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Sono cento racconti brevi o brevissimi che nell’insieme ricostruiscono, in un’unica vicenda, la Milano dal 1968 al 1977 di un ragazzo della nuova sinistra. Un compagno di base, non un dirigente, né un pentito. Non si parla di analisi politiche o dispute ideologiche, ma di amore, amicizie, famiglia, lotte e scontri concreti. Si legge un “clima”, un’umanità. Sono storie anche vere ma che trascendono, con la scrittura, l’autoreferenzialità. (...)
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Parigi 1961-Genova 2001 : presentazione del dossier

di : Filippo Del Lucchese
lunedì 11 aprile 2005 - 03h54
JPEG - 16 Kb

 Ricostruzione storica e ricostruzione giuridica oltre le immagini del G8
 Smontare, montare, dimostrare: il potere delle (false) immagini nei processi di Genova

di Filippo Del Lucchese

Da un lato ore e ore di diretta televisiva. Gli obiettivi delle principali reti all-news puntati sullo stretto perimetro che circonda la ‘zona rossa’. Migliaia di ore di registrazione decine di migliaia di fotografie, milioni di occhi che hanno seguito uno dei più tragici e sensazionali tentativi di insurrezione negli ultimi anni in Occidente. Dall’altro una memoria quasi completamente sbiadita. Poche decine di immagini in bianco e nero, mosse, sbiadite, scure.

Genova 2001 da un lato, le giornate del G8 della vergogna e le cosiddette ratonnades di Parigi del 1961 dall’altro, con la feroce repressione, da parte dei guardien de la paix del prefetto Maurice Papon, l’assassinio di centinaia di algerini, giunti a Parigi dalle periferie per protestare pacificamente contro il durissimo coprifuoco di cui erano vittime.

Perché accostare i due eventi? Cosa unisce due episodi che hanno avuto luogo a un quarantennio di distanza? Il filo rosso della repressione, brutale ed eccezionale in entrambi i casi? O quello grigio della memoria sbiadita, affidata alla retorica incerta delle immagini sequestrate, smontate e rimontate per giustificare una tesi storica, politica, processuale?

Ci ha incuriosito, innanzitutto, l’eterogenea composizione di questa memoria. In un caso una quantità inaudita di immagini, impensabile solo fino a pochi anni fa, prima dell’avvento del digitale, tantoché sono in molti a ritenere le giornate di Genova uno degli eventi più ripresi e osservati della storia. Una quasi totale mancanza di testimonianze visuali nell’altro, tantoché i racconti delle vittime, schiacciati dall’arroganza di quelli dei potenti e dei carnefici, hanno fatto e fanno ancora un’enorme fatica a trovare cittadinanza, a essere credute nella ‘patria dei diritti dell’uomo’. Le cifre sono contestate, l’inimmaginabile non viene creduto, il racconto diventa onirico. Le vittime stesse cadono in preda al dubbio: è successo veramente?

«Nessuno vi crederà, anche se sopravviverete - sostenevano gli ufficiali delle Ss ad Auschwitz e Dachau». Perché era inconcepibile. Ma invece è successo. Il lavoro della memoria sembra inarrestabile, anche se questo non lo rende più semplice. Che ruolo hanno, in tutto questo, le immagini? Di Parigi ci restano solo alcune fotografie, coraggiosamente strappate all’ostile indifferenza della Ville Lumière e alle pistolettate dei guardien de la paix, da Élie Kagan. Ebreo, uomo prima di ogni altra cosa, che aveva assistito alla chiusura dei vagoni piombati, nel luglio del ’42, che portavano il loro carico di morte verso i campi. Pochi fotogrammi, icone quasi sacre che riproduciamo qui come un omaggio, insieme ai suoi tristi a rabbiosi appunti, all’uomo Kagan. Testimoniano forse più e meglio di un’iperbolica inflazione di suoni, luci, colori, che sgorgano da migliaia di telecamere, riversate in miliardi di pixel.

C’è un secondo elemento importante, rivolto questa volta a molti attivisti che hanno preso parte alle giornate di Genova. È serpeggiata l’opinione che la repressione fosse stato un caso unico, raro, eccezionale, irripetibile. Mai nei paesi occidentali - si è detto - si era assistito a qualcosa di simile. Se questo è vero per alcuni aspetti quantitativi (forse mai tanti blindati e agenti, mai tanti manganelli, lacrimogeni e scudi romani sono stati visti tutti assieme) non lo è in assoluto. La repressione contro i movimenti anticoloniali, contro i migranti e contro gli algerini di Francia in questo caso, ha assunto forme di vera e propria guerra, in senso per niente metaforico. Ecco allora che alle torture, alle uccisioni, ai bombardamenti, che hanno avuto luogo in Algeria, oltre la ‘quarta sponda’, si aggiunge il 17 ottobre del 1961. La guerra si sposta sul suolo metropolitano, nella capitale.

Doveva essere una lezione indimenticabile. Alle spalle dei francesi, dopo la breve euforia della liberazione, che forse solo in parte aveva lavato le connivenze di Vichy (tantoché gli uomini al potere erano gli stessi, proprio come nell’Italia dell’amnistia postfascista), c’erano l’onta di Dien-Bien-Phu e della battaglia di Algeri. Il paese più orgoglioso era più volte stato battuto, rintuzzato, umiliato, proprio dai dannati della terra. Ecco allora la necessità di non transigere più, di vendicarsi: «per ogni colpo subito ne renderemo dieci». Il nemico c’è, la copertura politica anche, la ritualizzazione pure. Tutte le condizioni per l’esercizio smisurato della violenza sono soddisfatte. Si tratta solo di metterla in pratica.

Qualcosa di analogo è avvenuto a Genova. Si può questionare all’infinito sulle volontà politiche, sugli errori organizzativi, sulle forzature dall’una e dall’altra parte, senza arrivare a niente. Ma mezzi eccezionali - come lucidamente spiega Ben Hafessa, giovane guardien de la paix, figlio di un agente in servizio a Parigi nel ’61 e di origine algerina lui stesso - sono il sintomo inequivocabile della volontà di dare una risposta eccezionale. E questa situazione eccezionale - forse un vero e proprio stato di eccezione - l’abbiamo vissuto, visto e immortalato a Genova.

Di questo vogliamo parlare in un dossier su Genova e Parigi. La rivista francese Vacarme aveva realizzato qualcosa di simile sulle ratonnades, nel settembre 2000 (1). Abbiamo ‘incontrato’ e ripreso quel lavoro, cogliendo l’occasione per riflettere ancora una volta su Genova.

«Des bonbons dans toutes les bouches, un mot sur toutes les lèvres» («Caramelle in ogni bocca, una parola su tutte le labbra»). L’accattivante pubblicità sta sulla fiancata di un vecchio bus, di quelli in servizio nel ’61 a Parigi. Di quelli che attraversavano la scintillante metropoli e capitale della douce France. Il grigiore delle periferie era lontano, come il rumore delle fabbriche in cui gli algerini lavoravano per costruirla la douce France. Non quel giorno, però. Dai vetri appanati dai fiati e dalla paura vediamo ancora i volti di quegli uomini, donne e bambini. Nessuna parola sulle loro labbra. Le mani incrociate dietro la testa, la tortura, le botte, gli insulti, la segregazione che gli attende in qualche prefettura o questura. Lo stesso abbiamo visto a Genova. Ancora autobus, quella notte fuori dalla Diaz, ancora mani incrociate, ancora sangue e torture e impunità. Che almeno dalle nostre labbra possa uscire qualche parola, dopo aver sputato quelle amare caramelle.

(1) Ringrazio la redazione di Vacarme e in particolare Isabelle Saint-Saens per l’autorizzazione alla riproduzione di quel materiale.

http://www.jgcinema.org/pages/view....



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