Marco Sferini
giovedì 24 luglio 2008 - 14h41

Rifondazione e il congresso senza linea politica

di Marco Sferini

Nell’estate delle immunità per le alte cariche dello Stato, del rialzo dei prezzi dettato dalla crescente povertà dei salari e delle pensioni, nella generale confusione che regna tra Parlamento e Magistratura sul caso di Eluana, prende il via il VII Congresso nazionale del Partito della Rifondazione Comunista. Per la prima volta nella sua storia, i delegati riuniti a Chianciano Terme si troveranno davanti uno scenario incompleto, tutto da costruire: nonostante i cinque documenti su cui si sono espressi gli oltre 2080 circoli del Partito, non è ad oggi possibile dire che esiste una linea politica per Rifondazione Comunista. La mozione 1 si è fermata al 40%, quella di Vendola (la mozione 2) al 47% e le altre raccolgono rispettivamente il 7,7% Pegolo e Giannini, il 3,5 Bellotti e i falcemartellini e, infine, l’1,5 quella "disarmante" di Walter De Cesaris.

Nessuno, dunque, può far valere le proprie proposte come proposte di linea politica. Tutte le opzioni in campo non sono maggioranza. E a poco vale il balletto delle presunzioni messo in piedi da alcuni esponenti della mozione 2 per far leva sul fatto che almeno loro sarebbero una "maggioranza relativa". Senza qualche colpo teatrale dell’ultimo momento, l’unica proposta per guidare Rifondazione Comunista non può che essere la gestione unitaria a partire dalla segreteria nazionale. Se ne sente poco parlare ma bisognerebbe anche mettere una sottolineatura sul fatto che Vendola, che si è detto contrario anche lui a Carrara all’accumulo tra cariche di partito e cariche istituzionali, è tuttora e per il futuro Presidente della Regione Puglia. Come coniugare questo aspetto con la autocandidatura a segretario nazionale del PRC? Crediamo che questo sia un problema non da poco e che può coinvolgere molto di più di quanto si creda tutta Rifondazione in un rapporto di subalternità alle istanze del Partito democratico.

Insomma, il lavoro di Chianciano sarà un lavoro di lunga lena, un lavoro febbrile: soprattutto quello della Commissione politica a cui spetta la composizione della sintesi di una linea politica per il prossimo futuro per un soggetto politico che resta certamente quello più radicato sul territorio, ma che ogni giorno che passa segna sempre più il passo. E tuttavia è sbagliato, profondamente sbagliato, dichiarare la morte di Rifondazione Comunista a priori rispetto all’appuntamento congressuale e, anzi, giocarsi questa carta in tutti i congressi che si sono svolti nei circoli, nelle federazioni. La mozione 3 ha insistito proprio sul rigor mortis di Rifondazione e, per questo, sul suo superamento nella Costituente comunista. Dice Fosco Giannini che non si tratta di un mero assemblaggio tra PdCI e PRC, ma che l’intento è di più ampia portata, di un unificazione della diaspora comunista e quindi abbraccia tutte le comuniste e tutti i comunisti. Ma implica, dolenti o nolenti, anche questa ipotesi - come quella della Costituente della generica "sinistra" - lo scioglimento del PRC per dare vita ad una nuova forza politica. Comunista, certo, ma che ripartirebbe da zero e che quindi dovrebbe rigenerare una cultura, una pratica e un riposizionamento sui territori che oggi, nonostante tutto, Rifondazione Comunista mantiene, conserva e vuole rilanciare come volano proprio per contribuire ad una unità della sinistra che rispetti tutte le sensibilità, le organizzazioni e le analisi che si sono generate in questi anni.

Anche in merito alle citazioni che vengono fatte sul "partito del Pomodoro" c’è fuorvianza voluta: come non vedere che nella proposta di Paolo Ferrero e Claudio Grassi non c’è la trasformazione di Rifondazione in un soggetto diverso da quello odierno, ma bensì la presa a modello dell’esperienza olandese per fare del PRC un partito che sappia ritornare ad un dialogo costante, continuativo e necessariamente di massa proprio con il "sociale", con tutti quei settori della società che oggi ci sentono lontani da loro e che, quindi, non ci ascoltano e ci snobbano non con la superbia di chi ha la verità in tasca, ma con la delusione di chi non trova una casa politica dove poter stare al riparo dai venti del qualunquismo, dalla xenofobia che dilaga e dalla lenta costruzione di un regime che avanza di giorno in giorno sotto i colpi della maggioranza parlamentare berlusconiana?

Se la proposta del "partito sociale" viene intesa come costruzione di un nuovo partito, ebbene allora la lettura data esce dagli schemi della politica ed entra in quelli di una viziata contrapposizione per l’affermazione di una mozione piuttosto che di un’altra.

La necessità del "partito comunista", inteso come "partes" e non come un participio del verbo "partire", è storicamente e attualisticamente data: forse qualcuno può dire che la sinistra italiana può fare a meno dei comunisti e che "il comunismo e la socialdemocrazia" sono superati come progetti politici. Forse Claudio Fava può anche dire tutto questo, ma resta il fatto che la risposta radicalmente intransigente, non disposta a compromessi sui diritti dei lavoratori, sulle potenzialità del salario - oggi mortificato e reso un’elemosina per la maggior parte dei lavoratori - e sulla funzionalità dei contratti nazionali e su mille altre questioni di non minore importanza, la risposta a tutto questo la può e la deve dare un comunista, non un socialista riformista europeo.

I compromessi non sono all’ordine del giorno e, tantomeno, lo sono le compromissioni. Ho tante volte citato questi due elementi di confronto, privilegiando il primo rispetto al secondo: un compromesso, quando è tale, si traduce spesso in una soluzione di un problema piuttosto che nella appropriazione indebita di un diritto da parte di Confindustria o chi per essa e, conseguentemente, in una ennesima sconfitta per i lavoratori. Ma oggi i compromessi sono terreno scivoloso anche per noi comunisti, per le nostre irrisolute beghe interne. Non è stagione, pertanto, che favorisca un dialogo ad esempio con il Partito democratico: almeno con questo Partito democratico. Strade che divergono, che non si incontrano nemmeno intersecandosi in qualche punto, perchè seguono un tracciato diametralmente opposto: il sostegno che il PD cerca e trova dalla borghesia imprenditoriale dei Colaninno, dei Calearo e dagli spunti delle teorie giuslavoriste di Pietro Ichino, è il salto di Icaro nel vuoto: è l’avventura che non ha confine e che va dove riesce e può, perchè ancora deve mettere a fuoco la propria identità che non conosce, che ha sviluppato repentinamente con la fusione a freddo di due gruppi e ceti politici e che, oggi, entrano sovente in contraddizione fra loro. La memoria, infatti, non poi così corta e non lo sono neppure i vecchi interessi politici del pre-PD.

A Rifondazione Comunista auguriamo un congresso dove il nodo gordiano della linea politica, della gestione unitaria e del segretario/a si possa sciogliere senza il bisogno di reciderlo con alcuna spada. Saranno quattro giorni di intenso dibattito e a nessuno è dato sapere come finiranno le giornate di Chianciano. Lì vicino ci sono le terme. Chissà che l’acqua purificatrice del luogo non sani anche i bollenti spiriti costituenti che si avanzano da varie parti. Si riparte da ciò che c’è, da un Partito che, nonostante quanto è accaduto nell’aprile scorso, è in piedi. Barcolla, ma non cade. Ha dei capogiri, ma non sviene. Ha dei tuffi al cuore, ma non si infarta. Rifondazione Comunista è una speranza per la sinistra, e lo è di più se resta autonoma ed unitaria, se corre col proprio simbolo alle europee e non con un maquillage da sinistra "senza aggettivi" o con rassemblemant improvvisati con il PdCI. Alle delegate e ai delegati non ci resta che augurare veramente un congresso combattivo ma sereno. E, magari, una buona bevuta alle terme. Buon lavoro, compagne e compagni comunisti.



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