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Una sfida a sinistra

di : Rina Gagliardi
sabato 10 settembre 2005 - 09h42
JPEG - 41.7 Kb

di Rina Gagliardi

A volte, le "parole della politica" - per solito così astratte e lontane - riescono perfino a materializzarsi con l’evidenza fisica e psicologica dei corpi. E’ successo giovedì sera, alla Festa di Liberazione: mentre Bertinotti e Fassino discutevano di lavoro, salari, precarietà, legge 30, un gruppo di giovani lavoratori dell’Atesia, quattro dei quali "legalmente" licenziati in tronco, hanno occupato la scena, srotolando striscioni e chiedendo di dire la loro. Maurizio Costanzo, moderatore del confronto-clou della Festa, ha dato in prestito ai giovani, nientemeno, che il suo microfono.

E così, per qualche minuto, l’"oggetto" della discussione ne è diventato il soggetto, e la discussione stessa da bipolare si è fatta "tripolare" - tra gli applausi e la solidarietà del pubblico straripante. Non è stato, questo, il solo momento coinvolgente di una buona serata politica. Non il solito duello tra leader, ma un confronto di merito che ha ruotato quasi interamente attorno ad un tema: la sfida a sinistra, tra riformisti e radicali, tra socialdemocratici e nuovi comunisti, tra "moderati" e "antagonisti".

Bertinotti e Fassino si sono dimostrati capaci di interpretare questo ruolo con rilevante onestà politica e intellettuale. Diversi, certo, e anzi molto diversi tra loro, ma cresciuti politicamente nello stesso luogo - la Torino operaia della Fiat - e quindi disponibili a comunicare, a condividere priorità, e anche qualche paradigma analitico. Insomma, non solo si conoscono da trentacinque anni, ma - per dire - sono tra i pochissimi leader per i quali la lettura di una busta-paga non è un mistero. E che possono quindi affrontare un dibattito mettendo al centro, davvero, questioni di merito - ovviamente, con risposte diverse che tradiscono una diversa, (mettiamola così) rappresentazione del mondo. Ma, alla fin fine, che cosa li unisce e che cosa li divide?

Anche da questo punto di vista, la discussione di giovedì si è rivelata interessante, e a suo modo esemplare, proprio perché non ha mai inclinato al "politicismo".

Intanto: si sta insieme, nella stessa alleanza, perché si condivide una priorità politica che sovradetermina, politicamente, tutte le altre, cacciare Berlusconi. Se fosse tutto qui, naturalmente, non sarebbe molto, e forse non sarebbe neppure una base sufficiente di costruzione unitaria. Dice Bertinotti: l’unità è oggi essenziale, ma «non è la reductio ad unum delle nostre diverse posizioni». E Fassino ne conviene, al punto che, a dibattito inoltrato, fa una specificazione lievemente polemica: non è che le mie proposte sono necessariamente moderate e le tue necessariamente radicali. Ma con ciò il terreno comune è tracciato: quello, come dicevamo, della competizione a sinistra, tra le due sinistre. Un reciproco riconoscimento, ma anche, per il segretario della Quercia, un’ammissione - dove ancorare, se no, se non a sinistra, la pur tormentata identità diessina? E quindi una sfida leale, nient’affatto ideologica, destinata a protrarsi per tutto il quinquennio del governo Prodi (che assumiamo per nato) e, soprattutto, a "inverarsi" nei problemi concreti della società italiana.

In cima all’agenda, dice il segretario di Rifondazione comunista, c’è la politica economica e sociale: innalzare i salari, gli stipendi e le pensioni, anche attraverso la reintroduzione di un meccanismo annuale di indicizzazione; cominciare ad invertire la gigantesca diseguaglianza che si è prodotta in questi anni in Italia, anche attraverso la tassazione della rendita speculativa; combattere la flessibilità e la precarietà, anzi fare dell’Italia «un Paese deprecarizzato» (un po’ come tanti comuni hanno scritto al loro ingresso «Comune denuclearizzato»). Cominciare ad uscire, insomma, dal liberismo: ed un enorme boato di pubblico accompagna la «precondizione» posta da Bertinotti, cioè la cancellazione della legge 30. Incalzato da queste proposte, Fassino ne accoglie una parte importante: non si può non procedere, secondo il leader diessino, ad una redistribuzione della ricchezza, non si può consentire, più di tanto, a salari che superano di poco i mille euro al mese. Anche sull’idea di risarcire le retribuzioni dalla perdita di potere d’acquisto indotta dall’inflazione (non una vera scala mobile), Fassino sembra convenire. Su un punto, però, non demorde: la flessibilità. Una sorta di bandiera ideologica, per i Ds, ed anche per il loro segretario, che non rinuncia a questo valore della «modernità» liberista, che anzi gli pare conciliabile con la lotta alla precarietà. Qui, in realtà, emerge una delle vere grandi differenze tra Rifondazione e Ds: la rappresentanza e il riferimento di classe. Quella di Bertinotti, insomma, è una visione limpidamente classista, pur ricca di innovazione e ricerca, anche sul terreno della "definizione" del blocco sociale. Quella di Fassino è invece un’idea sostanzialmente interclassista, che punta comunque a includere un rapporto organico con la borghesia, i ceti medi "avanzati", le professioni, e così via. Una differenza che "spiazza" le vocazioni socialdemocratiche della Quercia - anche le socialdemocrazie moderate, come la Spd, non sono prima di tutto il partito di riferimento dei lavoratori? Ma, anche e sopratutto, una differenza densa di conseguenze politiche e politico-culturali.

Si capisce, in questa ottica, perché Bertinotti abbia voluto presentarsi alle primarie: "semplicemente" per spostare il più possibile a sinistra l’asse dell’Unione, cioè per far pesare il più possibile le classi subalterne. Si capisce, in parallelo, perché per Fassino la priorità sia invece quella di conquistare voti, anche nell’elettorato di destra, anche negli strati sociali a vocazione moderata. E si capisce, alla fin fine, perché nel programma fondamentale del Prc ci sia scritto, a chiare lettere, la necessità del superamento del capitalismo, e perché invece questo tema sia stato derubricato dalla politica diessina. Nella parte finale del dibattito, dove si è parlato di New Orleans, della barbarie che avanza, del carattere sempre più disumano e selvaggio della società attuale, insomma della fine del carattere progressivo del modo di produzione capitalistico, le distanze tra Bertinotti e Fassino sono tornate ad essere grandi - anche nel linguaggio, l’uno ha accennato alla necessità della "forza", ineliminabile dalla politica, l’altro ha spiegato che a catastrofi come quella degli Usa si risponde opponendo un’altra logica, la nostra diversità, la diversità della nonviolenza. La sfida tra le due sinistre è anche nella critica allo "stato delle cose", è anche e soprattutto nella volontà o nella rinuncia ad avviare - da subito - l’alternativa di società. E’ la vecchia differenza tra socialdemocratici e comunisti?

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