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Effetti collateral(i) della metropoli americana

giovedì 3 febbraio 2005

di Katia Rossi e Fabrizio Violante

Un taxi percorre nella notte la strada dall’aeroporto al centro di Los Angeles. Max (Jamie Foxx), un tranquillo tassista nero, accompagna un’affascinante ‘pantera’ di sobria eleganza (Jada Pinkett Smith) che continua a impartire ordini dal suo cellulare... lui la guarda dallo specchietto e carpisce la sua attenzione con modi affabili e gentili... lei abbassa la guardia e lo sceglie a confidente per quel breve tragitto: tra i due s’instaura una complicità che forse le salverà la vita.

È questo l’incipit dell’ultimo film di Michael Mann, girato per gran parte in digitale, per trasbordarci senza mediazioni nella dormiente metropoli americana, con le sue freeways interminabili che inquadrano vere e proprie isole di cemento, fotografata strategicamente dall’alto con sequenze la cui morbidezza accoglie lo sguardo, che plana sulla distesa di strade e grattacieli illuminati nei cui meandri lo spazio si dilata, lasciando indovinare una vita che pulsa, il cuore fremente dell’animale addormentato. L’ambientazione notturna di questa città astratta e lontana non potrebbe essere più appropriata per questo noir losangelino, che ci precipita improvvisamente dall’asetticità metropolitana - ci sembra quasi di osservare un acquario muto, illuminato dalla livida luce della fotografia di Dion Beebe e Paul Cameron - all’azione carnale e vivida condotta da Vincent (Tom Cruise, reso impeccabile nel suo fisique du role di killer dai capelli brizzolati e dall’elegante completo grigio), azione almeno inizialmente subita da Max, costretto ad accompagnarlo durante la sua forsennata notte di esecuzioni spietate (il suo efficiente piano di lavoro prevede l’uccisione nell’arco di quella sola notte di cinque persone, testimoni collegati a un’inchiesta su una banda di narcotrafficanti). Sì perché tutto, ma proprio tutto, può avvenire a Los Angeles, emblema della città orizzontale americana, senza centro, in cui strade e case sono irreggimentate in griglie regolari, e i grandi edifici in vetro sono un inno alla trasparenza: una trasparenza che in realtà allo stesso tempo mostra e nasconde tutto, nel bene e nel male (è proprio uno di questi edifici, in una delle scene finali, a fare da sfondo alla caccia di Vincent, venuto a eliminare il procuratore Annie Farrell, la cliente di Max nell’incipit).

Se dunque la (metro)polis postmoderna è il palcoscenico ideale del noir - la cui filosofia è scandita dalle parole di Vincent: “non c’è mai una buona ragione per vivere o morire” - è perché essa, lungi dall’essere il luogo della democrazia, lascia che il crimine si costruisca la sua strada, o meglio che percorra quelle comuni a tutti. Nel ribaltamento morale di questo noir metropolitano è proprio all’assassino Vincent che Los Angeles non piace, perché è una città distratta e senza identità, dove un uomo muore e nessuno se ne accorge ("Hey Max, un uomo sale sulla metropolitana, qui a Los Angeles, e muore. Pensi che qualcuno se ne accorgerà?"); mentre per il pacifico e a tratti rassegnato Max Los Angeles è semplicemente “ la mia città”, dalla quale fuggire sognando di tanto in tanto le Maldive grazie alla cartolina che tiene nascosta nell’aletta-parasole del suo taxi. Max si limita insomma a sognare un altrove dove non andrà mai (sono dodici anni che risparmia per comprarsi una mercedes di lusso per accompagnare i clienti in un viaggio che sia soprattutto un’esperienza indimenticabile...). Vincent invece - e per questo conquista forse maggiori simpatie nel pubblico - non ha bisogno di sogni disperati, non ama la città spersonalizzante di Max perché ha già la sua identità, sia pure criminale (quando racconta a Max di essersi affrancato dalla sua infanzia difficile uccidendo il padre, si finisce addirittura con lo sperare che sia vero, anche se lui stesso dice di aver scherzato).

Allo spettatore non interessa tanto scoprire la verità celata da Vincent, il perché di quelle morti che si susseguono, quanto penetrare nella sua mente e smuovere quell’apparente calma algida. Ricostruire passo dopo passo gli elementi che collegano le spietate esecuzioni, eseguite da un killer che prende il proprio lavoro come fosse un agente di borsa, non costituisce la parte più avvincente della trama, che si dipana piuttosto negli scambi magnetici tra i due co-protagonisti, in cui è forse il tassista a guadagnarci di più, nella misura in cui viene risvegliato dal suo placido torpore e costretto a prendere parte al gioco, diventare un protagonista come Vincent, che finisce con l’armare il braccio che lo ucciderà.

Se l’inchiesta sulla banda di narcotrafficanti seguita dall’avvocatessa Annie c’interessa appena, è perché in qualche modo la ‘potenza del falso’ è diventata l’elemento poliziesco per eccellenza e domina il cinema noir. Ci troviamo di fronte a una straordinaria collezione di errori commessi da coloro che dovrebbero far rispettare la giustizia, che coinvolge tutti i poliziotti tranne uno - Mark Ruffalo, apparso nel recente In the Cut di Jane Campion, che qui interpreta il ruolo marginale del detective sulle tracce dell’assassino. L’abbaglio preso dai “buoni” - i cui volti non si distanziano più da quelli dei “cattivi” - mira a perpetuare l’equilibrio che rappresenta l’intera società nella sua più alta potenza del falso e che rende la classica distinzione tra il bene e il male ormai logora e improponibile.

Se la società si riflette in qualche modo nella sua polizia, così come pure nei suoi crimini, eccoci restituita come in uno specchio la realtà: quella dove i grandi affari delle grandi città implicano scandali e crimini reali, dove il crimine risulta rigorosamente organizzato e in grado di assoldare un prefetto killer, che tenterà fino alla fine di ovviare a quell’effetto collateral che ha coinvolto il pacifico Max, sul quale nessuno a Las Vegas avrebbe osato scommettere e che invece si rivelerà assolutamente all’altezza dello scontro. Deludente l’happy-end, perché in fondo abbiamo deciso di schierarci, nostro malgrado, dalla parte di Vincent; perché abbiamo deciso come lui di uccidere il padre, perdendoci in un film altrimenti catartico, che ci insegna a disubbidire. Non è un caso che, all’inizio della sua metamorfosi, Max incateni il poliziotto che inevitabilmente lo ha confuso con l’omicida che ha già fatto perdere le sue tracce: dall’ideologia americana non ci salva la giustizia, ci salviamo noi!

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