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Sognavamo cavalli selvaggi
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de Luca Visentini via FR
Sono cento racconti brevi o brevissimi che nell’insieme ricostruiscono, in un’unica vicenda, la Milano dal 1968 al 1977 di un ragazzo della nuova sinistra. Un compagno di base, non un dirigente, né un pentito. Non si parla di analisi politiche o dispute ideologiche, ma di amore, amicizie, famiglia, lotte e scontri concreti. Si legge un “clima”, un’umanità. Sono storie anche vere ma che trascendono, con la scrittura, l’autoreferenzialità. (...)
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PROVINCIA MECCANICA

di : Enrico Campofreda
lunedì 14 febbraio 2005 - 17h21
JPEG - 21.7 Kb

di Enrico Campofreda

Forse ce la farà Marco, con la sua affannosa corsa, a salvare se stesso e l’amore che nutre per la moglie Silvia, i bambini e le loro esistenze disperate a un passo dal dramma. La problematica immagine di giovani spiantati, sofferenti, confusi, depressi ma desiderosi di vivere fuori dagli schemi meccanici e borghesi, è il soggetto dell’opera prima di Stefano Mordini che sfiora quel “neorealismo anni Novanta” lanciato dal miglior Mazzacurati e un po’ ripreso anche da Piccioni. L’esordio lo porterà - unico italiano - nientemeno che al Festival di Berlino, occasione preziosa per fare passerella.

Come i suoi affermati colleghi anche la cinepresa di Mordini narra con stile asciutto storie minime, dense di passione e questioni quotidiane: sbarcare il lunario, vivere l’alienazione del lavoro salariato, le contraddizioni del rapporto di coppia, ricercare la felicità confrontandosi con gl’inconvenienti della vita, figli compresi. Poiché essere figli è spesso una sventura quando i genitori non sono in grado di essere tali. I figli che l’hanno vissuta non potranno che ripeterla e proporsi inadeguatamente a ruoli rovesciati. È il caso di Silvia, donna-bambina che quasi senza accorgersi si ritrova con tre pargoli e li gestisce a fatica. Lei vive un profondo conflitto con una madre-ombra che non si stacca dalla sua vita, le oscura il volto e il cuore ed è la causa della vaghezza e della mancata responsabilizzazione della giovane donna verso gli impegni di moglie e di madre. Silvia è vittima della classica famiglia perbenista, ipocrita e vuota: padre inesistente, madre fredda e severa pronta solo a giudicarla. Purtroppo non ha la forza di emanciparsi, riscattare il proprio dolore ed essere un punto di riferimento per i piccoli che pascolano per casa fra mucchi di carabattole, s’inebetiscono coi video giochi e abbandonano anche la scuola.

Neanche Marco, compagno e marito di Silvia, ha il taglio e l’autorevolezza del genitore. I due hanno messo al mondo i loro bambini, certamente li amano ma questo non basta. Silvia e Marco si somigliano: le loro ansie, le paure di solitudine (“Non c’è niente di peggio che stare soli” dice Marco alla figlia Sonia in una delle scene iniziali), l’inadeguatezza dei ruoli, anche quelli che sembrerebbero più naturali come l’essere innamorati, appaiono nella pellicola in tutta la sofferenza dei protagonisti. I giovani sposi provano a fare gli adulti, e magari si sentono tali, ma al di là dal proporsi un’esistenza integrata o alternativa - loro sono quasi dei borderline - non sanno stare sulle gambe, troppo spesso sbandano e trascinano in quest’avventura le incolpevoli creature. Eppure tanta marginalità - che nell’intreccio fa temere il peggio a ogni passo - non conduce a un epilogo tragico, anzi in chiusura traspare un possibile rilancio della relazione dopo la crisi.

Sullo sfondo scorrono ciminiere, barili di petrolio e i docks ravennati a conferma che in certa provincia d’Italia non tutto è commercio e terziario. Rimane anche da noi un briciolo di lavoro produttivo con qualche camallo del terzo millennio che scarica col ‘muletto’, come Marco implorante turni di notte per alzare un salario sempre insufficiente. E c’è un caporeparto solidale come Quarto, di cui Marco non comprende i valori, ma che gli è accanto nei momenti del bisogno.

Nel dannato, e per molti imprescindibile, mondo del lavoro salariato s’incontra l’antica solidarietà di classe ma anche la spietata legge dell’opportunismo e delle occasioni da non perdere. Come fa Dragan ‘il rosso’, un marinaio che ripara l’auto a Marco ma gli ingravida la moglie. La filosofia dell’homo homini lupus vive spietata anche in famiglia, con la madre di Silvia che le fa la guerra per toglierle la primogenita Sonia, e la stessa Silvia che oscilla fra un uso dei figli come proprietà e appagamento di sé e un’affettività a corrente alternata, che in alcuni casi ha il sapore dell’abbandono. Suo marito è innamorato, volenteroso, ma debole. Fa quel che può col lavoro però constata una totale impotenza di fronte alla depressione della compagna, dopo che Sonia viene affidata dal giudice alle cure della nonna. A quel punto anche Marco cade in una profondissima crisi quando Silvia va via di casa con il loro figlio e con quello della colpa, nato dopo il casuale amplesso col ‘rosso’ .

L’inquieta Silvia non trova pace, fugge dal marito, sale sulla nave di Dragan ma fra i due non può esserci nulla e si ritrova dopo poco sulla banchina del porto coi due pargoli. Stremata cede e chiede aiuto all’odiata assistente sociale che la conduce in una casa d’accoglienza gestita da religiose. Marco, incapace di comprendere e far fronte agli eventi, si rivolge a telefoniche voci amiche e maghi truffaldini. Vive ormai in un precario stato d’abbandono, si sta lasciando andare, non nutre se stesso e nemmeno il cane e l’iguana di casa. Poi in un moto d’ira e d’orgoglio compie il beau geste di riprendersi Sonia: l’aspetta davanti scuola e la strappa alla nonna che lo denuncia.

Sarà il compagno Quarto - cui Marco si rivolge per l’ennesima volta - a stare coi piedi in terra e cercare una soluzione. Riunisce tutti in casa propria e parla cercando di far prevalere la ragione. Forse ci riuscirà. Forse riuscirà Marco, improvvisato maratoneta per sfuggire all’energumeno marito della voce amica che aveva ricercato, a far re-innamorare Silvia. A salvarla, a salvarsi. Forse.

Regia: Stefano Mordini.
Soggetto e sceneggiatura: Stefano Mordini, Silvia Barbiera.
Direttore della fotografia: Italo Petriccione.
Montaggio: Massimo Fiocchi.
Interpreti principali: Stefano Accorsi, Valentina Cervi, Ivan Franek, Adele Ferruzzi, Lorenzo Zanetti.
Musica originale: Fabio Barovero.
Produzione: Medusa.
Origine: Italia, 2004
Durata: 107 minuti.

Info: Sito ufficiale.
Articoli e approfondimento: CastleRock / Repubblica.



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