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Carceri turche: una enorme Guantanamo

venerdì 1 aprile 2005

(articolo pubblicato sul mensile "Guerra e Pace" n° 117 del marzo 2005)

Di Marco Santopadre

«Se non ci fossero la resistenza e la disobbedienza dei detenuti politici non saremmo qui a parlare delle condizioni disumane nelle prigioni turche, non esisterebbe più il problema, visto che né i media internazionali né quelli suppostamente democratici turchi ne parlano mai.»

Ne è convinto Halil Ibrahim Sahin, un esponente dell’associazione dei prigionieri politici turchi Tayyad.

Il governo di Ankara, del partito Giustizia e Sviluppo (AKP), si è affrettato a varare alcune riforme per rispettare i requisiti di democrazia richiesti da Bruxelles per l’avvio del negoziato che dovrebbe portare il paese all’interno dell’UE nei prossimi anni. Ma la Turchia è un paese in cui, nonostante le rassicurazioni dei burocrati di Bruxelles e di alcuni osservatori interessati, gli arresti arbitrari, le sparizioni e gli omicidi extragiudiziali rappresentano la normalità. Gli avvocati vengono perseguitati, i familiari dei carcerati subiscono minacce e perquisizioni corporali. La Polizia uccide e tortura, protetta da un’impunità totale. I torturatori non solo non vengono individuati e puniti, ma molti di loro sono stati premiati con promozioni e qualcuno è riuscito addirittura a conquistare la carica di ministro.
Halil è un curdo che, per la sua attività all’interno del maggior partito della sinistra turca (il DHKP-C, clandestino), nel 1993 è stato arrestato e condannato a 15 anni di carcere per terrorismo. A emettere la sentenza fu il DGM, una "Corte per la sicurezza dello Stato" composta interamente da quei militari che ancora oggi, nonostante le cosiddette riforme, continuano a controllare tutte le istituzioni.

Dalla cella d’isolamento Halil è uscito solo nel luglio del 2004, e negli ultimi mesi sta cercando di portare in Europa la voce di chi continua a lottare contro il regime turco. Il racconto dei suoi 11 anni di carcere è una elencazione di pestaggi, torture fisiche e psicologiche, scioperi della fame di protesta e punizioni.
«L’isolamento continua, incrementato dalla riforma del sistema carcerario. La repressione prevede anche l’istituzione di nuove punizioni supplementari nei confronti di chiunque disobbedisce o resiste all’interno delle carceri, intesa come strategia per liquidare la resistenza organizzata dei prigionieri e distruggere la solidarietà tra di loro. Le punizioni supplementari comportano ad esempio la distruzione della corrispondenza, la non applicazione del diritto di parlare con i propri familiari e gli avvocati, i mille ostacoli frapposti alla possibilità per il prigioniero, pure prevista dalla legge, di preparare la propria difesa.»

Quando qualcuno si rifiuta di sottostare agli ordini, anche i più assurdi, dei carcerieri, gli viene immediatamente applicata qualche severa punizione. La disobbedienza non viene tollerata in alcun modo. Halil continua a raccontare, il suo volto appare segnato dalla sofferenza ma anche determinato.
«Il solo fatto di assumere una posizione "non consona" durante la quotidiana conta dei prigionieri comporta aggressioni fisiche e pestaggi. Nel carcere è vietato parlare, a maggior ragione è vietato lanciare slogan. C’è un articolo della "legge sull’esecuzione della pena" che dice che una canzone che non è "necessaria" è vietata, non si può cantare senza un motivo preciso accettato dalle autorità. Si possono quindi cantare canti religiosi, o meglio ancora inni nazionalisti o fascisti, ma non le nostre canzoni di lotta che parlano di libertà. Anche i libri e i vestiti ci vengono sottratti, per rendere la nostra vita un inferno, per impedire ogni forma di socialità e di vita normale dentro le celle. Non possiamo avere più di uno o due libri nelle celle, perché secondo i nostri aguzzini i libri sono una fonte di sporcizia. Ma coloro che si preoccupano così tanto per la nostra salute ci costringono a vivere in carceri in cui gli scarichi fognari sono spesso a cielo aperto e dove manca la seppur minima assistenza sanitaria. Durante il giorno possiamo accedere all’acqua soltanto tre volte, e quello che esce dai rubinetti è un liquido opaco quando non addirittura marrone, fango.

Anche i dottori che operano nelle carceri sono spesso complici delle torture e delle angherie commesse ai danni dei prigionieri, alcuni dei quali poi muoiono proprio a causa della mancanza di cure o per le conseguenze dei pestaggi. Basti pensare alle centinaia di giovani prigionieri ridotti a larve umane dalla sindrome di Korsakoff: nonostante siano spesso incapaci di muoversi e quindi tutt’altro che pericolosi, anch’essi sono sottoposti all’isolamento.»

Halil si riferisce a quei 600 ragazzi e ragazze ridotti a larve umane dalla sindrome di Vernicke-Korsakoff contratta quando, legati ad un letto d’ospedale dopo mesi di sciopero della fame, furono sottoposti all’alimentazione forzata da medici che agli zuccheri non associarono la vitamina B1, distruggendo così il sistema nervoso e la memoria dei prigionieri.
Ma la repressione si esercita anche sui familiari che si recano alle carceri per i colloqui: gli viene impedito di consegnare soldi o alimenti ai prigionieri, al contrario di quanto stabilisce la legge.

«Ma la legge viene aggirata grazie alle cosiddette circolari ministeriali o ai regolamenti interni alle carceri.»

Quando la legge è "troppo democratica" (il duro prezzo che necessariamente va pagato all’ingresso della Turchia nell’UE) la si aggira applicando altre norme ben più restrittive.
«Servono prove delle accuse contro le guardie carcerarie o i militari autori degli abusi, dicono i giudici. Ma solo loro sono in grado di procurarsele, e naturalmente se ne guardano bene, appoggiati dall’omertà dei medici che si rifiutano di denunciare le torture, le percosse. Oggi si parla molto dell’adeguamento della legge turca a quella dell’Unione Europea, ma queste circolari ministeriali non prevedono l’individuazione di un responsabile quando muore un prigioniero. Anche nella remota ipotesi che io possa provare che qualcuno mi ha esercitato violenza non posso sperare che il torturatore venga punito.»

Halil racconta come le guardie obblighino i carcerati a gettare le proprie scarpe per violarne la dignità, e chi si rifiuta viene picchiato e poi punito con altri anni di carcere aggiunti a quelli della pena inflitta durante il processo.
«Con la nuova legge, quella che l’Unione Europea considera "sufficientemente democratica", cantare è vietato ma, in certe circostante, anche stare in silenzio è vietato. La guardia non gradisce l’espressione del tuo viso? Se la considera una mancanza di rispetto nei suoi confronti ti può comminare una pena supplementare da scontare in prigione, e così la tua condanna si allunga sempre più. Ogni minima protesta, anche la più banale, viene considerata il risultato di una disobbedienza di carattere collettivo e organizzato, e quindi da reprimere nella maniera più brutale. Il Codice Penale e i regolamenti ministeriali e carcerari sono due sistemi complementari che infliggono una doppia condanna al prigioniero; chi, già in stato di detenzione, venga ritenuto colpevole del reato di "ribellione collettiva", verrà condannato, applicando il Codice Penale, da tre a cinque anni di ulteriore carcerazione, pena che poi può essere raddoppiata in base alla cosiddetta "legge sull’esecuzione della pena".»

Lo spirito di queste nuove leggi è cancellare la lotta democratica e di massa contro la violazione dei più fondamentali diritti umani, dentro e fuori dalle carceri.
«Quando noi concediamo qualche intervista, come stiamo facendo ora, i giornalisti possono essere arrestati e la radio o il giornale chiusi dalle autorità, cosa che avviene spesso. La repressione tocca tutta la società, non c’è bisogno di appartenere alle organizzazioni della cosiddetta sinistra estrema. Secondo la "Legge sull’esecuzione della pena" i prigionieri che si ritiene possano farsi del male devono scontare la condanna in celle di isolamento speciali rivestite di materassi, come quelle degli ospedali psichiatrici. Sono delle vere e proprie camere di tortura, senza finestre».

Sono quelle che i prigionieri chiamano bare. Si tratta delle famigerate celle "di tipo F" dove sono stati rinchiusi centinaia di prigionieri dopo il massacro del 2000. Il 19 dicembre di quell’anno 10.000 poliziotti e militari assaltarono coi bulldozer 21 prigioni nelle quali si svolgeva lo sciopero della fame a oltranza dei detenuti politici. 32 uomini e donne furono massacrati e bruciati vivi, gli altri vennero trasferiti a forza nelle nuove celle. L’isolamento al quale vengono sottoposti i prigionieri politici mira a spezzarne il morale, ad annullarne la resistenza e la dignità. Oltre che a permettere alle guardie di poter torturare indisturbate. E’ questo il vero scopo della riforma: impedire ai prigionieri politici di avere contatti fra loro, come invece avveniva nelle vecchie celle comuni. Le "bare" sono costruite per ospitare tre persone ma normalmente nei contengono solo una. Eppure la protesta continua. 118 persone si sono lasciate morire di fame dal 2000. L’ultima è stata una ragazza di 26 anni appena scarcerata, che si è data fuoco in una piazza di Istanbul per richiamare l’attenzione dell’opinione pubblica su quella che Halil chiama la "enorme Guantanamo turca":
«Questo terribile sistema oppressivo è una concretizzazione della dottrina Guantanamo in Turchia ma, a differenza che negli Stati Uniti, da noi è del tutto legale, rientra nei parametri fissati dalla nuova legge che tutti descrivono come più avanzata perché conforme agli standard europei.»

Oggi in Turchia, su 80 mila detenuti, quasi 10 mila sono accusati di terrorismo o di reati connessi alla propria militanza politica; tra di loro ci sono i guerriglieri curdi e turchi, ma anche intellettuali, artisti, giornalisti. E la situazione non sembra destinata a migliorare. Anzi, il progressivo adeguamento delle istituzioni turche agli standard europei sembra promettere nuove sofferenze:
«Il regime turco ha promesso di approvare, il prossimo anno, una legge che permetterà di sottrarre al periodo della pena i giorni trascorsi in ospedale. La "legge sul pentimento", raccomandata dall’UE per facilitare il reinserimento dei guerriglieri nella vita civile e fatta passare come amnistia, è servita soltanto a liberare i detenuti della destra e gli integralisti islamici, che nelle carceri spesso sono un ulteriore strumento dei torturatori.»