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Sono cento racconti brevi o brevissimi che nell’insieme ricostruiscono, in un’unica vicenda, la Milano dal 1968 al 1977 di un ragazzo della nuova sinistra. Un compagno di base, non un dirigente, né un pentito. Non si parla di analisi politiche o dispute ideologiche, ma di amore, amicizie, famiglia, lotte e scontri concreti. Si legge un “clima”, un’umanità. Sono storie anche vere ma che trascendono, con la scrittura, l’autoreferenzialità. (...)
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NOI SIAMO LA CLASSE OPERAIA, di ANDREA BERRINI

di : Enrico Campofreda
giovedì 12 maggio 2005 - 20h43
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di Enrico Campofreda

I DUEMILA DI MONFALCONE

Ulissi oscuri

Per ideologia, loro dicevano sentimento, per fede diventarono “Ulissi oscuri” secondo una definizione di Claudio Magris rimasta celebre. Sono (furono) gli operai monfalconesi, i duemila dei Cantieri Riuniti dell’Adriatico, “i mistri che ghe fa le ali anca a le mosche”.

In fabbrica sapevano il fatto loro e la foto riprodotta nella copertina del libro che ne immortala alcuni, impettiti, davanti al timone gigante che avevano costruito con mani callose e ingegno, è la migliore testimonianza della storia che hanno vissuto e di cos’era l’orgoglio di classe.

Nei primi mesi del 1947 quest’aristocrazia operaia partì per Fiume per lavorare nella Jugoslavia socialista di Joseph Tito. Avevano vissuto gli anni della dittatura fascista, la guerra, l’occupazione nazista, lo scempio della vita che ne seguì. Erano stati partigiani con la tuta blu nella Brigata Proletaria, in mille avevano combattuto nella zona del Carso e un centinaio rimasero sotterrati lì. Di lingua italiana e lingua slovena. Avevano anche sperato che quella terra diventasse la VII repubblica federativa slava.

Il loro sogno di socialismo terminò presto, si trovarono schiacciati da un conflitto più grande degli ideali: la scomunica che il Cominform controllato da Stalin lanciò nel giugno del ’48 contro Tito e il Pc jugoslavo. I monfalconesi, militanti del Pci, seguirono la svolta del Cominform, con ingenuità si schierano pubblicamente contro il Paese che li ospitava e divennero nemici. Provarono sulla pelle il trattamento dell’UDBA, la polizia politica di Tito che aveva come motto “meglio un innocente in galera che un cominformista in libertà”. Per questo vennero arrestati e rinchiusi nei campi affrontando vessazioni, sevizie e in alcuni casi la morte. Parecchi non tornarono, furono uccisi dai metodi stalinisti praticati dagli avversari di Stalin.

Gino Kmet, Giacomo Scotti (l’autore del testo su Goli Otok) e tanti altri vissero l’orrore dell’Isola Calva e di Sveti Grgur, i due isolotti dove venivano rinchiusi i cominformisti. Quei luoghi divennero bolge dantesche: si bastonava, torturava, umiliava, a farlo erano costretti tutti, e tutti erano contro tutti nell’esaltazione del più perverso sado-masochismo. Chi non s’adeguava rischiava la vita. A molti accadde.

Vittime della ragion di Partito

Siamo di fronte a una pagina nerissima del comunismo internazionale che per decenni il partito togliattiano nascose. Alcuni di quei vigorosi proletari, ancora in vita, sono stati ascoltati dall’autore che, in un testo pieno di trasporto e partecipazione, capace di scorrere come un romanzo, ha lasciato testimonianza di quei tragici momenti.

Nel suo percorso Berrini s’avvale anche d’un lavoro-pilastro della storia operaia della zona “L’antifascismo operaio monfalconese fra le due guerre” di Galliano Fogar, ma più che cercare la grande Storia prova a scandagliare la memoria e il sentimento di alcuni protagonisti.

Operazione difficilissima, perché deve fare i conti con una fase negativa della vita collettiva e personale di quei lavoratori e militanti, rimossa dal Partito e obtorto collo rimossa da loro stessi per vari motivi. Perché compresero che il proprio credo, la personale generosità erano stati usati e sacrificati alla ‘ragion d’apparato’, perché toccarono con mano l’impraticabilità dell’utopia che inseguivano, perché dovettero fare dietro front e vivere da emarginati nella propria patria capitalista che li sfruttava com’essi non volevano.

Ammettere, poi, una sconfitta per chi veniva dal riscatto della Guerra di Liberazione e dalla speranza di “finirla, dopo i fascisti, anche coi padroni” era un altro boccone più che amaro da ingollare.

Inseguire il Sol dell’Avvenir

Se si percorre dall’inizio la vicenda di questi operai si comprende come l’affermarsi armato dello squadrismo giuliano contro il sovversivismo proletario condusse dopo la Liberazione tanti di loro a guardare alla Jugoslavia e ai suoi ideali socialisti più che ai valori del capitalismo propagandati dalle truppe americane. Volevano concretizzare il sogno d’una società diversa, il sogno di trovare pace, lavoro dignitoso, diritto all’istruzione e alla salute. Erano uomini che cercavano il soddisfacimento dei bisogni di classe, ma anche un nuovo modo di condurre l’esistenza.

Taluni furono colpiti favorevolmente dalle diverse condizioni di lavoro: nelle fabbriche dove giunsero cantando l’Internazionale potevano fumare e nel ciclo produttivo non erano ossessionati da canaglieschi capisquadra. Ma durò poco per via della vicenda del Cominform della quale sessant’anni dopo si reputano ancora “facili esche”. C’è anche il rovescio della medaglia. C’è chi ricorda le merci a caro prezzo, la scarsità dei divertimenti e soprattutto vàluta quel viaggio un errore terribile perché durò poco e una volta tornati in Italia, nonostante fossero operai specializzatissimi, per loro ogni battente di fabbrica rimase chiuso. Come punizione per il proprio credo.

Esempio di classe e disillusione

Emarginati da tutti. Anche dal Partito, che cancellò - anzi bruciò per ordine di Marina Bernetic, membro del CC - i memoriali di confessione stilati da militanti come Beltrame. Restano la fede, l’impegno, la dedizione e il sacrificio d’una vita mal riposti. Dice uno di loro con la semplicità dell’eloquio proletario “il comunismo era di buono che era un liberarsi delle catene. Poi invece era tutto privilegi. Tutti a menar l’acqua al suo mulino, come i preti”.

Molti individui sarebbero crollati di fronte a tale marea di negazioni e frustrazioni. Invece questi ex operai e militanti non indietreggiano né rinnegano, nessuno è passato sull’altra sponda. Per loro i padroni restano padroni, nemici come i fascisti. Conservano limpidi tratti di coscienza di classe, erano la classe operaia quella perduta dal Pci e più tardi distrutta dalla politica economica della Repubblica Italiana. Che nonostante la recessione prodotta dalla crisi petrolifera seguita alla guerra del Kippur decise di smantellare l’industria nazionale. Complici Confindustria e Sindacati. Acquiescente il Partito Comunista nelle cui file, fino agli inizi degli anni Settanta, si registrava un rapporto numerico di cinque a uno fra operai e impiegati. Non c’erano ancora globalizzazione e concorrenza cinese. In Europa, Francia e Germania non decisero il proprio harakiri industriale, l’Italia invece diventava lo Stato del terziario avanzato e dell’economia fittizia retta dalla speculazione finanziaria.

Aldo Furlan, Mario Semolich, Ruggero Bersa, Rino e Dante Russian, Dino Zanuttin, Alfredo Monelli, Galliano Fogar, Pino Petean, Riccardo Bellobarbich, Alfredo Mauro, Mario Cavemago. Tenete a mente questi nomi, gente così non rinasce facilmente. Magari sono un esempio di folle utopia. Sicuramente testimoniano impareggiabile coerenza e dignità.

EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE

Andrea Berrini (Milano, 1954), scrittore e pubblicista italiano. Per Baldini Castoldi Dalai ha pubblicato L’anima dei bulldozer (1997)

Andrea Berrini “Noi siamo la classe operaia”, Baldini Castoldi Dalai, Milano, 2004



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