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A HISTORY OF VIOLENCE - La violenza "normale" nel film di David Cronenberg

sabato 17 dicembre 2005

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A HISTORY OF VIOLENCE

Un angelo sterminatore nel focolare domestico
Più protettivo e caldo è il sentimento paterno, tanto più si uccide in nome di "dio, patria e famiglia".

di MARIUCCIA CIOTTA

La violenza non è diabolicamente nascosta nella normalità, ma è "normale". E torna così in A History of Violence di David Cronenberg nella forma di un film classico, rivisitazione hichcockiana. Cronenberg esce da sé per ridisegnare la scena del bene e del male. Il leit-motiv della paternità si salda alla sua assoluta devianza. Tanto protettivo e caldo è il sentimento paterno tanto si è capaci di uccidere in nome di figli, comunità, patria, religione.

Sull’argomento si è distinto Million Dollar Baby come film insubordinato, politico nella sua negazione totale dei legami di sangue per una paternità estesa, fluttuante. Una storia di violenza è l’esercizio dell’inclusione nell’incubo del quotidiano, perfino quello di una famigliola felice, perfetta che vive in una cittadina del Midwest (anche se il film è girato in Canada) decorata con tutte le segnaletiche folk del genere, a cominciare dal diner, centro di ristoro della comunità, luogo familiare, rassicurante. Il pericolo non verrà solo da fuori, dallo straniero, e neppure dalle depravazioni di provincia come in Twin Peaks. La sua faccia è quella aperta e sorridente di Tom Stall (Viggo Mortensen, Il signore degli anelli) che sarà costretto a fracassare la testa e a impallinare due «mostri», appena visti, nel prologo del film, uscire da un motel dopo un orribile massacro, bambina compresa, pur di non pagare il conto. Tom Stall si trova davanti la coppia di «cattivi», pronti a far fuori i clienti, e reagisce. Diventa l’idolo del paese, l’eroe nazionale braccato dalle tv... La moglie Edie, dalle pulsioni erotiche adolescenziali (Maria Bello), è turbata ma felice di aver scoperto il lato coraggioso e macho del marito, lo stesso vale per il figlio teenager che quasi in simultanea con la performance paterna stende a pugni un prepotente compagno di scuola. C’è, dunque, una vena audace e imprevedibile nella dolce famiglia Stall, completata da figlioletta di sei anni, angelica.

A cercare David Cronenberg e le sue allucinazioni da play-station organica (Existenz, `99) o i suoi incubi schizoidi (Spider, 2002) niente da fare, Una storia di violenza è un thriller apparentemente regolare, che ricorda un po’ le atmosfere di Cape Fear, il Promontorio della paura, sequel da Martin Scorsese con un Robert De Niro diabolico, uscito dal passato per minacciare un’altra famiglia tranquilla.

Che succede però se il padre ha una personalità multipla, e sa torcere colli altrettanto bene di come fa il caffè? Forse Tom Stall è un altro, forse ha ragione il gangster irlandese (Ed Harris, magnifico) ad attribuirgli il suo occhio spappolato, forse marito e papà modello hanno un passato selvaggio... Che succede quando la violenza penetra nel focolare domestico? si chiede Cronenberg, che questa volta non è l’autore della sceneggiatura, scritta da John Olson, a partire da una storia a fumetti di John Wagner e Vince Locke.

L’alternanza di luci e ombre distingue le zone della gioia casalinga, i mall, le strade ridenti della little town da quelle del «peccato» grazie alla fotografia di Peter Suschitzky (sette volte con Cronenberg). Ma qui il «castello» buio e maledetto è dentro il cuore dell’eroe, abitato da consanguinei, anzi da suo fratello Richie, interpretato dal virtuoso del gesto, William Hurt. Viggo Mortensen ce la mette tutta a cambiare espressione, mentre a Hurt, uno dei più grandi di Hollywood, basta uno sguardo per scollare il testo dalla narrazione e restituire Cronenberg a se stesso.

Come in Fritz Lang, un uomo innocente non può scappare al suo destino, suggerisce il regista: «la violenza è una cosa cattiva ma reale e inevitabile dell’esistenza umana». È qualcosa che lascia pietrificati e produce se fuori contesto un effetto paradossale e quindi comico di fronte al crescendo di orrore come nei «midnight movies» esasperati e sanguinari nel tentativo di riprodurre i massacri reali, dal Vietnam alle carneficine poliziesche per le strade.

Senza pudore, Cronenberg forza una struttura di thriller classico, alla Don Siegel, per immettere virus visuali e, in un decalage micidiale, passa dalla più rosea delle realtà al mito dell’uomo che si fa giustizia da sé, criminale in quanto Padre, guardiano della sua proprietà e genia.

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