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Rifondazione sarà radicale e di governo? Verso il congresso nazionale, mozione Bertinotti al 60 per cento.

di : Stefano Bocconetti
giovedì 24 febbraio 2005 - 23h10
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di Stefano Bocconetti

I congressi non sono fatti solo di numeri. C’è chi dice addirittura che di numeri sono fatti "solo i bilanci aziendali". In ogni caso, i numeri contano in un congresso. Ed allora eccoli quelli di Rifondazione, che fra due week end va all’appuntamento di Venezia. La mozione di Bertinotti, la prima, sfiora il 60 per cento. Ma sfiora letteralmente: è al 59, 99 per cento. Quando mancano da registrare i "verbali" di un centinaio di congressi di circolo. La seconda mozione, primo firmatario Grassi, è al 25, 24%. Al terzo posto, sul filo di lana, arriva il documento di Cannavò-Malabarba: 6, 67 per cento. Subito dopo, quella di Ferrando, distanziato di qualche centesimo percentuale. L’ultimo documento - "Rompere con Prodi" - è all’1, 69 %.

E ancora. Il documento del segretario è in maggioranza - assoluta o relativa - in quasi tutte le Regioni. Meno la Valle D’Aosta, la Sardegna, la Calabria e il Molise. Anche se in quest’ultimo caso, lo scarto, in termini di voti è assai ridotto. E i numeri non sono proprio definitivi.

Curiosità? E’ l’Umbria la zona più "fedele" al segretario, con l’81 per cento. Anche se, in quasi tutte le aree meridionali (Campania, Basilicata, Puglia e Sicilia) supera il 70 per cento. La Valle d’Aosta è invece la Regione dove più forte è la seconda mozione (80%), così come il Lazio è la punta di diamante del documento Cannavò-Malabarba (12 e rotti per cento), mentre quella di Ferrando va forte fra le federazioni estere, dove sfiora il trenta per cento.

Le cifre raccontano anche che a questo congresso ha partecipato quasi la metà degli iscritti. Sono 97 mila e trecento, 47mila quelli che hanno votato.

Da questi numeri, se ne possono ricavare anche altri. Con un’avvertenza però: da questo momento in poi si abbandona definitivamente l’ufficialità. Da qui in poi, insomma, l’ufficio elaborazione dati di via del Polilinico non c’entra più nulla. Dai tanti racconti dei protagonisti, però, si può ricavare il dato - davvero molto sommario - che nei circoli hanno preso la parola, più o meno, una persona ogni tre votanti. Qualcosa come sedicimila militanti, insomma, hanno chiesto di parlare, hanno discusso. Qualche volta anche litigato.

E sedicimila interventi, sedicimila discorsi non si possono raccontare in alcun modo. Non c’è numero che li racconti. E qui entra in gioco tutto il resto. Quello che, appunto, fa la differenza fra un congresso e un "bilancio". Entra in gioco la politica, ma anche la storia, le esperienze, le sensibilità personali. Perchè c’è sempre, fra tanti congressi, un intervento che colpisce più di altri. Qual è il tuo? Fausto Bertinotti non ci mette molto a rispondere. E ricorda il congresso di Napoli, pochi giorni fa. Uno degli ultimi interventi. Un ragazzo di venti-ventidue anni. Chi l’ha sentito parlare racconta di un intervento molto radicale. «Se mi permetti un’espressione strana: direi di una radicalità totale». Fatta del rifiuto di ogni compromesso nella lotta al degrado ambientale, nel rifiuto delle leggi di Bossi e Fini sulle droghe e sull’immigrazione. «Radicalità totale» nella lotta alla camorra e ai suoi agganci istituzionali, nelle moderne forme di sfruttamento sul lavoro. «Radicalità totale» anche nell’affermare un proprio stile di vita, diverso, altro. Un intervento che ha ovviamente fatto i conti anche con il tema del congresso: il governo. Il governo possibile per l’alternativa. E l’argomento al centro di quei sedicimila interventi, è stato risolto da quel ragazzo napoletano con un paio di battute: «Il governo Bassolino? Può essere uno strumento». Non ha speso molte parole di più, tornando invece a insistere sul come rilanciare i conflitti a Napoli. Perché ti ha colpito, Bertinotti? «Perchè ho visto che il tema del nostro congresso, lui e tanti, tantissimi altri come lui, l’hanno già superato. Con molta naturalezza. E se ci pensi è anche il tema che ha fatto discutere e dividere la sinistra per decenni: governo sì, governo no. Questo non vuol dire che non fai i conti con i problemi reali, dall’Acea alla privatizzazione dell’acqua in Toscana. Certo che lì devi proporre compromessi ma vedo che nella pratica politica, l’essere o no governo, è meno rilevante dell’essere fattore di mobilitazione sociale». Non c’è insomma indifferenza al tema. «Ma l’argomento viene messo esattamente nella collocazione che deve avere: è uno strumento. Conta davvero chi sei nel sociale, chi vuoi rappresentare».

Già, chi vuoi rappresentare. Che poi tradotto, significa l’identità di un partito. Se n’è parlato molto, ovviamente, in questa stagione congressuale. La prima, forse, davvero combattuta. Chi ha vinto? Ieri negli studi di Sky hanno registrato un’intera trasmissione dedicata al congresso di Rifondazione (c’erano anche Curzi, Cannavò e Vittori). A rappresentare la seconda mozione, c’era invece Giuseppe Carroccio, dirigente del Prc del Lazio. Ad una domanda sul comunismo, ha detto che chiede a tutti maggiore cautela nei giudizi tranchant sul secolo scorso. Dice di non essere indisponibile a discutere del governo, a condizione però che vi siano contenuti a difesa del lavoro. Ma ha perso questo congresso. Anche Ferrando era a quella trasmissione. Ha detto che le cose sarebbero andate diversamete se avesse vinto Trotzky. Pure a lui interessava, comunque, soprattutto parlare dell’oggi: «E dobbiamo fare di tutto, ripartire da quel 40% di minoranza, perché sia garantita comunque in Italia un’opposizione comunista». Ma ha perso anche lui.

In campo c’era e c’è anche l’idea di "Un’altra Rifondazione possibile", la mozione Cannavò-Malabarba. Fatta di un’intreccio partito-movimenti, che chiede a Rifondazione di fermarsi alla soglia della desistenza con Prodi. «Tutto per battere il governo Berlusconi - dice Malabarba - ma senza impegni preconfezionati verso un eventuale governo Prodi-Montezemolo». Ma neanche quest’idea s’è affermata. E allora, cosa ha vinto in questo congresso? Alcune idee chiave: la non-violenza come tratto non solo di una pratica politica ma come obiettivo. L’apertura alle contaminazioni, al meticciato culturale, dice qualcuno. Forse, ha vinto la ricerca. E allora, quei quattro giorni a Venezia si possono mettere alle spalle la stagione preongressuale e ricominciare a discutere. Di altro.

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