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DALLA DOPPIA VITTORIA DI PARIGI E AMSTERDAM LA STRADA PER UN’ALTRA EUROPA POSSIBILE

venerdì 3 giugno 2005

di Marco Bersani, Attac Italia

Lo straordinario uno-due offerto dalle vittorie in Francia e in Olanda del
NO al referendum sul Trattato Costituzionale europeo rappresenta un punto
di svolta fondamentale e imprescindibile.

Lo stesso affanno con cui la Commissione Europea, i Governi e i leader
politici delle grandi famiglie politiche continentali ’liberale e
socialista- dichiarano che tutto procederà come prima, dimostra quanto il
terremoto democratico della mobilitazione dal basso abbia minato alle
fondamenta l’ideologia del pensiero unico del mercato. L’arroganza con cui
i medesimi soggetti cercano di accreditare a sentimenti corporativi,
xenofobi e legati alla paura la doppia vittoria del NO rivela il sacro
terrore di dover ammettere l’indicibile : i popoli europei resistono alla
distruzione del welfare, i cittadini europei non vogliono vivere
nell’orizzonte della solitudine competitiva offerto dal libero mercato
autoregolantesi. Continuano a pensarsi come comunità, ritengono beni comuni
e servizi pubblici la vera sostanza del contratto per vivere assieme. E li
difendono.

Cinque anni fa a Lisbona, il Consiglio Europeo elaborò la famosa strategia
2000-2010, ovvero un piano d’azione continentale che nell’arco di questo
decennio avrebbe dovuto far diventare l’Europa il territorio più
competitivo a livello di mercati internazionali, pur mantenendo, accanto a
questo pilastro, gli obiettivi della piena occupazione, del mantenimento
dello stato sociale e dell’innovazione del modello produttivo in direzione
della sostenibilità ambientale.

Potevano coesistere, nell’epoca della crisi strutturale del modello
economico neoliberista, la competitività con la difesa del modello sociale
europeo? Evidentemente no. Ma quelli erano gli anni dell’illusione
clintoniana, della ’terza via’ mondiale, dell’Europa quasi totalmente
governata da coalizioni di centro-sinistra, e l’idea di poter governare la
globalizzazione neoliberista ’temperandone gli effetti più distruttivi,
senza metterne in discussione le cause- rappresentava la scommessa.

Non è andata così, lo sappiamo tutti. Il modello neoliberista, per
rispondere alla propria crisi, ha preso altre strade. Da una parte,
scatenando la guerra globale permanente per accaparrarsi le risorse
energetiche del pianeta, dall’altra cercando di valorizzare il capitale
sull’unico terreno rimasto : la deregolamentazione del lavoro,la
mercificazione dei beni comuni e dei servizi pubblici.

Ovvero, ha cercato di rispondere al fallimento degli Accordi di Lisbona ’e
alla sconfitta storica dell’ipotesi politica di ’terza via’- attraverso
un’uscita ’a destra’: se il modello sociale europeo non è coniugabile con
l’obiettivo della vittoria economica sui mercati internazionali, non resta
che l’abbandono del primo per tuffarsi, lancia in resta, verso l’unico
indiscutibile pilastro: la competitività.

Questo è il segno della Direttiva Bolkestein e di quella sull’orario di
lavoro (e quanta insipienza nelle grida di vittoria della sinistra
riformista su quest’ultima!). Questo è anche il segno del Trattato
Costituzionale europeo, scritto in ermetiche stanze distanti dai popoli
’d’altronde il contrario di ’pubblico’ è ’segreto’- e rivolto all’unico
obiettivo di costituzionalizzare una teoria economica, invece che un
complesso di diritti individuali e sociali.

Le vittorie dei NO di Parigi e Amsterdam dicono chiaramente che il
tentativo di uscita ’a destra’ dal fallimento degli Accordi di Lisbona non
può passare. E’ una vittoria che ha la cifra dei movimenti che hanno
segnato la scena politica e sociale di questi stessi cinque anni. E che
hanno sempre affermato come un’altra Europa sia possibile solo a partire
dal radicale abbandono delle ricette economiche neoliberali e dell’economia
della guerra. Per i movimenti nessun ritorno a Lisbona è possibile, altrove
è la strada : e se dal fallimento di quegli Accordi non c’è uscita a
destra, è perché è a sinistra che bisogna direzionare il timone.

Chiedendo con forza ’e, per quanto riguarda il movimento italiano, con
forte capacità autocritica- l’abbandono del Trattato Costituzionale e
l’avvìo di un processo costituente dal basso. E approfondendo la nostra
capacità di mobilitazione a livello europeo per chiedere il controllo dei
capitali finanziari, diritti continentali del lavoro, una direttiva sui
servizi pubblici che ne segni l’indisponibilità alle leggi del mercato, la
trasformazione ecologica dei processi produttivi, i diritti di cittadinanza
per tutti e un sistema fiscale europeo basato sul principio che i soldi si
prendono laddove sono e per decenni sono stati sottratti alla ricchezza
sociale.

Un primo appuntamento è già in calendario : su proposta della Campagna
Nazionale Stop Bolkestein, fatta propria dai movimenti europei nella
riunione FSE tenutasi a Praga, la costruzione per il prossimo ottobre di
una giornata di lotta europea, con manifestazioni nazionali in tutte le
capitali ’Per la difesa dei servizi pubblici e per il ritiro della
direttiva Bolkestein’

Perché se per trent’anni ci hanno detto che il libero mercato era fondativo
della democrazia, oggi sappiamo che è vero esattamente il contrario. Di
conseguenza, quello di cui necessita ogni politica che voglia dirsi
alternativa, più che di paletti o di temi, è di una lente attraverso cui
giudicare. La lente in questione è quanta porzione di vita e di società
ogni provvedimento proposto sarà capace di sottrarre al mercato per
restituirla alla democrazia, al contratto sociale per vivere assieme.

Quando, liberati dall’ossessione di competere, potremo finalmente dedicarci
a compatire, ovvero provare comuni passioni.