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Sognavamo cavalli selvaggi
giovedì 1 Febbraio
de Luca Visentini via FR
Sono cento racconti brevi o brevissimi che nell’insieme ricostruiscono, in un’unica vicenda, la Milano dal 1968 al 1977 di un ragazzo della nuova sinistra. Un compagno di base, non un dirigente, né un pentito. Non si parla di analisi politiche o dispute ideologiche, ma di amore, amicizie, famiglia, lotte e scontri concreti. Si legge un “clima”, un’umanità. Sono storie anche vere ma che trascendono, con la scrittura, l’autoreferenzialità. (...)
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Pietro Folena : "Cari compagni di Rifondazione vengo con voi pensando a Genova"

di : Pietro Folena
giovedì 14 aprile 2005 - 07h06
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Lettera aperta di un ex diessino in cerca di "radicalità"

di Pietro Folena

Caro Fausto,
come ti ho già annunciato nei giorni scorsi, ho preso la decisione di chiedere l’adesione come indipendente al gruppo parlamentare di Rifondazione Comunista. La sofferenza del distacco dal partito in cui ho militato per tanti anni è fortemente attutita dall’attrazione che su di me esercita la svolta che tu hai impresso alla politica, alla cultura e alle idee di Rifondazione e della sinistra italiana. La recente adesione al Prc di Pietro Ingrao ne è la testimonianza più significativa.

In un amichevole scambio di opinioni con Piero Fassino - cui rinnovo la mia stima e solidarietà- ho già fatto cenno alle ragioni di questa decisione. Non ho alcuna ansia, com’è stato scritto, di motivare la mia scelta. Da tre anni, del resto, si sono susseguiti atti in Parlamento in aperto dissenso con i Ds: questo è avvenuto principalmente sui temi della guerra, e nelle ultime finanziarie su altri temi come quello della privatizzazione dei servizi pubblici. Ho tirato la corda, insieme ai compagni della minoranza Ds, fino e oltre il limite di tenuta di un partito o di un gruppo politico. E’ stato giusto farlo, anche se non è stato risolutivo.

Ma non ritengo ragionevole oggi - quando le differenze sono tanto profonde- perseguire ipotesi strategiche diverse (la federazione e il partito riformista da una parte, e dall’altra il rimescolamento tra sinistra riformista e sinistra radicale) stando nello stesso partito. Non a caso ora anche i compagni della minoranza Ds sentono il bisogno di modificare il loro comportamento entrando in un organo politico di governo comune del partito.

Ma ci sono due aspetti - uno culturale e l’altro politico - su cui vorrei approfondire il mio punto di vista. Il primo, quello culturale, riguarda il convincimento che il programma non sia e non possa essere una mera (benché necessaria) elencazione di riforme e di provvedimenti. Il programma dell’Unione deve essere all’altezza delle domande che milioni di lavoratori e di giovani hanno proposto in questi anni. La rimozione dell’incredibile stagione di partecipazione democratica che si è sviluppata tra la fine del 2001 e il 2004 è per me sorprendente (non una parola si è sentita nel recente Congresso dei Ds). Quelle domande non sono di semplice aggiustamento dell’esistente, e soprattutto non chiedono di ricominciare laddove il centrosinistra aveva interrotto la sua opera nel 2001. Sono domande che sul lavoro, sul salario, sui diritti, sulla giustizia, sulla questione morale, sulla centralità della scuola pubblica, sui servizi pubblici, sulla sanità, e potrei continuare, e soprattutto sulla pace e sulla guerra chiedono un’aperta cesura con la precedente esperienza di governo. Oggi quelle stesse persone votano in massa alle regionali per cacciare Berlusconi, per l’alternativa, per abrogare alcune controriforme. Ma guai a pensare che siano disponibili a qualsiasi politica e a qualsiasi indirizzo. Prodi ne sembra cosciente, molti esponenti della Federazione riformista di meno. Come riusciremo, alla prova di governo - non ancora sicura, ma auspicabile e prossima se non si faranno grandi errori -, a risanare l’Italia dal berlusconismo e dalle destre, e al tempo stesso a non deludere le aspettative (quelle materiali, a partire dal salario, e quelle immateriali, come le nuove inquietudini e domande di senso in questa civiltà) di quei milioni di persone? Abbiamo pochi mesi per provare a farlo.

Col cantiere promosso dalle riviste - quella sorta di fondazione del pensiero critico che io stesso ho proposto di intitolare a Tom Benetollo - abbiamo cominciato, e il 6 e 7 maggio il confronto si farà più aperto, alla presenza dello stesso Prodi. I materiali di quel cantiere diventeranno parte pregiata della fabbrica di idee di Prodi? E lì ci si limiterà a chiedere un po’ più di sinistra nel centrosinistra? Oppure, come Vendola insegna, l’Unione dovrà essere in quanto tale portatrice di una radicalità di critiche al modello prevalente e di conseguenti "riforme di struttura", per usare una categoria antica ma ancora efficace, e cioè di una riforma sociale, economica, democratica, morale della società italiana? Tu hai parlato, contestato, di bisogno di nuova ideologia. La destra neocons interpreta questa necessità, e il sistema di guerra è prima di tutto una visione del mondo, e poi una strategia economico-politica.

Ho ripreso in mano, in questi giorni di riflessione, una straordinaria intervista di Heinrich Boll del 1978, in cui parla del radicalismo. "E’ storicamente dimostrato su buone basi che senza radicalismo spirituale non vi è stato alcun movimento nella storia intellettuale e artistica del mondo... Tutto ciò che mai abbia cercato di mantenere in movimento il mondo proveniva da inizi radicali: nelle Chiese, fuori dalle Chiese, nel liberalismo, fuori dal liberalismo". E, dopo aver ricordato che senza radicalismo non esisterebbero né Spd, né Fdp né Cdu, Boll conclude che, senza radicali, "l’umanità sarebbe rimasta in un contesto feudale, esisterebbe sempre soltanto grazia e disgrazia nei rapporti umani, e nessun diritto a sicurezza sociale, al cibo e a determinate pretese di sia pur minimo sollievo umano". Non so se Oskar Lafontaine, che oggi lascia la Spd, condivida questo punto di vista.

E’ Genova la ferita non nominata e non compresa in gran parte della politica italiana. E’ la natura di questo movimento globale che ancora si fa fatica a interpretare, e che impone una rifondazione integrale della sinistra, delle forze democratiche, della politica.

Come fa la sinistra a proporsi di governare oggi - quando diritto al cibo e alla sicurezza sociale sono negati a una maggioranza dell’umanità - senza dar voce a una critica radicale? Come fa la sinistra a non interpretare un moderno bisogno di spiritualità, di interiorità, di senso in una civiltà dove tutto - fino al funerale del papa, ai sentimenti, alla sessualità, alla cultura, all’aria e all’acqua- diventa spettacolo e mercato?

Trovo quindi nella riflessione sulla nonviolenza l’occasione per la sinistra - tutta: comunista, socialista, democratica - di uscire da una visione sbagliata del potere per il potere (a cui fa da controcanto l’idea dell’opposizione per l’opposizione). Il potere è un mezzo, non può essere il fine. Vogliamo cambiare il potere? Vogliamo allargare la democrazia? Vogliamo una partecipazione che decida e che conti?

L’aspetto politico conseguente è che siamo tutti in gioco, e che da ora, non da dopo le prossime elezioni, si dà forma all’Unione. Abbiamo vinto insieme, con l’elezione di Nichi, una battaglia non solo sulla legittimazione a governare di un esponente della sinistra radicale ma anche su un’idea di democrazia e di costruzione dal basso del programma. Mi schiero con te - proprio ora che qualcuno dubita, dopo il risultato del Prc alle regionali, sulla bontà delle scelte fatte- per reagire all’indifferenza con cui, a parte, e non è poco, Prodi, lo stato maggiore del centrosinistra ha accompagnato la tua svolta. Non vedo molta febbre di ricerca e di unità, ma un calcolo tattico. Ho scritto che vorrei, stando vicino al tuo partito, provare a costruire un ponte: con la sinistra che si definisce riformista, per evitare che si apra un distacco che tutti pagheremmo a durissimo prezzo; ma soprattutto con i tanti che sono fuori dalla politica e lontani dal potere, senza diritto di parola e senza diritto di ascolto, che sentono perfino la democrazia come un’idea lontana.

Se mi colloco vicino e non dentro il tuo partito, non è certo per prevenzione ideologica. Non mi sono mai vergognato della mia storia, di giovane comunista e di segretario della Fgci. Oggi sono un socialista di sinistra, pacifista, interessato ai beni comuni, inquieto, segnato da una ricerca interiore e religiosa. La ragione dell’essere vicino e non dentro è la consapevolezza dell’insufficienza della politica e dei partiti attuali. Quest’insufficienza l’ho sentita nel Pci, e ben di più poi nei Ds. La rifondazione della Fgci nel 1985, o il tentativo generoso e fallito, con Veltroni, tra il 98 e il 2000 di rimettere in discussione la forma-partito (quando era il governo la vera forma-partito), raccontano di una consapevolezza personale che è poi cresciuta nel movimento di questi anni, nella sua critica all’esercizio del potere e alle gerarchie dominanti. La spregiudicatezza, il trasformismo, l’autoriproduzione del ceto politico, i partiti come comitati elettorali, tutto questo è una malattia che la sinistra e le forze democratiche debbono diagnosticare per tempo, e curare con decisione. L’unico modo per farlo è far diventar protagonista della politica quella giovane e giovanissima generazione che critica radicalmente il mondo di oggi. Parlo dei pacifisti, del popolo no-global, di tanti cattolici e laici impegnati, di operai e lavoratori che hanno scioperato per la prima volta negli ultimi due-tre anni... Vorrei aiutare te, la sinistra, l’Unione a far sentire che la politica è un po’ anche loro, e che dopo le elezioni politiche non ci dimenticheremo delle loro ragioni.

Mi sembra quasi, con questo cambiamento, di rimanere a casa mia. Comunque so con certezza di voler diventare vostro vicino di casa.

Un carissimo saluto
Pietro Folena

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