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Sognavamo cavalli selvaggi
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de Luca Visentini via FR
Sono cento racconti brevi o brevissimi che nell’insieme ricostruiscono, in un’unica vicenda, la Milano dal 1968 al 1977 di un ragazzo della nuova sinistra. Un compagno di base, non un dirigente, né un pentito. Non si parla di analisi politiche o dispute ideologiche, ma di amore, amicizie, famiglia, lotte e scontri concreti. Si legge un “clima”, un’umanità. Sono storie anche vere ma che trascendono, con la scrittura, l’autoreferenzialità. (...)
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OCCHI SGRANATI

di : Enrico Campofreda
mercoledì 20 aprile 2005 - 04h31
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di Enrico Campofreda

Siete lumbard, romani de sette generazzioni, inamovibili valligiani della Brembana?

Siete rarità assolute. Gl’italiani sono emigranti, come del resto quasi tutte le popolazioni del mondo assai prima della globalizzazione.

Italo Moscati, raccogliendo immagini di repertorio e qualche spezzone cinematografico, confeziona un documentario che riassume i tratti salienti dell’emigrazione dei nostri avi. Il lavoro andrà in onda sugli schermi Rai nel prossimo autunno.

I flussi migratori cominciano vent’anni dopo l’Unità di un’Italia che si scopre poverissima non solo nel Sud. Si espatria da molte regioni e il mito è l’America, cuore pulsante del capitalismo moderno, la nazione che allarga le braccia in un’accoglienza solo in prima battuta prodiga con tutti.

Chi è passato per Ellis Island sa di quarantene, umiliazioni, ghetti e razzismo. E messo il naso nelle piazze o sui docks dove le migliaia di poveri cristi arrivati per lavorare s’ammassavano quasi a proteggersi, trovava a spadroneggiare i ‘bossi’, i capi, che decidevano le sorti di ciascuno lucrando sull’altrui fatica. Mense e pulizie e cantieri e costruzioni erano le occupazioni dei ‘macaroni’ che giungevano con tante speranze e voglia di fare. Nonostante la libertà dichiarata ed esaltata dal ciclopico monumento innalzato all’ingresso di New York, pregiudizio e razzismo erano sempre a portata di mano. Lo provarono sulla pelle due immigrati anarchici: il calzolaio Nicola Sacco e il pescivendolo Bartolomeo Vanzetti accusati d’un omicidio mai commesso. Furono usati come capro espiatorio e finirono sulla sedia elettrica, una condanna dettata unicamente dalla loro appartenenza ideologica e geografica.

L’America sogno di riscatto fu per gli emigranti anche ghetto razziale, si viveva fra italiani, irlandesi, polacchi e gli immancabili ‘nigger’, si subivano le lugubri scorribande omicide del Ku Klux Klan, l’organizzazione razzista che godeva della protezione delle autorità federali. Si moriva in fabbrica bruciando perché si lavorava chiusi a chiave.

Si crearono anche alcune specificità professionali. Lo sport più duro, il pugilato, offrì riscatto e guadagni alle “facce piene di pugni” dei Carnera, Graziano, La Motta, mentre l’altra metà del cielo nazionale metteva sul mercato ciò che aveva di più caro: le tette. Non parliamo di prostituzione ma dei muliebri seni di balie pronte ad allattare. E per un Giannini, che dopo il terremoto del ’20 ebbe l’idea di prestar denaro a interessi bassissimi per finanziare le iniziative dei singoli piuttosto che delle imprese - riscuotendo un successo fenomenale che lo porterà dal banchetto nel porto alla creazione della monumentale Bank of America - c’erano pur sempre centinaia di migliaia di normali ‘Ulisse’ che pur migliorando le proprie condizioni, e magari s’arricchendosi, restavano lavoratori.

Lo zio d’America tramontò e nella metà degli anni Trenta, anche per le scelte ideologiche del regime fascista, l’emigrazione nazionale fu convogliata verso le colonie africane: il famoso “posto al sole” propagandato dal Duce. Fu una migrazione che produsse in genere frustrazione quando, a seguito degli eventi bellici sfavorevoli, gl’italiani dovettero abbandonare le mire dell’Impero fascista e rimpatriare. Dopo i duri anni della ricostruzione post bellica, s’aprì anche per il Belpaese la prospettiva del boom economico, ma dietro ai simboli di questa nuova era - le due e le quattroruote della Vespa e della Seicento - continuavano i viaggi e gli spostamenti delle plebi salariate. Arrivavano a Torino, Milano, Genova con valigie di cartone e occhiaie, venivano da sperduti paesini del meridione, andavano a lavorare nelle catene di montaggio dell’Italia industriale, si trovavano davanti cartelli simili: “Non si affitta ai terroni”. Una condizione che faceva più male di quella conosciuta dai padri perché questo razzismo di ritorno lo vivevano in casa.

La memoria non è una qualità del popolo italiano se appena quattro decenni più tardi le navi cariche di albanesi che si riversavano sulle coste adriatiche, i traghettamenti di nord africani e asiatici nel Canale di Sicilia, l’arrivo di migliaia di immigrati dell’est europeo hanno prodotto levate di scudi non solo del partito razzista denominato Lega Nord ma anche di tanti benpensanti annidati un po’ ovunque. Oltre alla necessità assoluta di manodopera che i mercati manifestano, le nuove migrazioni si trovano a fare i conti con becere condizioni di sfruttamento del neoproletariato; le stesse d’oltreoceano, ripetute a un secolo di distanza, come testimonianza del volto cinico e bieco del capitalismo d’antan o globalizzato.

Eppure si può cogliere qualcosa di buono anche da un fenomeno così duro e doloroso. Gli emigranti, uomini e donne, possono trarre dalla propria e esperienza un indimenticabile insegnamento di vita e ricavarne energie per migliorare se stessi e la società.

Regia: Italo Moscati Montaggio: Pablo Argentino Sorino. Musiche scelte da: Italo Moscati. Produzione: Comitato Nazionale Italia nel Mondo Origine: Italia, 2004 Durata: 43 minuti.

Approfondimento in rete: Italia Press



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