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A PROPOSITO DI FIAT : I PARAMETRI DELLA SOCIETÀ “PREDONOMICA”

martedì 7 febbraio 2006

di Carmelo R. Viola

Si dice di norma “società capitalista”, ma nella realtà si tratta di una vera e propria giungla antropomorfa, dove il classico “homo homini lupus”veste anche molto elegante ed ha modi signorili e perfino serafici. Il fine usuale è la “predazione”, donde la predo-nomia, che è il vero significato dell’economia ufficiale.

Il modo con cui i massmedia, in questi giorni, dànno la notizia della ripresa di cassetta della Fiat, ci dà la misura dell immaturità umana della nostra specie. Infatti, il termometro della buona salute della cosiddetta “economia” del nostro paese - e della salute senz’altro (avrei dovuto dire tout court!) - è una così immensa imbecillità da suscitare più pena che disprezzo. Ma solo in pochi “vedenti”. Essa ci dice quanto ancora siamo dei barbari rispetto alla possibile civiltà dell’uomo “compiuto”.

Per poco non ci si invita a festeggiare, ciascuno di noi con la propria famiglia, o in festini organizzati in luoghi appropriati, la notizia dei buoni affari della più grande industria italiana, ovvero della più grande impresa predonomica-affaristica del paese.

Ma qual è il vero significato dell’evento? Quello di un gruppo di predatori legali, così grossi da potersi considerare dei signorotti feudali, che hanno ripreso la corsa verso una maggiore ricchezza, un maggiore “predi-monio” (detto altrimenti patrimonio), verso una maggiore possibilità di fare altri acquisti (non lo shopping della massaia!) ed altri investimenti, industriali e in borsa, in Italia e nel mondo. Certo - e noi lo comprendiamo perfettamente -è una buona notizia per i dipendenti e per qualche lavoratore che spera di essere riassunto ma questo avviene appunto perché, in questa pseudosocietà il diritto alla vita è legato ai buoni affari di qualche predatore (detto anche imprenditore).

A mio avviso, il signor Montezemolo dovrebbe semplicemente vergognarsi di compiacersi della ripresa della Fiat, sapendo che da tanto tempo ormai l’auto costituisce un’emergenza, urbana, ambientale e sanitaria e che i Comuni, invece di venire incontro ai propri cittadini, speculano sulla circostanza, espropriando i cittadini stessi - considerati solo dei potenziali clienti - di sempre maggiore spazio da destinare alle fatidiche “strisce blu” per il posteggio a pagamento e non custodito (sic!), il che non risolve l’emergenza ma semplicemente porta soldi alle casse dell’amministrazione locale specie in termini di contravvenzioni, il più spesso immeritate e magari a carico di poveri diavoli che si sono fermati per estrema necessità, perché il criterio di tassazione delle strisce blu non è razionale.

Ma problema ancora più grave è quello dell’inquinamento dell’aria a cui Comuni fra i più grandi e i più afflitti da smog e nebbia, cercano di ovviare in parte con la riduzione della circolazione dei mezzi privati, provvedimento globalmente inutile quanto sociologicamente ridicolo perché colpisce consuetudini e bisogni consolidati e apporta un enorme disagio a chi del mezzo privato non può più farne a meno.

Tutto ciò non ha alcuna importanza nella valutazione “predonomica” (impropriamente economica) di un paese, valutato non per il tasso di distributività del benessere (beni e servizi prodotti dal lavoro collettivo) ma solo per la quantità di ciò che produce (per il cosiddetto risibile “Pil”!) e per il commercio monetario in credito con l’estero (la famosa bilancia dei pagamenti).

Valori secondari o insignificanti sono la povertà, la disoccupazione, la mala occupazione, il lavoro nero, il precariato, le lunghe (talora lunghissime) attese sanitarie, il fatto che ogni mese 300 famiglie finiscono in povertà per sostenere pesanti spese sanitarie senza contare i molti di più che finiscono ammalati cronici o al cimitero perché impossibilitati di pagarsi le cure.

Poco importa la vergognosa speculazione “legale” dei libri di testo per la scuola dell’obbligo, il mercato farmaceutico - con un esercito di cosiddetti “informatori scientifici” (che tali non sono) - che si configura come un vero e proprio esercizio criminale. Poco importa che oggi vincere un concorso non sempre significa avere raggiunta una sistemazione (il famoso “posto fisso”) come bene è stato evidenziato nella trasmissione “Ballarò” di RaiTre di questo 31 gennaio.

Poco importa se le ferrovie “privatizzate” - cioè affidate all’ingordigia di predatori privati - per riduzione di personale (in base allo slogan “meno costi e più profitti”) e quindi di manutenzione ordinaria, contano più incidenti ovvero producono più vittime (e magari non sono in condizione di far fronte alle forti nevicate!). Del resto quanti muoiono ogni giorno sul lavoro! Poco importa se si susseguono gli scioperi delle più varie categorie di lavoratori, per esempio dell’Alitalia (che sciopera sin dalla costituzione della Repubblica!) per contratti di lavoro scaduti da anni o per adeguamenti salariali legittimi.

Poco importa se la vita del comune cittadino si è trasformata in uno “scadenzario” di pagamenti, che si traduce in un susseguirsi di bollette e di code da fare come una condanna senza fine. Poco importa se è tutto un mercato, tutto essendo merce, acqua compresa e, fra non molto, perfino l’aria che respiriamo (come già lo è in Giappone per quella non inquinata).

Tutto questo rende l’uomo inquieto, infelice e cattivo: una delle cose più grottesche della civiltà “sviluppata” è quella di dover pagare i beni di consumo e i servizi dopo avere dato il proprio contributo in uno dei settori del lavoro che quei beni ha prodotto. La tecnologia, infatti, viene applicata al potenziamento del mercato (cioè dell’agonismo predatorio), non all’economia propriamente detta, cioè alla scienza distributiva dei prodotti del lavoro secondo equità e bisogno. Accenniamo alla possibile cibernetica sociale, allo strumento elettronico-informatico applicato alla funzionalità civile per evitare le disparità conflittuali, che vanno dall’indigenza totale alla ricchezza senza misura “alla berlusconi”.

Nei parametri di valutazione della società capitalista - giungla antropomorfa - non hanno alcun valore i barboni morti di freddo come animali abbandonati, i migliaia di sfrattati, i molti giovani senza arte né parte che pullulano in centri od angoli remoti delle città, con gli effetti che conosciamo, o i due fenomeni strutturali che vanno sotto il nome di “mafia” e di delinquenza comune. “Mafia” è una parola impropria depistante per indicare un modo diverso (paralegale) di fare capitalismo e affari (come se si trattasse del “corpo estraneo” di cui parlava l’incompetente Pertini) mentre la delinquenza comune è la pratica del furto cioè della predazione aperta e diretta (illegale) contrapposta alla predonomia dominante, che è l’artescienza legale di predare applicando e rispettando le leggi. Gli altri delitti sono dovuti a disturbi mentali o a passionalità. Si ruba per tre motivi ben documentabili: per fame, per vizio, per emulazione (se quello è ricco perché non potrei esserlo anch’io?!)

Con il neoliberismo lo stacco fra i due poli dell’organismo sociale, si fa netto: da un lato i “padreterni” del capitale e della “monotocrazia” (superfetazione finanziaria), i padroni dell’industria e, sia pure per occulta interposta persona, del potere politico; dall’altro, la gente che vive di solo lavoro (o di arrangiamenti vari): l’auto e l’eventuale casa non fanno ricchezza essendo diventati fatti di costume. Ciò che persiste in ogni caso è la mortificazione che vive chi ha poco o nulla rispetto ai padreterni, piccoli o grandi che siano. I piccoli industriali con villa sono i più visibili, più tangibili e i più vulnerabili dell’universo dei padreterni. Talora sono i cosiddetti “villani rifatti”, ex miserabili fattisi ricchi, spesso non si sa come, e l’invidia e l’odio li circondano. Poi arrivano i nuovi poveri delle terre “liberate” dell’Est. Si spiega perché tale categoria sia mira di gente che ha fame o vizi da soddisfare (come la droga) o molta voglia di emulazione. Più polizia e licenza di uccidere “all’americana” non possono che aumentare i crimini ovvero gli esiti di una società radicalmente sbagliata perché basata sull’agonismo (detto eufemisticamente competitività), spacciata per liberale ed evoluta. Bisogna sentire come gli esperti parlano di competitività: peggio vanno le cose, più v’insistono!

L’esultanza per la ripresa della Fiat, di un’associazione finalizzata alla produzione di profitti parassitari (come prova la ricchezza immensa dei titolari e dei “quadri” tipo Romiti), responsabile di mezzi privati di locomozione, diffusi come accendini, e osteggiatrice di un vero e proprio sistema scientifico di locomozione pubblica, con meno ingombro e molto meno consumo di carburante, ci dà la misura di “questa” superdecantata democrazia.