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Carovita, i numeri della stangata

martedì 27 dicembre 2005

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di Giovanni Russo Spena

La critica dell’economia politica - diceva il buon Marx - è astratta se non vive nella quotidiana narrazione della condizione materiale delle persone. L’allusione è alla vita quotidiana: quanto costano latte e gas? Quanto la scuola? Quanto l’affitto? Quanto alte sono le tariffe? Quanto costa curarsi? Parliamo di diritti costituzionali alla formazione, alla salute, all’abitare; dei diritti universali, cioè, di uno stato sociale che, altrimenti, si riduce a stato assistenziale residuale che accompagna un capitalismo “caritatevole”, secondo la concezione dei Repubblicani negli Usa.

Abbiamo sempre contrastato anche discutendo in Parlamento le cinque pessime ed inique leggi finanziarie del governo Berlusconi, l’espressione cardine (anche volgare oltre che falsa) della propaganda berlusconiana: "Non abbiamo messo le mani nelle tasche degli italiani". I dati resi noti ieri dal Dipartimento del Tesoro ci dicono (andando anche oltre le nostre stime) che i rincari dei prezzi sono stati doppi rispetto all’inflazione, che le tariffe (liberalizzate) sono aumentate del 5.1% che il rincaro di beni primari quali il latte, l’affitto è intorno al 2 e mezzo per cento.

Questi dati, nella loro asprezza, ci parlano dell’impoverimento di massa e ci spiegano che, con una velocità progressiva negli ultimi tre anni, è avvenuto un drenaggio stravolgente di risorse dal basso verso l’alto, una redistribuzione a favore di rendite e profitti capace di incidere sulla composizione della formazione sociale sgranando la stessa gerarchia della società. Il cosiddetto “carovita” è causa e, insieme, effetto dei processi di proletarizzazione dei “vecchi” ceti medi, che si articolano sempre più.

Carovita e precarizzazioni di massa sono fattori di nuove relazioni sociali che evocano privazioni di senso, solitudine sociale, isolamento dei nuovi movimenti operai. E’ qui che vanno, allora, ricostruite analisi sociali e inchieste, rifondati i nessi che possono riunificare i soggetti sociali stravolti dalle centrifughe delle precarizzazioni, liberalizzazioni e privatizzazioni. Dice nulla (anche ad importanti esponenti dell’Unione) che gli unici prezzi che "reggono" sono i prezzi amministrati?
L’impoverimento di massa è evidente, non è l’effetto del “catastrofismo” dei comunisti di cui parla Berlusconi. E’ frutto, invece, da un lato, della vera e propria ossessione proprietaria di cui questo governo è stato alimento e cemento; dall’altro, di una manovra di politica economica basata su privatizzazioni, cartolarizzazioni, e sul taglio delle tasse ai ricchi. Un vero e proprio “sovversivismo” liberista, incapace di rilanciare filiere produttive e di alimentare la domanda.

Siamo, invece, al fallimento assoluto: al contrario di Francia, Germania, Gran Bretagna, che, nelle loro diversità, hanno comunque innestato la marcia della ripresa, il governo ha portato ad un inedito, una bancarotta (anche fraudolenta perché intessuta di condoni e conflitti di interesse): siamo in una spirale in cui convivono manovre di bilancio antipopolari, stagnazione economica ed aumento del deficit. Dovremo voltare drasticamente pagina. L’Unione tutta dovrà convincersi, di fronte al rigore dei dati, che ogni coazione a ripetere vecchie politiche liberiste temperate è impossibile oltre che iniquo. Berlusconi non è stata una fastidiosa parentesi, una anomalia; per cui si possa pensare di tornare alle politiche di cinque anni fa attraverso il filtro di poteri forti che, di volta in volta, si ridislocano nella grammatica dell’alternanza. Occorrono terapie d’urto che redistribuiscano le risorse, pongano al centro questione sociale, salariale, previdenziale, tassino le grandi rendite, rilancino un intervento pubblico qualificato. Il conflitto sociale ci aiuterà a percorrere questa strada obbligata.

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