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Cinefestival di Berlino: Paradise Now - Le ultime ore di due kamikaze palestinesi

domenica 18 settembre 2005

Paradise Now - di Hany Abu-Assad

di Roberto Silvestri (Il Manifesto)

I kamikaze, perché, come, quando. Con alcuni «se» e alcuni «ma». Se Paradise now, coproduzione franco-tedesca diretta da Hany Abu-Assad (Rana’s wedding e Ford Transit), palestinese d’Olanda, troverà un distributore in Israele, si darà un incentivo pubblico alla stampa delle copie e alla promozione del film. Lo ha promesso ieri a Berlino Katriel Schory, capo dell’Israel Film Fund.

Strano, no? Visto che il film (scritto prima dell’11 settembre) racconta le 24 ore che precedono un attentato suicida su un autobus di Gerusalemme pieno, e non solo di soldati.

E che gli «eroi», due amici d’infanzia, Khaled e Said, ventenni qualunque di Nablus, meccanici, non privi di senso dell’umorismo, quando sono chiamati all’azione dall’anonima martiri «islamici», non hanno esitazioni, né turbamenti. «Qui è l’inferno». E far saltare in aria l’inferno ha un certo fascino macabramente laico per chi è costretto a immaginare il paradiso solo dentro la propria testa.

Così questi due psycho-serial-killer fanno il video con la dichiarazione d’intento dell’azione (in vendita poi a 3 euro nel bazar), si vestono come Le Iene, si rasano, si riempiono di tritolo, fanno «l’ultima cena» (in senso iconografico e cristiano stretto), non pregano neppure, e si butterebbero, come bombe volanti, contro gli invasori.

Se... Certo alcuni israeliani (per soldi, e perché il genere umano è incarognito) li aiutano a passar il muro. Certo il film, molto radiofonico, ha già spiegato, per filo e per segno, le ragioni politiche e emotive della strategia della disperazione (e anche l’uso politico che Hamas e Israele ne fanno, per accentuare gli estremismi religiosi opposti e la repressione). Ma succede qualche cosa di miracolosamente razionale che interrompe una delle due azioni suicida. L’altra prosegue. E prosegue per un motivo d’onore. Il padre del kamikaze è stato assassinato per collaborazionismo. Il figlio deve lavare l’onta. Forse Israele condivide, e userà a sua volta, le attenuanti generiche alle azioni ciminali derivanti dall’«onore da tutelare»?
Da Il Manifesto

di Maurizio Porro (Il Corriere della Sera)

Giornata choc alla Berlinale con un film teso come la corda di un violino, Paradise now di Hany Abu-Assad, nato a Nazareth 43 anni fa. Ha dato volto a gente senza volto: si mostrano infatti per la prima volta, le ultime ore di due kamikaze palestinesi pronti a un’ azione in Israele. Cronaca, storia, mito, tiggì? «Il soggetto mescola fatti accaduti davvero. Io tratto l’ attacco suicida sfatando sia il mostro sia il martire: resta così l’ essere umano, è lui che mi interessa».

E di questo il regista parla con la passione di chi crede nei diritti civili, raccontando di due ragazzi amici che all’ ultimo momento della missione terrorista si dividono: uno torna a casa, l’ altro (che ha avuto un padre collaborazionista ucciso) continua e sale su un autobus: batticuore per tutti, primissimo piano negli occhi. Sequenze impressionanti: i kamikaze che registrano il video di addio («una volta erano venduti nei negozi, ora è proibito, ma recitarlo è stato uno choc»).

O allarmanti: la missione ha un complice, un colono israeliano («a volte accade, ma costano molto»). Complessi di colpa: «Per chi collabora con Tel Aviv la vita diventa facile». Curiosità: il film, comprato dalla Lucky Red, è stato prodotto da Francia, Germania ma c’ è anche Israele («un amico, non è stato facile»). A chi darà fastidio? «Ai facinorosi». Lei è ottimista? Mica tanto. «Guardi gli imperi del passato, prima o poi crollano. Ma finché Israele e l’ America non capiranno che Palestina e Israele hanno gli stessi diritti umani e territoriali, non si risolve nulla». Dopo l’ anteprima a Berlino il film inizia una carriera difficile: «In Palestina non ci sono sale, lo daremo nelle piazze, come Nuovo Cinema Paradiso».

Il set a Nablus, città chiusa, dove la gente è autentica per forza: «Noi eravamo come il circo. Cascava una bomba? Se ci si rialzava tutti voleva dire niente morti, si poteva continuare». Abu-Assad, amico dell’ Italia (suo fratello vive a Bari, ha sposato la figlia di Matarrese) confessa che gli attori non avevano bisogno di recitare, non sono kamikaze ma conoscono quelle realtà: «Hanno solo fatto apprendistato in un garage per fingersi meccanici». Le donne? Nel film è una di loro che fa nascere il dubbio: «Se gli uomini fanno gli eroi, le donne si oppongono, loro creano la vita».

Battute che non passano inosservate. Sugli israeliani: sono gli occupanti ma si fanno passare per vittime; sulla guerra: se i palestinesi avessero gli aerei non ci sarebbero i kamikaze. «Cui io sono contrario, sia chiaro: non sono santi, ma hanno l’ aureola divina, sperano nel Paradiso contro l’ Inferno. Io credo nel dialogo che in questo momento sembra a portata di mano. Gli intellettuali palestinesi danno la mano a quelli israeliani, ma bisogna prima considerarci esseri umani pari a tutti gli altri, non animali.

L’ occupazione c’ è ancora, hanno solo cambiato il nome». Intanto il regista pensa a un nuovo film sul terrorismo globale, internazionale: «La morale è una sola, in ciascuno di noi, c’ è sempre un lato buono e uno cattivo, un bravo e un cattivo ragazzo, ma il vero Diavolo vien fuori soprattutto nelle situazioni estreme».
Da Corriere della Sera

http://www.cineclick.it/recensioni/archiv/paradisenow.asp


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