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Il Congresso dopo il diluvio. Crisi e opportunità della Rifondazione Comunista

di : Massimo Modonesi
giovedì 7 agosto 2008 - 12h41
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Il Congresso dopo il diluvio. Crisi e opportunità della Rifondazione Comunista

di Massimo Modonesi (da Rebelion) (traduzione dallo spagnolo di Franco Ferrari)

Un confronto drammatico ha caratterizzato il VII Congresso del PRC a Chianciano (24-27 luglio del 2008). Un confronto che ha le proprie origini nella sconfitta storica delle elezioni del 13 e 14 aprile che hanno lasciato i comunisti italiani senza rappresentanza parlamentare, con meno del 3% dei voti.

Dopo il fallimento del Governo Prodi e la punizione elettorale che l’ha seguito , all’interno di Rifondazione si è sollevata la fronda contro il gruppo dirigente creatosi attorno a Fausto Bertinotti nel corso di più di una decina d’anni.

Responsabilizzandolo per aver portato il partito al suo minimo storico sul piano elettorale, gli oppositori lo hanno criticato tanto per la partecipazione in un governo che si è rivelato profondamente conservatore, come per l’insistenza nel voler dissolvere Rifondazione Comunista in un partito di sinistra che unisca tutti i raggruppamenti politici e sociali situati alla sinistra del Partito Democratico.

Questa iniziativa era stata lanciata da Bertinotti in vista delle elezioni di aprile e si era limitata ad una alleanza tra partiti sotto il nome di “Sinistra Arcobaleno” e, dopo il rovescio elettorale, è stata corretta e rivista con la proposta di una Costituente di Sinistra, più aperta alle organizzazioni sociali e alle altre forme di opposizione al neoliberismo.

A contropelo di questo progetto, un settore di Rifondazione – in sintonia con il piccolo Partito dei Comunisti Italiani – ha proposto una Costituente Comunista, più ancorata alla tradizione e al radicalismo anticapitalista. Infine una terza componente, in rottura con il gruppo dirigente, ha avanzato l’idea del “partito sociale”, movimentista e radicale, come istanza di articolazione e politicizzazione delle lotte sociali. Gruppi minori hanno sostenuto ipotesi di “federazione” – per evitare la dissoluzione del PRC – o di irrigidimento operaista.

Lo scontro tra queste proposte ha prodotto un pareggio catastrofico. Il gruppo bertinottiano, maggioritario nel partito da più di un decennio, sotto il peso della sconfitta, non è riuscito ad imporre il suo piano già tracciato e parzialmente avviato, però ha bloccato le altre proposte. Il suo documento congressuale ha ottenuto il 47,3% dei voti tra i militanti, mentre la mozione alternativa che proponeva una uscita “a sinistra” dalla crisi e criticava la direzione di Franco Giordano, bertinottiano doc, ha ottenuto circa il 40%. Altre tre mozioni di sono divise i voti restanti sulla base di critiche più o meno dure verso la politica realizzata dall’alleanza con Prodi e il Partito Democratico fino al disastroso risultato elettorale della Sinistra Arcobaleno. Con questi numeri, tradotti in corrispondenti delegati, il Congresso si annunciava esplosivo e così è stato..

Il gruppo dirigente, prima del Congresso, confidava nella possibilità di recuperare qualche dissidente, che nel passato aveva sostenuto la linea promossa da Bertinotti di alleanza con il centro progressista, e che proveniva dalla sinistra rivoluzionaria degli anni ’70 – poi confluito in Democrazia Proletaria – come Paolo Ferrero, Giovanni Russo Spena e Franco Russo o dirigenti che avevano militato nel PCI come Maurizio Acerbo e Walter De Cesaris. Una volta risultato evidente che le distanze erano incolmabili, nei giorni del Congresso restava solo la possibilità di dividere l’opposizione cercando l’appoggio della piccola ma influente corrente Essere Comunisti, la quale, benché fosse all’opposizione della linea tracciata nel precedente Congresso di Venezia, ha sempre mantenuto l’atteggiamento e il pragmatismo proprio della tradizione del PCI, che rivendica esplicitamente, e avrebbe ben potuto accettare la continuità del gruppo dirigente con un rinnovamento della linea visto che, ai margini delle differenze sulla forma partito, la collocazione del PRC nella congiuntura attuale è obiettivamente e inevitabilmente di opposizione e separata dal PD. Tuttavia, questo gruppo, capeggiato da Claudio Grassi e Alberto Burgio, dopo aver tentato una mediazione unitaria, ha sostenuto la sua opzione per la continuità di Rifondazione come partito comunista e ha risolto l’incertezza che regnava nel Congresso a favore del cambio sia della linea politica che della dirigenza.

Così, negli ultimi giorni del Congresso tutti i gruppi dissidenti si sono uniti e, per pochi voti di differenza, hanno eletto a sorpresa Paolo Ferrero come nuovo Segretario Generale al posto del candidato ufficiale Nichi Vendola, governatore della Regione Puglia. Paradossalmente Paolo Ferrero è stato ministro del governo Prodi e il gruppo a cui appartiene è stato, dal 1996, alleato del centro bertinottiano e, pertanto, responsabile degli orientamenti del PRC negli ultimi anni. Allo stesso tempo, Ferrero ha reiterato enfaticamente nel Congresso che si assumeva la responsabilità di aver commesso un errore politico grave nel sostenere la partecipazione di Rifondazione in un governo che non manteneva le promesse assunte in materia di politica sociale e operava in continuità con il neoliberismo. Con l’elezione di Ferrero e l’approvazione di un documento a partire dalla somma di tutte le minoranze è avvenuto un raro fatto democratico: il gruppo storicamente dominante. senza cessare di disporre di una ampia maggioranza relativa – quasi assoluta –, è rimasto emarginato nella opposizione interna, come ha detto ironicamente Gennaro Migliore: “è la storia del nano più grande del mondo”. Anche Nichi Vendola ha denunciato questa “anomalia” e ha espresso apertamente la sua frustrazione. Ha condannato i responsabili della “rottura” del partito e ha lamentato la fine di un modo di essere, annunciando la costituzione di una corrente interna, “Rifondazione per la sinistra” nel cui nome si manifesta la continuità della proposta di dissoluzione del partito nell’obbiettivo di federare la sinistra italiana. Ha promesso, a nome del suo gruppo, di non mettere in atto una scissione però la rottura ha risuonato nel tono di voce. La convinzione di rappresentare metà del partito, l’abitudine di dirigerlo e gli impegni e le alleanze con altri gruppi della defunta sinistra arcobaleno, così come con organizzazioni europee progressiste, potrebbero dare impulso ad una divisione che lascerebbe Rifondazione Comunista in frammenti se consideriamo che negli anni ’90 ha sofferto due scissioni verso la destra e negli anni del recente Governo Prodi altre due verso la sinistra.

Al di là dei labirinti della vita interna, nel Congresso ha trionfato una visione politica che, malgrado la variegata e debole maggioranza che la sostiene, segna una discontinuità con il passato. I contenuti della nuova linea espressa sinteticamente nel documento approvato dal Congresso: fine di ogni avvicinamento al PD, difesa del PRC di fronte ad ipotesi di dissoluzione, svolta a sinistra, scommessa sul conflitto sociale e i movimenti, vincolo prioritario con i soggetti in lotta davanti alle alleanze con raggruppamenti partitici, privilegiare le relazioni con forze comuniste e anticapitaliste a livello nazionale come internazionale, rivedere e – se è il caso – rompere le alleanze locali con il PD, assumere la non violenza come forma di lotta e non come un principio metafisico, evitare il leaderismo, rafforzare la democrazia interna. In poche parole: rilanciare la Rifondazione Comunista correggendo, verso sinistra, il corso intrapreso negli ultimi anni.

Di fronte a questa posizione, il gruppo bertinottiano ha argomentato, attraverso un documento alternativo letto da Gennaro Migliore, una lettura contrapposta alla precedente. L’ipotesi di fondo, al di la dell’inevitabile rituale autocritico, è che la sconfitta elettorale si spiega più con lo spostamento a destra nella società che con un errore di linea politica. Il documento propone, senza riferirsi direttamente alla proposta polemica di una Costituente di Sinistra, di mantenere l’apertura in direzione di un superamento dell’esperienza di Rifondazione Comunista nel contesto di un partito di sinistra plurale che competa con il Partito Democratico sul terreno dell’antiberlusconismo, essendo autonomo e alternativo. Questa posizione non esclude alleanze locali con il PD, considerando le amministrazioni locali come una possibilità per proporre politiche alternative e la convergenza puntuale nella opposizione di fronte a politiche di destra. Il documento responsabilizza gli altri gruppi di dividere il partito a metà, di anteporre la gestione alla politica, di voler prendere il controllo del partito sulla base di una alleanza che nega la storia del partito (vale dire il gruppo dirigente della storia recente), di fomentare un esodo dalla politica verso una autonomia del sociale, di cercare di limitare la portata del Partito della Sinistra Europea restringendolo a forze comuniste e anticapitaliste. Questa differenziazione è la chiave del confronto politico. Nonostante il riconoscimento del fallimento dell’esperienza della Sinistra Arcobaleno, l’enfasi sull’idea di sinistra senza aggettivi, unito all’assenza di riferimenti alla centralità dei comunisti o al comunismo, è il filo conduttore della continuità della proposta del gruppo dirigente uscente.

Il falso dibattito tra autonomia del politico e autonomia del sociale che ronzava negli interventi congressuali è una caricatura delle posizioni dei diversi gruppi però segnala delle enfasi che risultano fondamentali. Senza pensare ad autonomie assolute insostenibili, la relazione tra il politico-istituzionale e il politico-sociale è stata formulata in modo molto differente. Gli accenti posti, per una parte, nella vigenza del progetto comunista nell’ambito di un movimento radicale e antisistemico che sostenga il conflitto e la resistenza e, dall’altra, nella articolazione delle sinistre che, stando presenti nelle lotte, non disdegnino una presenza mediatica e istituzionale, suppongono due letture del processo. Il primo assume la necessità di mantenere ferma una posizione antagonista e controcorrente nei confronti delle tendenze conservatrici, senza temere la fustigazione mediatica e istituzionale, assumendo che la efficacia immediata si misura in funzione di un processo di medio periodo di incremento e politicizzazione delle lotte. Il secondo antepone l’urgenza di far fronte al bipolarismo tra la destra e il centro e capovolgere immediatamente la marginalizzazione della sinistra, pensata a livello europeo come convergenza di distinte tradizioni più o meno radicali, per mantenere una diga o una trincea che sostenga la resistenza. Se il rischio della prima opzione è la marginalità in un mero ruolo testimoniale, la seconda opzione non garantisce niente più che la resistenza di fronte alle tendenze conservatrici e reazionarie. In ultima istanza, si tratta di un cammino che, in questi anni, ha già mostrato i suoi limiti. Al contrario, senza nostalgia, senza necessità di culti e liturgie, senza settarismi, così come ha potuto avanzare il progetto della Rifondazione Comunista negli anni ’90 e, con l’apporto del movimento altermondialista, nella prima decade del millennio, senza l’ansia immediata del risultato elettorale o dell’impatto mediatico, un movimento politico anticapitalista mantiene la validità storica che le attribuisce la persistente devastazione capitalista. Non cessa di essere una possibilità e un dovere storico scommettere, come ha sostenuto Ferrero per smantellare la falsa contrapposizione tra autonomia del politico o del sociale promuovere, a partire dalla lotta, la socializzazione della politica e la politicizzazione della società. La svolta a sinistra di Rifondazione Comunista offre questa opportunità.

I mezzi di comunicazione conservatori – vale a dire la quasi totalità della stampa scritta e la totalità della televisione – hanno ironizzato sulla divisione interna e hanno festeggiato in anticipo la possibile scissione che metterebbe fine alla “anomalia comunista” in Italia. Ma al di là dell’entusiasmo reazionario è innegabile che il PRC, dopo la sconfitta elettorale, si sta logorando in un pericoloso processo di divisione interna. A prescindere dai toni aggressivi del gruppo che è uscito sconfitto nel Congresso, l’ipotesi della scissione sarebbe disastrosa per entrambe le parti. Il vecchio gruppo dirigente potrebbe partecipare alla formazione del partito della sinistra che vuole promuovere, però lo farebbe indebolito e avrebbe alla sua sinistra un partito comunista che non scomparirebbe facilmente. Il nuovo gruppo dirigente che scaturisce dal congresso, con la scissione cesserebbe di essere sotto minaccia e potrebbe consolidare una linea senza concessioni, però si isolerebbe e tenderebbe ad essere identificato con la nostalgia comunista e a svolgere un ruolo testimoniale senza una incidenza reale nella vita politica e sociale italiana. Nessuna di queste opzioni è desiderabile.

D’altra parte, i contenuti dei documenti e gli interventi al Congresso mostrano molte più coincidenze che differenze. In particolare, se di autonomia si deve parlare, entrambi i gruppi auspicano, con diversa intensità, l’autonomia della sinistra di fronte al centro incarnato dal Partito Democratico. Entrambi i gruppi condividono gli elementi fondamentali dell’analisi critica del governo Berlusconi e del momento storico, così come coincidono in generale sul contenuto delle possibili politiche sociali alternative e della politica internazionale. Tutto il corpo del partito, con diverse visioni tattiche e strategiche, scommette sulla mobilitazione, la politicizzazione delle lotte e sostiene la necessità di sviluppare una alternativa sistemica, con maggiore o minore enfasi sul suo carattere antineoliberale e anticapitalista. Nel breve periodo, tutti condividono la necessità di dar vita ad un ciclo di lotte sociali e, se possibile, ad uno sciopero generale di fronte alla offensiva padronale sostenuta dal governo.

Rifondazione Comunista è stata una delle più audaci e riuscite scommesse di rinnovamento del progetto comunista senza diluire la sua radicalità. La sua scomparsa reale e nominale sarebbe una sconfitta che non solo indebolirebbe i lavoratori – nativi e migranti – italiani ma rappresenterebbe anche una sconfitta per la sinistra mondiale, sarebbe il fallimento del tentativo, apparentemente e potenzialmente di successo, di sostenere una ipotesi radicale: il progetto comunista è necessario – come ingrediente delle lotte antisistemiche – e possibile –come orizzonte emancipatorio – di fronte alle derive del mondo attuale.

Massimo Modonesi è uno dei più noti intellettuali della sinistra messicana, professore di storia della Università Nazionale Autonoma del Messico (UNAM)

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