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Dopo la guerra?

martedì 8 agosto 2006

di Leopoldo BRUNO

George W. Bush - ricordiamo - tempo fa dichiarò la fine della guerra in Iraq. Pensava di poterne decidere anche lo spazio e il tempo; di disporne.

Non ci sono più dichiarazioni di guerra; a volte nemmeno Stati l’uno contro l’altro ma gruppi, realtà territoriali. Così come non si firmano trattati, accordi, pacificazioni attestanti data, condizioni e tappe di fine guerra, da rispettare.

Sappiamo che sono guerre asimmetriche. Fatte da potenze militari globali contro chi non si sottomette. Il rapporto è fra potere e dominio.

In “Antologia” di Michel Foucault, Vincenzo Sorrentino richiama a tal proposito la definizione del filosofo francese: “Le relazioni di potere sono relazioni all’interno delle quali si cerca di dirigere la condotta dell’altro.

Si tratta di rapporti mobili che possono modificarsi e che non sono dati una volta per tutte, di giochi strategici aperti tra le libertà. Gli stati di dominio, invece, si creano quando un individuo o un gruppo sociale riescono a bloccare le relazioni di potere, a renderle immobili, irreversibili. Ciò che conta, quindi, è evitare che i giochi aperti di potere si fissino in stati di dominio”.

Questa è la posta in gioco; l’Occidente “si muove” per il dominio di Israele e, quindi, per il proprio.

La novità è che i dominati preferiscono essere altro. Non solo si battono resistendo in relazioni di potere, ma in sua alternativa decidono di morire. Alla dicotomia potere/dominio sostituiscono quella potere/morte; è questo che da tre anni blocca in Iraq la prima potenza mondiale.

Per quanto riguarda lo spazio, anche questa volta la guerra si svolge nelle città del più debole. Che però a sua volta si organizza, affinché possa incidere sul terreno avverso, nei modi e nei tempi possibili; aiutandosi ovviamente con i mezzi della tecnologia. C’è una deterritorializzazione del campo di battaglia.

Per la sua durata, la previsione di qualche anno di guerra fa parte della logica, quella di qualche decennio va presa in considerazione. Più che la conclusione, si possono immaginare periodi nei quali la guerra scema o divampa, e la durata sarà tanto più lunga quanto più scatenerà passione, odio, ricordo degli stermini. Sarà sempre possibile la costituzione di nuclei che anche se solo occasionalmente si formano per sferrare un qualsiasi attacco oppure, dall’altro lato, l’azione punitiva degli eserciti e dei servizi segreti o nuovi scenari di guerra.

Individui, famiglie, gruppi rivali di cittadini, religioni, civiltà o razze si confronteranno fra strade, chiese e ospedali. Non ci sono zone neutrali, riconosciute da entrambe le parti.

Oggi, chi continua a mettere sullo stesso piano una potenza d’odio come la nazione d’Israele e un lager a cielo aperto come i territori di Palestina - per quanto mi riguarda - è in malafede.

“Il manifesto” del 5 agosto riporta in un trafiletto che il presidente venezuelano Hugo Chavez ha comparato lo stile delle operazioni militari israeliane e l’uccisione di civili innocenti alle azioni di Hitler e ha descritto gli Stati uniti come un “Dracula assetato di sangue e petrolio”.

E’ un hitlerismo del XXI secolo che però anche in questo caso ha bisogno che la comunità internazionale conceda un po’ di tempo per annettersi un bel pezzo di Polonia, pardon di Libano. All’epoca la Germania era in accordo segreto con l’Unione Sovietica, oggi Israele lavora con gli Usa e tutto l’Occidente.

“Il manifesto“ del 6 agosto riporta una dichiarazione dello scrittore israeliano Yitzhak Laor: “Il punto è che questo attacco (israeliano) al Libano non è sproporzionato come affermano molti, qui e in Europa, ma un crimine di guerra orrendo che deve essere denunciato e condannato. Non vedo in quale altro modo si potrebbero definire le distruzioni sistematiche delle infrastrutture libanesi e le stragi quotidiane di civili”. Parole, queste, che illustrano la banalità degli eventi e che nessuno dice.

Dallo stesso giornale si legge che gli israeliani bombardando a metà luglio la centrale termoelettrica di Jiyyeh, tra l’altro hanno provocato una fuoriuscita di nafta che ha prodotto e continua a produrre una tragedia ambientale nel Mediterraneo. “...una marea nera delle dimensioni di quella provocata nel 1989 in Alaska dalla petroliera Exxon Valdez”.

Mi domando: chi afferma che è in atto un conflitto, una crisi israelo/libanese o anche israelo/palestinese, ragiona su ciò che dice oppure semplicemente non ci arriva?

Un decimo delle persone elette al Congresso Usa sono ebree; si calcola che un altro decimo ne subisce l’influenza. Leggendo in giro, c’è chi dice che per subire una condanna da parte degli statunitensi, Israele dovrebbe far l’errore di usare l’atomica contro una nazione occidentale...

Quella ebrea-israeliana è la lobby in essere più forte sul pianeta; che lavora giorno dopo giorno alla ricerca di soluzioni e strade per far passare il proprio modo di vedere le cose, o almeno l’agenda dei temi in discussione. E’ possibile ipotizzare gli agganci di tale lobby con altri gruppi d’interesse politico-economico.

Armi di nuova generazione, ordigni contaminati da agenti biologici, armi chimiche, armi a energia diretta; questi ­ insieme ad altri già noti - gli strumenti utilizzati da Israele. Testati sul campo per conto dell’industria militare. Gli israeliani però non sono stati capaci di leggere la forza dell’altro. Gli hezbollah hanno tenuto e, in pochi terribili giorni, sono entrati a far parte dell’immaginario collettivo.

Far danni in qualche modo più che vincere; sostenere in vita la guerra prima che se stessi. La novità di questo inizio secolo è che alla volontà di vivere il più debole antepone quella di lasciare la propria traccia, un segno al più forte. Questo ci riporta indietro nei secoli, quando chi aveva combattuto, per il solo fatto poi di essere miracolosamente ancora in vita veniva considerato un eroe e non un superstite. Erano anteposte le cause, le passioni, i valori a tutto il resto, ben sapendo della fine certa, da guerriero. Questa realtà è tornata. Spesso si inneggia ai singoli, ai simboli della propria lotta, ai propri combattenti per nome e cognome. L’obiettivo delle popolazioni è di dargli una mano, essere un po’ come loro. Facendo tutto il possibile. E’ facile supporre che alcuni kamikaze non abbiano mai avuto la più pallida idea delle tattiche di difesa o di attacco, eppure hanno il ruolo di primo piano.

Gli eserciti, quelli costruiti giorno dopo giorno nel segreto delle basi militari, perdono consistentemente senso. Non c’è dominio perché manca il dominato. Resta il dominatore solitario con il suo mucchio ­ inutile - di cadaveri. Amici e nemici irriconoscibili; inestricabili. I vinti oggi non sono alla mercé dei vincitori perché non gli lasciano più il potere di vita o di morte.

Nota: Questo scritto attinge a piene mani dal libro: “Difendere la società, di Michel Foucault, trad. di Mauro Bertani e Alessandro Fontana, ed. Ponte alle Grazie, 1990” (Ciclo di lezioni tenute nel periodo gennaio - marzo 1976 presso il Collège de France)