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Sono cento racconti brevi o brevissimi che nell’insieme ricostruiscono, in un’unica vicenda, la Milano dal 1968 al 1977 di un ragazzo della nuova sinistra. Un compagno di base, non un dirigente, né un pentito. Non si parla di analisi politiche o dispute ideologiche, ma di amore, amicizie, famiglia, lotte e scontri concreti. Si legge un “clima”, un’umanità. Sono storie anche vere ma che trascendono, con la scrittura, l’autoreferenzialità. (...)
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LA PICCOLA LOLA

di : Enrico Campofreda
lunedì 13 giugno 2005 - 23h31
JPEG - 39 Kb

di Enrico Campofreda

C’è un dramma intimo e assai personale che alcune donne e uomini vivono: desiderare dei figli e non poterne avere. Si può ricorrere alla procreazione assistita (omologa o eterologa, se le leggi lo consentono), si può adottare un bambino. Ma questa strada è spesso un’avventura intricatissima che Tavernier mostra con gli occhi di Géraldine e Pierre e di altre coppie in cerca o a caccia di figli. Labile è infatti il confine fra il desiderio altruista di voler donare amore e protezione a infanti che hanno la sfortuna di nascere in angoli poveri della terra e venire magari abbandonati, e la voglia egoistica di avere un figlio a ogni costo ed esser disposti a entrare nella sciagurata spirale del mercimonio che ne consegue. Il merito del film è quello di mostrare tali intrecci e i risvolti psicologici che ne scaturiscono.

Così Géraldine e Pierre, francesi benestanti (lui è un medico) che s’amano e vivono una buona sessualità dopo averle provate tutte scelgono la via del viaggio dell’adozione giungendo nella Cambogia post Pol-Pot.

Al di là dell’ecatombe scaturita dalla mente criminale dell’ex satrapo e attuata da quella milizia privata che divennero i khmer rossi, nel paese asiatico nulla sembra cambiato dal periodo khmer e pre-khmer, quello del sovrano Sihanouk che tanto piaceva all’occidente imperialista. La burocrazia è sempre corrotta, ognuno s’arrangia come può in un’approssimazione di regole che ammette ogni illegalità. E accanto al turismo sessuale che raggiunge l’apice nella vicina Thailandia, i prolifici cambogiani accettano e fomentano il mercato delle adozioni. Questo diventa un business, che partendo da un’esigenza giusta, può trasformare gli stessi futuri genitori in ricercatori di affetti accecati dal proprio bisogno e frustrati dalle disavventura.

La narrazione di Tavernier, un po’ lenta e a tratti melliflua, non manca di evidenziare una gamma amplissima di comportamenti d’individui che si ritrovano a creare una micro collettività. Si potrebbe parlare di famiglia allargata dato che tante coppie inseguono in quei luoghi lo stesso fine, ma al di là di alcuni momenti vissuti collegialmente ognuno pensa a sé, al suo futuro bambino, alla famiglia che verrà. È che nell’incertezza della situazione (non si sa mai se il figlio sarà assegnato), con lo stillicidio delle spese (tutto viene mercificato), un clima tutt’altro salubre (100% d’umidità sotto forma di pioggia o micidiale afa) e poi fango, polvere, caos, punture di zanzare terribili portano nelle otto-dieci settimane d’attesa dell’evento tutte le coppie a cadere nell’isteria pura.

Géraldine e Pierre, che arrivano a litigare anche loro, appaiono come i più normali. Alloggiate nel medesimo albergo ci sono coppie variegate: i proletari Marco e Sandrine, goffi, complessati, a volte aggressivi ma anche molto solidali ed emozionali. I meschini e ipocriti Bernard e Nicole, formali, conformisti e chiusi nel proprio crogiuolo. Gli scombussolati Yves e Isabelle, lui esprime un tasso d’egocentrismo paranoide quando in tanti momenti di vita comune inveisce contro il pianto dei bambini altrui, lo sciacquone tirato, e semina arroganza e battute sconvenienti. C’è anche una donna sola, Marianne, il cui compagno non se l’è sentita d’affrontare il viaggio per la ricerca del figliolo.

E che dire d’un aspetto cui inevitabilmente viene da pensare visto che le coppie in cerca di bambini sono tutte francesi? La Francia, dopo aver succhiato in tre secoli di dominazione coloniale la linfa naturale della nazione indocinese - e anche dopo l’indipendenza del Paese raggiunta nel 1946 - ha proseguito lo sfruttamento sotto forma di protettorato, cerca ora nuove risorse khmer in carne e ossa? I cambogiani, nella loro subalternità economica, pur di riempire le tasche trattano i bambini orfani e abbandonati come qualsiasi altra merce, come fa ogni popolo povero. È una realtà cruda, una contraddizione cocente in un sistema mondializzato che nel Terzo Millennio si reputa civile.

E allora che fare? Impedire che la gioia dell’adozione addolcisca il futuro di coppie sterili e sollevi dalla cupezza e dalla miseria le sfortunate esistenze come quelle della piccola Lola? Certamente no. Sincera, addirittura irrefrenabile, bella a vedersi è la felicità di Géraldine e Pierre mentre la stessa piccina starà meglio nel calore d’una casa che nell’anonimità di orfanotrofi come quelli di Holy Baby o Kandal. Anche perché nella sua condizione il destino la porterebbe e rimestare rifiuti nella bolgia della discarica di Phnom-Penh con l’immondizia che macera al sole e un tappeto di mosche a diversi centimetri da terra. Eppure non si può lasciare la delicata materia dell’adozione in balia di burocrati affaristi e genitori egoisti. Il problema è serio e aperto. Tavernier lo ricorda.

Regia: Bernard Tavernier.
Soggetto e sceneggiatura: Tiffany Tavernier, Dominique Sampiero, Bertrand Tavernier.
Direttore della fotografia: Alain Choquart.
Montaggio: Sophie Brunet.
Interpreti principali: Jacques Gamblin, Isabelle Carré, Bruno Putzulu, Lara Guirao, Frédéric Pierrot, Maria Pitarresi, Séverine Caneele, Vongsa Chea, Pridi Phath, Neary Kol, Srey Pich Krang.
Musica originale: Henri Texier.
Produzione: Little Bear, Les Film Alain Sarde, Gérard Lamps.
Origine: Francia, 2004.
Durata: 128 minuti.
Titolo originale: “Holy Lola”.
Info Internet: Cinematografo / Sito Ufficiale.
Articoli e approfondimento: Castlerock.



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