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Droghe, il cupo proibizionismo disegnato da Fini

venerdì 20 febbraio 2004

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Il disegno di legge Fini contro i tossicodipendenti oltrepassa perfino se stesso; è metafora, infatti, di esasperato securitarismo e di iperbole carceraria come elemento distintivo della governabilità berlusconiana. Esso allude, infatti, come la Bossi Fini, come la legge sulla procreazione assistita contro le donne, come quella contro il pluralismo dell’informazione, ad una concezione della governabilità che si fonda su un nuovo forte emergenzialismo, sull’inasprimento della democrazia autoritaria.

Il rapporto Stato/cittadino viene realizzato solo attraverso la minaccia della carcerizzazione o dell’«internamento» di massa in comunità-carcere (alla S. Patrignano), attraverso la "società disciplinare", sistema strutturale dello Stato etico (che detta comportamenti, proietta nelle norme una religiosità integralista, sorveglia e punisce). Il disegno di legge Fini ripercorre l’intero itinerario della «zero tolerance» e dell’ipertrofia carceraria, partendo dalla bancarotta internazionale del proibizionismo non per ripensarlo ma per renderlo più cupo. È questo il percorso che va dalla legge attuale (già proibizionista) alla metafora emergenziale del disegno di legge Fini.

Esso è un manifesto ideologistico che spazza via le acquisizioni scientifiche consolidate e le politiche fondate sulla riduzione del danno sperimentate da anni in Europa e recepite anche dall’Ue. Alle pratiche di sperimentazione e di riduzione del danno si sostituisce un impianto punitivo repressivo, degradato (e perfino inefficace, in quanto l’ampliamento del penale rispetto al sociale fa solo crescere il mercato illegale, alimentando il processo di valorizzazione del capitale investito nella merce-droga). Il giovane consumatore, con la riproposizione della dose media giornaliera, viene colpevolizzato come deviante/malato da incarcerare ed abbandonato, di fatto, al circuito della marginalità.

Ma Fini sta trovando pane per i suoi denti: questa volta abbiamo perfino preceduto il governo presentando un disegno di legge, mobilitandoci capillarmente sul territorio insieme all’associazionismo, al movimento, al sindacato, fino a giungere alla convocazione di una manifestazione nazionale che sarà accumulazione di forza e punto di partenza. Abbiamo giocato di anticipo illustrando un "punto di vista altro" (le mediazioni sono, su questo terreno, impossibili): prevenzione, riduzione del danno e del rischio, decarcerizzazione, depenalizzazione, legalizzazione. Alla propaganda cupa del proibizionismo sostituiamo il percorso aspro ma ineludibile della materialità dei corpi, dell’assunzione informata, responsabile, delle sostanze, la contraddittorietà dei nostri sentieri di felicità, la capacità di lottare, per politiche sociali, per un nuovo Stato sociale.

Si pensi che la repressione assorbe, in questo momento, l’80% dell’impegno finanziario del governo; e che assurde pregiudiziali ideologiche non permettono la sperimentazione di somministrazione controllata di eroina e pongono assurdi vincoli limitativi all’uso del metadone. Non possiamo, per questo, fare la guardia al bidone vuoto. Le forze del centro sinistra non possono pensare che ci si oppone al disegno di legge Fini attestandosi sull’attuale legislazione, perché anche l’attuale impianto legislativo è proibizionista e l’illegalità del mercato finisce con l’accomunare cannabis ed altre droghe molto più pericolose.

La riduzione del danno, per noi, non è mera ideologia; è un percorso di avanzamento politico, di conflitto sociale, di nuova consapevolezza sanitaria, che valorizza la capacità di autodeterminazione, la soggettività dei consumatori, offrendo strumenti di responsabilità. "Giusto o sbagliato non può essere reato". Appunto