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de Luca Visentini via FR
Sono cento racconti brevi o brevissimi che nell’insieme ricostruiscono, in un’unica vicenda, la Milano dal 1968 al 1977 di un ragazzo della nuova sinistra. Un compagno di base, non un dirigente, né un pentito. Non si parla di analisi politiche o dispute ideologiche, ma di amore, amicizie, famiglia, lotte e scontri concreti. Si legge un “clima”, un’umanità. Sono storie anche vere ma che trascendono, con la scrittura, l’autoreferenzialità. (...)
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Bertinotti: «La destra si è sgretolata, ora il nostro progetto è più forte»

di : Rina Gagliardi
venerdì 8 aprile 2005 - 17h09
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di Rina Gagliardi

«Queste elezioni sono caratterizzate da due eventi molto rilevanti: il primo - la sconfitta della destra e il grande successo dell’Unione - è di entità tale che nessuno può ragionevolmente negarlo; il secondo, il successo di una candidatura radicale in Puglia, illumina il primo. Non è un’eccezione, legata ad una personalità straordinaria, che certo c’è: ma la rottura di un paradigma, la trasformazione di un bisogno in fatto concreto». La nostra conversazione con Fausto Bertinotti muove da questo giudizio generale. Analizza le ragioni e la portata della dèbacle berlusconiana - un’era, quella appunto del dominio della destra attorno al Cavaliere, è finita. Né si vede, al momento, come le destre stesse siano in grado di riorganizzare le loro fila, e attorno a quale progetto.

Piuttosto, dice Bertinotti, la vera "tentazione", per le forze moderate, sarà quella "terzista", neo-centrista, neo-borghese: ma, poiché anch’essa esce sconfitta dalla prova delle regionali, più che dotarsi di una rappresentanza propria, essa cercherà soprattutto di condizionare la coalizione di centrosinistra, l’Unione. Qui, per il segretario di Rifondazione comunista, si apre la sfida vera: per la sinistra alternativa e anche per il Prc. E i nostri risultati elettorali? Le nostre attese, non solo i sondaggi, erano superiori, afferma Bertinotti. Ma, dal punto di vista politico - e anche da quello del consenso che abbiamo potuto misurare nel corso di questa campagna elettorale - la conferma delle nostre scelte generali e strategiche non potrebbe essere più netta.

Comincerei dall’analisi della sconfitta del centrodestra, che nessuno aveva previsto in queste dimensioni. E’ la fine dell’era berlusconiana, hai detto. Esattamente, di che cosa?

Di quel disegno organico di società che non è mai stato opportuno sottovalutare, e che comunque ha fruttato alla destra un decennio di forza, più di un quinquennio di governo, con i gravi danni sociali e culturali che sono stati prodotti. Per tutta questa fase, Berlusconi è stato il "collante", anche carismatico, di un blocco di consenso sociale ed elettorale molto articolato: dove un’ipotesi neoliberista "pura" si coniugava con varie istanze populiste, ed anche oscurantiste. Un’operazione che coalizzava forze politiche tra di loro lontane (come la Lega Nord e Alleanza nazionale) attorno a scelte in fondo molto chiare: la collocazione geopolitica, neoatlantica, dell’Italia; un’idea di società che metteva (mette) al centro l’individuo e l’individualismo; un modello di sviluppo, più o meno neoliberista, che puntava sulla crescita economica "senza freni", liberata dall’ingombro dell’intervento pubblico. Altre pulsioni (economiche e "valoriali") venivano a completare il quadro - come l’esaltazione dell’egoismo sociale e la paura del diverso, dello straniero, o come la più generale regressione sul terreno dei diritti civili, e dei diritti delle donne. Ma, all’ingrosso, il centrodestra si è caratterizzato sulle priorità che dicevamo. Ed è proprio sul fallimento di questo progetto che esso, oggi, consuma la sua crisi: una crisi che a me pare irreversibile.

Crisi elettorale, e di consenso, evidenti: quello che molti analisti, come Ilvo Diamanti, definiscono un "terremoto". Ma si tratta, mi pare che tu dica, anche e soprattutto di una crisi sociale di fondo. In quale senso?

Nel senso di uno sgretolamento, di uno sfaldarsi ormai clamoroso, del blocco sociale che ha sostenuto finora il centrodestra: per questo si può parlare di una tendenza profonda della società italiana - e di una domanda radicale di mutamento. La rinascita dell’opposizione sociale e di classe - in questi mesi, in questi anni - ci parla di questo: di un liberismo che non solo non passa, ma rimette in moto i movimenti e le soggettività sociali più diverse. Non solo lotte di lavoratori, per noi più consuete, non solo scioperi di intensità radicale e inedita, ma proteste che si allargano a strati finora meno coinvolti - penso ai lavoratori degli agrumi in Sicilia e in Puglia. Una larga fetta di società colpita nella sua capacità di sopravvivenza, nel salario, nell’accesso ai servizi - nella qualità minima della propria esistenza. Insomma, in questa fase, il berlusconismo è stato, se così si può dire, "aggredito" prima di tutto da quello che abbiamo chiamato il "vento del sud": dalla sua insostenibilità materiale, prima che politico-ideologica. Qui la destra ha perduto la sua base di massa - popolare. Ma l’impossibilità, e l’inefficacia delle politiche neoliberiste, ha colpito anche l’altra parte del blocco di consenso - quella borghese.

La fuga di Confindustria... ... e non solo. Prendi le grandi città. Prendi Milano: un laboratorio, da sempre, di progetti o ipotesi moderati. A Milano sono "nati", non per caso, il craxismo, il leghismo e - appunto - il berlusconismo che lì aveva la sua vetrina. E Milano, oggi, volta le spalle al centrodestra A Milano - ancora una nascita - è sorto il "terzismo"... A questo proposito, ritieni possibile che, da qui a un anno, possa nascere, gius’appunto, un berlusconismo senza Berlusconi? Una destra, un centrodestra, che si riorganizzano senza il Cavaliere?

Io non ne vedo le avvisaglie. L’unica modalità di riorganizzazione che è stata - e resta ancora relativamente in campo - è quella neocentrista, "terzista": mossa dalla necessità di depurare l’era berlusconiana dalle superfetazioni e dagli eccessi (la così detta "anomalia") che ne hanno generato la crisi, compreso lo strappo costituzionale, essa potrebbe produrre un’aggregazione neomoderata, più rispettosa del sistema delle autonomie così violato (la magistratura), più in sintonia con l’Europa, un po’cauta, perfino, sulla guerra. A sua volta, però, questa ipotesi si suddivide in due "pulsioni": una che ripropone interamente le ricette neoliberiste e le politiche "di rigore", una che punta molto sul rilancio della concertazione, su un nuovo patto sociale...

Ancora Montezemolo... Sì, ancora Confindustria. Solo che anche questa ha subìto un colpo, in queste elezioni: per poter davvero procedere, essa aveva bisogno di un rapporto di forze più equilibrato tra i due poli. Chiedeva, insomma, non un terremoto, ma in una misura precisa un processo di dissolvenza dall’interno, cioè all’interno dello stesso centrodestra. Invece, l’Unione ha dilagato: due milioni di voti di distacco, per la prima volta è maggioranza assoluta del paese. Ora, se è vero che la tesi "terzista" rivendica per realizzarsi il così detto "taglio delle ali", a destra come a sinistra, come fa adesso ad avanzare questa proposta? Come e chi può domandare la fine dell’alleanza tra l’Unione e il Prc? (E viceversa: come si fa a chiedere il ridimensionamento della Lega, che è l’unica forza che davvero tiene?).

Ma dunque tu escludi che la destra possa tornare a costituire un pericolo?

Non escludo nulla. Mi limito a dire che, per ora, questa riorganizzazione non è all’orizzonte - vedo le incertezze di An, l’agitazione leghista, l’insofferenza per Berlusconi, ma nulla che assomigli, per ora, a un progetto compatto, degno di questo nome.

E i neocentristi?

I centristi sceglieranno, come terreno d’intervento obbligatorio, il condizionamento dell’alternativa di governo. Se, come io credo, non riescono per il momento ad agire in proprio, non rimarrà che tentar di spostare verso il centro, o verso destra, l’asse dell’Unione. Questa mi pare la strada che verrà percorsa. Questa, dal nostro punto di vista, l’insidia più pericolosa. Qui si apre la sfida: il cui oggetto, a questo punto, è la natura del cambiamento che possiamo realizzare. IL futuro dell’Italia, nel quadro dell’Europa.

Rifondazione comunista si sente pronta a questa sfida? Avverti, e fino a che punto, una verifica positiva delle nostre scelte in queste elezioni?

A me pare, onestamente, che la conferma delle nostre intuizioni politiche e strategiche è stata nettissima - clamorosa. Si può citare in proposito il motto classico - ben scavato, vecchia talpa - ma si deve esser soddisfatti anche dal punto di vista tattico. La nostra collocazione, in queste regionali, è risultata decisiva: lo straordinario successo dell’Unione si deve anche al fatto che era stato costruito, con il concorso determinante di Rifondazione comunista, uno schieramento unito. Provate a pensare che cosa sarebbe accaduto se non avessimo fatto questa scelta - se ci fossimo tirati fuori.

E tuttavia i risultati, le nude cifre, conquistati dal nostro partito non sono così soddisfacenti... E’ vero, ci aspettavamo di più. Proprio l’andamento di questo scontro, la tendenza bipolare, ha teso a polarizzarlo su due grandi aggregazioni: un fatto che premia, di per sé, le forze maggiori, come abbiamo visto in tutta Europa, dalla Francia al Portogallo, per tutte le forze radicali. Questa situazione è, al tempo stesso, una potenzialità e un rischio: la potenzialità è nella caduta di una barriera, nella crescita evidente di un’influenza, di un consenso, perfino di un contagio politico. Ora, io credo, all’interno di queste condizioni ambientali, un salto di qualità (e di quantità) è possibile: si sono poste le premesse per un vero nostro successo alle prossime elezioni politiche. Il rischio che avanza è quello, invece, dell’assorbimento. Ed è essenziale batterlo: esso non si supera con la fuga, con l’isolamento, smettendo di nuotare come pesci nell’acqua del popolo della sinistra. Ma non si dà una prospettiva di alternativa senza l’autonomia e la forza di Rifondazione della sinistra di alternativa, senza un rapporto diretto della sinistra con i movimenti. Senza un progetto forte, che incida davvero nelle scelte generali dell’alleanza.

In questo senso ti senti sicuro di saper reggere alla "sfida riformista" che ieri Prodi ha dichiarato più forte di prima e anzi dominante?

Come ho già detto molte volte, non ci possono essere, in politica, "certezze garantite" dell’esito di una scelta, di un’iniziativa, di una proposta. E di una sfida ambiziosa, come quella che abbiamo lanciato, nella quale, appunto, dichiariamo la fine della minorità, per la sinistra radicale e antagonista, rispetto ai "fratelli" o "cugini" riformisti. Noi abbiamo già verificato un dato di importanza enorme: senza Rifondazione, l’Unione non vince. Senza Rifondazione, l’alleanza non perderebbe solo un decisivo apporto quantitativo, ma perderebbe - mi si scusi l’immagine esagerata - la sua ragion d’essere unitaria. Questo non è un caso, è un processo che abbiamo saputo determinare anche in grazie alla nostra politica soggettiva. Come in Puglia...

Il caso Vendola, si dice, è un’eccezione, legata alla straordinaria personalità di Nichi Certo che Nichi è una personalità straordinaria - eccezionale. Ma io non credo che il suo successo debba esser ridotto ad un’eccezione. C’è un’onda, che è passata attraverso di lui e che lui ha saputo intercettare: reinventando sul campo il ruolo del "capopopolo", del "legislatore", come diceva Locke, non banalmente interpretando a suo modo la personalizzazione in corso della politica. In tutto questo, lo snodo decisivo, infatti, è stato un grandioso processo di partecipazione diretta, di democrazia, di nuova politica: neppure questo elemento possiamo permetterci di trascurare, m altrimenti non cogliamo la portata di questo evento. Si tratta, nientemeno, che di rimettere in moto un processo virtuoso tra società e politica: questa è la lezione che dobbiamo generalizzare.

Dobbiamo cercare tutti i Nichi possibili che ci sono, non ancora riconoscibili, nelle nostre fila o in quelle della sinistra alternativa?

Se vuoi, possiamo dirla anche così: togliere il Titano, l’eccezione, e cogliere l’essenza del processo. Accadde qualche decennio fa: che cos’era il delegato di reparto autorevole, che veniva nominato dai suoi compagni di lavoro come loro rappresentante, se non questa "intersezione" positiva, questa rinascita di una politica non separata dalla società e dal movimento? In Puglia, è accaduto proprio questo. Abbiamo rotto laconventio ad excludendum, che voleva i comunisti in posizione comunque minore: si è rotto un paradigma, e si è rotto perfino attraverso una forma spuria come le primarie. Quel paradigma, ora, è ciò su cui possiamo e dobbiamo puntare, moltiplicando la nostra capacità di realizzarlo. Se sapremo lavorare tutti all’altezza di questa ambizione - ne sono sicuro - si colmerà anche quello scarto che oggi rileviamo tra il successo quantitativo, non esaltante, e il successo politico, innegabile, Anzi esaltante.

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