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Primarie di ottobre, quattro buone ragioni per non sprecare una buona occasione

di : Rina Gagliardi
sabato 3 settembre 2005 - 23h35
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A sinistra si discute sull’appuntamento d’autunno.

di Rina Gagliardi

A sinistra, anzi soprattutto a sinistra, si continua a discutere e a dubitare delle primarie - significativo, in proposito, l’editoriale sul manifesto di ieri, firmato dal direttore Polo, che esprime perplessità radicali sullo strumento e sceglie perciò di non schierarsi per nessuno dei due principali candidati in campo. Né con Prodi né con Bertinotti, insomma.

Una scelta, s’intende, del tutto lecita, ma anche, dal nostro punto di vista, un errore politico - meglio, un ragionamento che porta a non cogliere, a sprecare, una buona occasione per fare "una cosa di sinistra". In realtà, i dubbi e le perplessità sulle primarie, variamente diffusi (anche dentro il Prc), possono esser ricondotti a quattro o cinque argomenti:

1) E’ una "americanata", importata dagli Usa, anzi malamente scopiazzata dal modello nordamericano, e come tale inaccettabile in sé.

2) E’ una gara "finta", cioè dall’esito scontato, giacchè è evidente fin da oggi chi sarà il vincitore, Romano Prodi: non a caso, essa è stata indotta dalle contraddizioni interne ai partiti dell’Unione e dal bisogno di un leader senza partito di avere comunque una legittimazione.

3) E’ un ulteriore scivolamento verso la logica presidenzialista e plebiscitaria tipica del sistema maggioritario, che non andava avallata fin dall’inizio.

4) E’ quindi una modalità di partecipazione "truccata" e, al fondo, inessenziale, altre sono le sedi reali di politica e di politica partecipata.

Vorrei replicare, pacatamente e nel merito, a ciascuna di queste obiezioni. (Per la verità, ce ne sarebbe anche una quinta, che spesso non viene dichiarata come tale, ma risulta talora condizionante: una certa antipatia, o sfiducia, in Rifondazione comunista, o nel suo segretario. Scelta anch’essa più che lecita, ma difficile da discutere, in quanto coinvolge più le viscere che non la fredda ragione, la quale, come è noto, non è tutto).

1. E’ vero: negli Usa, non c’è competizione elettorale (dalla designazione del candidato alla Casa Bianca a quella di ogni magistrato) che non passi per le primarie. Ciò che autorizza a parlarne come di un tipico strumento "americano" - e non c’è cosa che sia bene imitare pedissequamente o acriticamente, specie se viene dal cuore dell’Impero. Eppure, quando nel ’68 "copiammo" dagli Usa strumenti di lotta sociale e politica - come i sit-in - in Italia fino ad allora non conosciuti e non praticati, non ci ponemmo, nient’affatto, il problema del "marchio di origine": di sit-in ne facemmo un mucchio, e certo essi dimostrarono di essere utili alla crescita del movimento, di sapersi "italianizzare", di poter piegare ad altri obiettivi la loro logica naturale. Ora, per le primarie, è già accaduto qualcosa che va in questa direzione: la vicenda della Puglia. Si può credibilmente sostenere che un radical amico dei no global, gay e cattolico potrebbe essere eletto Governatore della California, per di più battendo non un conservatore ma un liberal? Naturalmente, nulla, neppure il caso di Nicky Vendola - che certo ha colto di sorpresa l’Unione e il Polo - si può facilmente generalizzare. Tuttavia, esso attesta, precisamente, che non esistono le "americanate" assolute. Che il contesto specifico di un paese, di una cultura politica, di una crisi è più forte.Che insomma, come sempre, vale di più la fantasia della storia.

2. E’ vero: Romano Prodi ha le maggiori chances di essere il candidato più votato dal popolo dell’Unione. Quel che appare singolare, però, è che una ragionevole previsione si trasformi non solo in un esito certo, ma, nientemeno, in una condizione che inficia il valore della competizione - tanto più in un tipo nuovo di competizione, della quale non si danno precedenti. In politica, cioè, non ha grande senso negare a priori la possibilità di una sorpresa, o di un risultato diverso da quello generalmente più accreditato: è come precludersi l’idea stessa del mutamento. (O, all’opposto, è come non vedere le tendenze reali della società - vi ricordate il ’94, quando tutti, dai mercati alla sinistra, dai media ad Agnelli, attendevamo il sicuro successo dei progressisti, e alla fine ci svegliamo "berlusconizzati"?). In sostanza: nulla può considerarsi scontato, nelle primarie di ottobre. Non possiamo dire, prima di tutto, quante persone davvero vi prenderanno parte, vi investiranno una quota del loro tempo, e soprattutto della loro fiducia. Né possiamo dire oggi quale sarà la fisionomia concreta dell’evento. Perché escludere, allora, di tentar di costruire dentro di esso un grande fatto partecipativo? E un successo consistente della sinistra, che per le ragioni sopradette non si preclude nessun esito, nemmeno quello vincente?

3. E’ vero: è la politica, in quanto tale, a scivolare, sempre di più, verso una dimensione personalistica e leaderistica. Dalla crisi esplosa tra l’89 e i primi anni 90 (che a sua volta veniva da lontano, dal buio decennio degli ’80) si è usciti con un sistema elettorale, il maggioritario, che per sua natura penalizza i partiti ed esalta i singoli - la "spettacolarizzazione", l’ossessiva centralità televisiva e dell’immagine, ha fatto il resto. Ma questo processo involutivo (e foriero di a-democrazia) funziona davvero? Si è rivelato capace di stabilizzare la politica, il sistema politico e la "governance"? O, all’opposto, come ripete ogni giorno il Corriere, siamo ancora in una crisi profonda e anzi radicale della politica, che assume, tra le altre, la forma del fallimento conclamato del bipolarismo? Noi pensiamo che quest’ultima sia la risposta giusta. Appunto.

Proprio perché nulla viene trasportato meccanicamente da un lato dell’Atlantico all’altro, proprio perché l’Italia non è gli Usa, l’idea di introdurre qui le primarie è il contrario esatto di un’operazione di rafforzamento del sistema: è giust’appunto il segnale della sua non tenuta. Esprime la difficoltà della leadership, non la sua valorizzazione. Rende evidente l’"intoppo" dei vertici, la paralisi delle facoltà decisionali dei partiti, non lo risolve. E finisce con il delegare al popolo-elettore la scelta finale. Dove sta la deriva plebiscitaria? Ove non fosse scoppiata la contraddizione tra Prodi e Rutelli, ove si fosse data vita al "partito riformista", ove quindi la designazione di Romano Prodi come candidato-leader dell’Unione fosse stata assunta di comune accordo dai segretari dei maggiori partiti della coalizione (dagli azionisti di riferimento dell’Unione), avremmo assistito ad una limpida manifestazione di democrazia politica?

Avremmo potuto parlare di uno stop, o di un freno, alle tendenze leaderistiche? Naturalmente, le primarie non rappresentano, per noi, "la" soluzione, né tantomeno un esito strategico. Sono, molto più semplicemente, uno strumento "di confine" tra la crisi della politica e la terapia della partecipazione. Una buona occasione, che dipenderà quasi interamente dalla nostra voglia di utilizzarla.

4. E’ vero, infine, che votare (per un candidato, ma anche per un partito) non è tutto. Non esaurisce la democrazia. Non sostituisce i terreni centrali della lotta, della mobilitazione, dell’impegno, dell’iniziativa - della pratica politica alternativa. Non risolve, né avvia a soluzione, nessuna delle grandi tragedie del nostro tempo - nel suo editoriale di ieri, Gabriele Polo afferma, a questo proposito, cose altamente ragionevoli. Ma le primarie non sono il "nuovo inizio" della storia d’Italia, né è giusto sovraccaricarle di compiti e significati così impropri.

La questione è proprio un’altra, e così la poniamo ai compagni e agli amici della sinistra radicale: nel faticoso percorso che ci dovrà portare al programma dell’Unione, come si fa a far pesare, il più possibile, le ragioni della sinistra, appunto, radicale? Come si fa a tenere a bada le ricorrenti tentazioni neocentriste? Come si fa ad evitare l’appiattimento dell’antiberlusconismo che si accontenta di tutto e si rassegna in partenza alla deriva moderata del prossimo governo? Noi pensiamo che il successo delle primarie - e della candidatura di Bertinotti - abbia questo senso. Questa semplice, chiara e condivisibile finalità politica comune.

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